|
Quentin
Tarantino torna sugli schermi ed è di nuovo l’apoteosi del nulla, ma con
stile.
Death proof, che nella versione originale di Grindhouse è accompagnato da un
secondo racconto intitolato “Planet terror” e diretto da Robert Rodriguez
insieme a Eli Roth, Rob Zombie e Edgard Wright, è un inno ai B-movie e alle
serie televisive degli anni ’70-’80, pieno zeppo di citazioni e rimandi e
assolutamente inconsistente per quanto riguarda i contenuti.
Ormai si può dire senza timore di essere smentiti che Tarantino si sia
specializzato in un tipo di cinematografia che basa tutta la propria essenza
sulla forma, la superficie e il puro intrattenimento.
Dalla visione di Grindhouse, se non ci si aspettava di dover cogliere
messaggi dal senso profondo, si esce assolutamente soddisfatti e divertiti,
perché di fatto si tratta di un film assurdo e con una storia di una
semplicità disarmante, ma con uno stile assolutamente indiscutibile.
Senza scendere nei dettagli, la storia si sviluppa su due episodi le cui
premesse sono analoghe: 2 gruppi di ragazze vengono prese di mira da un
maniaco omicida che risponde al nome di “Stuntman Mike” (interpretato da uno
spassoso Kurt Russell), il quale, alla guida di una macchina “a prova di
morte”, prova un gran gusto nel provocare incidenti mortali (per gli altri).
I due episodi hanno conclusioni profondamente diverse, ma sono
caratterizzati entrambi da due componenti: i lunghissimi dialoghi fra donne,
spesso dalla coerenza quantomeno discutibile, in parte divertenti, in parte
un po’ superflui; le scene in macchina, che nel secondo episodio sono
preponderanti.
“Impreziosiscono” quest’opera tutta una serie di artifici tecnici: l’uso di
pellicole graffiate, i finti errori di montaggio, il passaggio dal bianco e
nero al colore… Tutti rimandi a quel grindhouse, il cinema in cui venivano
proiettati più spettacoli di seconda scelta al prezzo di un unico biglietto,
che dà il nome alla pellicola.
Come detto il film è strapieno di citazioni e rimandi a film, serie tv, show
televisivi, attori, attrici, gruppi musicali…Coglierli tutti potrebbe essere
un bel passatempo dalla durata imprecisabile.
Eccettuato il buon Kurt Russell, che in un paio di scene è assolutamente
spassoso, e un cameo dello stesso Tarantino, la maggior parte del cast
principale è declinato al femminile, e annovera fra le altre Sydney Tamiia
Poitier, Vanessa Ferlito (della quale rimarrà in mente la lap dance…) e
Rosario Dawson, tutte splendide ragazze, che contribuiscono a catturare gli
sguardi degli spettatori, quanto meno per la componente maschile.
Fra i protagonisti bisognerebbe inserire anche le automobili, tutte muscle
car della migliore tradizione americana, che soprattutto nella seconda parte
del film la fanno da padrone.
Un’ultima considerazione riguarda la colonna sonora che, come di frequente
accade con i film di Tarantino, è assolutamente coerente con il contesto e
davvero molto valida. Un paio di temi restano impressi nella memoria e
all’uscita è probabile che fischietterete il motivo della colonna sonora dei
titoli di coda.
Insomma un film di assoluto ed esclusivo intrattenimento, che lascia il
tempo che trova ma non fa rimpiangere l’ora e cinquanta spesa a guardarlo.
|