Dovessi trovare un punto di
contatto tra le testimonianze rese da Fabio Capello e Manuela Di Centa, nei
loro interventi al III Convegno Nazionale "il Circolo Giovani", lo
focalizzerei nel concetto di "identità". In un Paese dove lo sport è visto
da molti come aberrazione della cultura se non proprio come non-cultura, i
due rappresentanti del mondo a cinque cerchi hanno impartito una severa, per
quanto emotiva, lezione. È difficile non cadere in una retorica da populismo
spiccio, ma è ancor più complicato immaginare il sergente di ferro Capello
commuoversi, tra gli scroscianti applausi della platea, dinanzi a vecchi e
ingialliti ricordi di gioventù tinti dall'azzurro della maglia più amata. La
gioventù di Capello, come quella della Di Centa, non ha vissuto di proclami
e battaglie d'idee dai più definiti "cultura", non è stata suggellata dai
crismi dell'utopia che tutto promette senza render conto dei suoi miseri
fallimenti. L'essere giovani di questi massimi rappresentanti di un'altra
Italia è stato il mettersi al servizio di un'intera Nazione troppe volte
divisa in schiere di profeti avversi. Ci sarà un motivo perché le uniche
occasioni in cui l'Italia si sente Italia, senza alcun bisogno di aggettivi
di appartenenza politica, è in occasione dei grandi eventi dello sport.
Forse la risposta è in quegli anni lontani da casa a lottare per emergere,
in quelle ore passate a piangere per la fatica, in quegli effimeri momenti
di gloria da condividere con un intero Paese che i tanti Capello e Di Centa
hanno donato alla nostra collettività. In un Paese spaccato dove
l'intellighenzia culturale dominante disprezza e odia il comune senso del
vivere popolare, mi chiedo se sia ancora giusto definire lo sport "carne da
macello per nuovi spettacoli gladiatori". I tanti che credono di possedere
le somme chiavi della verità, si ricordano del quesito posto centocinquant'anni
fa da D'Azeglio? Beh, credo che oltre a milioni di pagine di "Cultura" anche
Emanuela Di Centa con le sue medaglie e Capello con i suoi allori abbiano
fatto molto per fare dell'Italia la terra degli "Italiani".
Se per cultura si intende un "concetto astratto estremamente vago e
soggettivo che indica generalmente l'insieme delle variabili storiche,
linguistiche, sociali e di costume che costituiscono la base comune di ogni
aspetto della vita di una comunità o collettività", credo che le lacrime di
uno che ha dato la sua giovinezza nel rappresentare il suo popolo valgano
più di mille proclami.
Riferendomi dunque alla proposta presentata anni or sono dall'onorevole
Pivetti, allora perché non inserire anche lo sport nel dettato dell'Art. 32
della nostra Costituzione a somma rappresentazione culturale insieme ad Arte
e Scienza?
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