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Una giovane ricercatrice,
Sara Frost, dedica tutte le sue energie allo studio ed alla ricerca di
lettere d’amore scritte da Charlotte Bronte. Tramite poche righe
sopravvissute all’animo amaro del marito della scrittrice, Arthur Nicholls,
Sara ricostruisce quello che forse fu l’unico evento che Charlotte visse con
gioia: l’amore per il professor Heger, uomo sposato che dopo aver mostrato
interesse per la sorella Bronte, allora governante in casa sua, si trovò
costretto ad allontanarla, fisicamente e non solo.
Allo stesso modo, Sara deve affrontare i risvolti di un’altra relazione,
quella tra lei e Paul. Conosciutisi al college e conviventi da anni, i due
contavano i giorni che mancavano alle loro nozze, finché Claire Vigee,
“personaggio letterario del momento”, decise che per i due sarebbe stato
meglio separarsi.
Nel suo primo romanzo “L’amore non basta mai”, Jennifer Vandever lascia
correre il treno dell’“Amore vissuto al femminile”su rotaie parallele seppur
separate da duecento anni. Charlotte Bronte, donna che ha costantemente
avuto a che fare con la morte e la solitudine dell’anima, decisasi a vivere
come “grande amore” il solo che non le fu ricambiato. Sara, ragazza della
vita volutamente statica decide di mandarla alla deriva convinta che la
perdita di Paul era la perdita dell’amore stesso.
Con uno stile semplice e descrittivo, Jennifer Vandever, laureata in cinema
alla Colunbia University, riesce a portare gli occhi del lettore accanto
alla scrivania dove Charlotte scriveva le sue lettere; ed allo stesso modo
lo porta a New York e Parigi dove Sara si consola nei modi forse più
sbagliati dell’assenza di Paul...
E da questo paragone un po’ astratto la scrittrice ci porta a chiederci:
quanto spazio è lecito concedere al romanticismo nella vita di tutti i
giorni? Quand’è che i sogni ed i desideri si trasformano in precisi limiti
in cui cerchiamo di far rientrare tutto e tutti, a costo di sacrificare la
nostra gioia in uno schema delineato a priori? Forse, come nelle pagine del
libro sostiene il personaggio di Claire, o come forse nella vita disse
Samuel Beckett, basterebbe capire che non occorre rendere tutto una storia,
volere una storia tutta per se stessi, soprattutto laddove basta già di per
sé la vita.
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