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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
Grindhouse: deathproof
 
 
di Roberto Semprebene
r.semprebene@liberamenteonline.org
8 Giugno 2007
 

Quentin Tarantino torna sugli schermi ed è di nuovo l’apoteosi del nulla, ma con stile.
Death proof, che nella versione originale di Grindhouse è accompagnato da un secondo racconto intitolato “Planet terror” e diretto da Robert Rodriguez insieme a Eli Roth, Rob Zombie e Edgard Wright, è un inno ai B-movie e alle serie televisive degli anni ’70-’80, pieno zeppo di citazioni e rimandi e assolutamente inconsistente per quanto riguarda i contenuti.
Ormai si può dire senza timore di essere smentiti che Tarantino si sia specializzato in un tipo di cinematografia che basa tutta la propria essenza sulla forma, la superficie e il puro intrattenimento.
Dalla visione di Grindhouse, se non ci si aspettava di dover cogliere messaggi dal senso profondo, si esce assolutamente soddisfatti e divertiti, perché di fatto si tratta di un film assurdo e con una storia di una semplicità disarmante, ma con uno stile assolutamente indiscutibile.
Senza scendere nei dettagli, la storia si sviluppa su due episodi le cui premesse sono analoghe: 2 gruppi di ragazze vengono prese di mira da un maniaco omicida che risponde al nome di “Stuntman Mike” (interpretato da uno spassoso Kurt Russell), il quale, alla guida di una macchina “a prova di morte”, prova un gran gusto nel provocare incidenti mortali (per gli altri).
I due episodi hanno conclusioni profondamente diverse, ma sono caratterizzati entrambi da due componenti: i lunghissimi dialoghi fra donne, spesso dalla coerenza quantomeno discutibile, in parte divertenti, in parte un po’ superflui; le scene in macchina, che nel secondo episodio sono preponderanti.
“Impreziosiscono” quest’opera tutta una serie di artifici tecnici: l’uso di pellicole graffiate, i finti errori di montaggio, il passaggio dal bianco e nero al colore… Tutti rimandi a quel grindhouse, il cinema in cui venivano proiettati più spettacoli di seconda scelta al prezzo di un unico biglietto, che dà il nome alla pellicola.
Come detto il film è strapieno di citazioni e rimandi a film, serie tv, show televisivi, attori, attrici, gruppi musicali…Coglierli tutti potrebbe essere un bel passatempo dalla durata imprecisabile.
Eccettuato il buon Kurt Russell, che in un paio di scene è assolutamente spassoso, e un cameo dello stesso Tarantino, la maggior parte del cast principale è declinato al femminile, e annovera fra le altre Sydney Tamiia Poitier, Vanessa Ferlito (della quale rimarrà in mente la lap dance…) e Rosario Dawson, tutte splendide ragazze, che contribuiscono a catturare gli sguardi degli spettatori, quanto meno per la componente maschile.
Fra i protagonisti bisognerebbe inserire anche le automobili, tutte muscle car della migliore tradizione americana, che soprattutto nella seconda parte del film la fanno da padrone.
Un’ultima considerazione riguarda la colonna sonora che, come di frequente accade con i film di Tarantino, è assolutamente coerente con il contesto e davvero molto valida. Un paio di temi restano impressi nella memoria e all’uscita è probabile che fischietterete il motivo della colonna sonora dei titoli di coda.
Insomma un film di assoluto ed esclusivo intrattenimento, che lascia il tempo che trova ma non fa rimpiangere l’ora e cinquanta spesa a guardarlo.
 


 

 

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