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La vita da privato cittadino di Bruce Wayne finisce da
bambino, quando una notte, camminando in un vicolo di Gotham City, vede i
suoi genitori morire per mano di un qualunque delinquente di strada. Da lì
intraprende il lungo e consapevole cammino che lo porta ad essere Batman.
Molte altre sono le storie di supereroi che, similmente, hanno origine da un
trauma emotivo dal quale scaturisce una nuova ed accidentata vita.Anche il
protagonista di Into the Wild è una sorta di supereroe, anche se proveniente
dalla vita vera.
In realtà l’episodio che spinge Christopher McCandless a voltare le spalle
alla sua vita di studente appena uscito dal college, è di più banale
quotidianità: viene casualmente a sapere che suo padre gli ha sempre tenuto
nascosto il suo essere figlio di secondo letto, facendo esplodere il suo già
maturo odio verso la miope borghesia americana, di cui la sua famiglia era
tipico esemplare.
Così, con la scusa di un viaggio post-diploma, volta le spalle ai genitori,
all’adorata sorella, ed a tutta la sua vecchia vita e si trova un bel nome
di battaglia, Alexander Supertramp (qualcosa come Alexander Supervagabondo).
Ed inizia a vagabondare attraverso gli Stati Uniti, spinto da una famelica
voglia di vedere il mondo, convinto che trovare se stesso sia l’unica porta
per riassestarsi con il resto del mondo, e che trovare l’isolamento totale
sia la strada maestra. L’altra faccia di questo desiderio di esplorazione,
in perfetto Kerouac-style, è una gran voglia di fuga da tutto ciò che gli
ricorda la sua vecchia vita, scialba e noiosa. Così va in Messico, miete il
grano nelle Grandi Praterie, si getta a capofitto in rafting illegali,
frequenta gli homeless negli “slum” losangelini, si unisce a carovane hippy,
mangia mele succosissime, cerca di imparare la caccia all’alce, e nel mentre
incontra una serie di personaggi interessanti, donando a ciascuno di questi
un qualcosa della sua strana personalità, più di quanto non ne riceva. Ma il
suo chiodo fisso è l’Alaska. E’ lì che sente che finalmente gli si apriranno
gli occhi sul mondo. Ed è così che sarà.
Into the Wild è la più consistente prova da regista di uno Sean Penn solo
apparentemente non-politico, un film lungo ma mai noioso, e che pure ben
riesce a trasmettere allo spettatore la fatica del viaggio di maturazione
del giovane Christopher. La narrazione è divisa in 5 progressivi capitoli
(infanzia, adolescenza, maturità, famiglia, età della saggezza), come se il
viaggio rappresentasse una nuova vita, ma con continui flashback, ed
intramezzata dalla voce della sorella, divisa dalla delusione per non
ricevere alcuna notizia privilegiata e la speranza che comunque il fratello
stia facendo esperienze inenarrabili. Gli attori sono splendidi dal primo
all’ultimo, e giustamente pluripremiati; la potente colonna sonora dell’ex
Pearl Jam Eddie Vedder, ragionevolmente sottotitolata, è protagonista
aggiunta.
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