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Periodico dell'Associazione Culturale


ATTUALITA' - TEMPO LIBERO  

Nella valle di Elah

 
 
 di Andrea Versace
8 Febbraio 2008
 

Nella Valle di Elah il giovane Davide sconfisse il gigante Golia, il campione dei Filistei che terrorizzava il suo popolo. A Davide tremavano le ginocchia mentre compiva la sua impresa? O il Signore gli aveva dato la tranquillità suprema per puntare la sua fionda con mano di pietra? Questo non è dato saperlo, e non è forse neanche tanto importante.

Nella Valle di Elah migliaia di giovani statunitensi vanno a combattere una guerra complicata, una guerra spiazzante, senza nemici ma piena di orrori, in una terra dove tutti i riferimenti etici all’improvviso sono scardinati, ed una vita vale come una risata e l’agonia è solo un interessante soggetto per riprese amatoriali con il cellulare. Nella Valle di Elah un orgoglioso padre americano, ex poliziotto militare in pensione, un impressionante Tommy Lee Jones, va in cerca di notizie del figlio, disperso al rientro dall’Iraq, e si scontra con l’Esercito USA-Golia, con la difficoltà di reperire notizie, e con l’idea martellante che ci sia qualcosa di orribile dietro quel muro di gomma.
Il film si dipana con meccanismi impeccabili, tra i flashback iracheni via web, gli aneddoti allucinati dei commilitoni, il mutevole rapporto umano tra Hank Deerfield (TL Jones) e l’ispettore che lo aiuta e che lui aiuta a sua volta nell’indagine privata: il razzismo, il nazionalismo, il patriottismo, il rapporto tra civili e militari, la famiglia, la corruzione sono tutti elementi che si incastrano tra loro e combaciano con una folta schiera di personaggi per i quali buoni e cattivi sono etichette senza valore. Tutti sono solamente umani.

Così seguiamo il vecchio Hank in questo faticoso cammino: man mano vede la guerra con occhi diversi, così come con occhi diversi è costretto a vedere il figlio perduto, allegramente soprannominato “doc” in Iraq dai compagni; man mano la sua postura si fa sempre più curva, il volto più scavato, la determinazione più appuntita, mentre il suo letto della stanza di motel, che all’inizio sistemava con precisione militare, inizia essere sempre più scompigliato con il susseguirsi delle scene. Paul Haggis, sceneggiatore di successo e regista di Crash, ha il merito di aver orchestrato la trama senza smagliature e di aver diretto perfettamente il cast (perfetta la scelta insolita di S. Sarandon in un ruolo marginale in termini di minuti in scena, giusto un paio, ma primario in termini emotivi), e confeziona una pellicola che non lascia spazio a nessuna critica formale, ma che forse raggiunge il bersaglio troppo facilmente, cavalcando l’onda di un disagio fortissimo negli USA così come in tutto il mondo 
 

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