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Nella Valle di Elah il giovane Davide sconfisse il
gigante Golia, il campione dei Filistei che terrorizzava il suo popolo. A
Davide tremavano le ginocchia mentre compiva la sua impresa? O il Signore
gli aveva dato la tranquillità suprema per puntare la sua fionda con mano di
pietra? Questo non è dato saperlo, e non è forse neanche tanto importante.
Nella Valle di Elah migliaia di giovani statunitensi vanno a combattere una
guerra complicata, una guerra spiazzante, senza nemici ma piena di orrori,
in una terra dove tutti i riferimenti etici all’improvviso sono scardinati,
ed una vita vale come una risata e l’agonia è solo un interessante soggetto
per riprese amatoriali con il cellulare. Nella Valle di Elah un orgoglioso
padre americano, ex poliziotto militare in pensione, un impressionante Tommy
Lee Jones, va in cerca di notizie del figlio, disperso al rientro dall’Iraq,
e si scontra con l’Esercito USA-Golia, con la difficoltà di reperire
notizie, e con l’idea martellante che ci sia qualcosa di orribile dietro
quel muro di gomma.
Il film si dipana con meccanismi impeccabili, tra i flashback iracheni via
web, gli aneddoti allucinati dei commilitoni, il mutevole rapporto umano tra
Hank Deerfield (TL Jones) e l’ispettore che lo aiuta e che lui aiuta a sua
volta nell’indagine privata: il razzismo, il nazionalismo, il patriottismo,
il rapporto tra civili e militari, la famiglia, la corruzione sono tutti
elementi che si incastrano tra loro e combaciano con una folta schiera di
personaggi per i quali buoni e cattivi sono etichette senza valore. Tutti
sono solamente umani.
Così seguiamo il vecchio Hank in questo faticoso cammino: man mano vede la
guerra con occhi diversi, così come con occhi diversi è costretto a vedere
il figlio perduto, allegramente soprannominato “doc” in Iraq dai compagni;
man mano la sua postura si fa sempre più curva, il volto più scavato, la
determinazione più appuntita, mentre il suo letto della stanza di motel, che
all’inizio sistemava con precisione militare, inizia essere sempre più
scompigliato con il susseguirsi delle scene. Paul Haggis, sceneggiatore di
successo e regista di Crash, ha il merito di aver orchestrato la trama senza
smagliature e di aver diretto perfettamente il cast (perfetta la scelta
insolita di S. Sarandon in un ruolo marginale in termini di minuti in scena,
giusto un paio, ma primario in termini emotivi), e confeziona una pellicola
che non lascia spazio a nessuna critica formale, ma che forse raggiunge il
bersaglio troppo facilmente, cavalcando l’onda di un disagio fortissimo
negli USA così come in tutto il mondo
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