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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
300 spartani contro chiunque
 
 
di Guido Brescia
 
5 Marzo 2007
 

Devo dire che mi è molto difficile recensire con occhio freddo 300. 300 è un film da prendere con le molle. Il rischio di farsi prendere dall’impeto ideologico del “pro o contro” è molto facile.
D’altra parte parlare di un film che ha subito da parte del governo iraniano il veto, che è stato campione d’incassi negli US, e che è stato accolto alla prima di Berlino con freddezza da buona parte della stampa e della critica, già mostra quanto ci si stia addentrando in un terreno rischioso.

Ma prima di disperderci in inutili considerazioni sul peso politico del film, parliamo del film. E’ la storia dell’impresa di re Leonida, signore di Sparta, e dei suoi trecento uomini scelti che per giorni nella strettoia delle Termopili nel 480a.C. riuscirono a bloccare l’esercito di oltre 200000 uomini del re di Persia Serse che cercava di invadere l’Ellade, dove suo padre Dario aveva fallito.

300 è la trasposizione filmica sostanzialmente fedele del graphic novel di Frank Miller, illustre disegnatore statunitense, che ha curato le tavole oltre che di 300, di Sin City (altro suo lavoro portato al cinema, con un cameo alla regia di Tarantino) e dell’ultima incarnazione dark di Batman, “Dark Knight” (dalla quale furono pesantemente influenzati i primi due cupi e tenebrosi film della serie diretti da Tim Burton, nonché l’ultimo Barman Begins di Christopher Nolan).

L’arte visionaria di Frank Miller è resa oltre ogni immaginabile aspettativa. Le scelte di fotografia esaltano al massimo i colori cupi: l’ocra, il blu, il nero. Spicca solo il rosso sempre più sporco dei mantelli degli spartani. Le scelte di montaggio e di regia sono arditissime. Cinetica pura, estasi visiva in ogni movimento: gli spartani, sia in formazione che in lotta, compiono coreografie perfette. Il sangue e la violenza non viene nemmeno sottolineati in maniera eccessiva, riducendosi ad un puro artifizio scenico che non permane sulla retina dello spettatore alla ricerca di truculenza fine a se stessa. La violenza e la forza vera, quella brutale e inquietante, emerge solo alla fine degli scontri, con urli ferini dei vittoriosi eroi.
Un discorso a parte meritano le pesanti tecniche digitali adottate per la produzione dell’immagine nel film. In molti le hanno definite roba da videogioco, roba da Playstation. Errore massimo, che solo chi è estraneo alla attuale Playstation generation può compiere, assimilando insieme ambiti inconciliabili. Si tratta di acquerelli su una tela, di schizzi feroci e delicati al tempo stesso. Nulla a che vedere con i freddi poligoni tridimensionali della potenza tecnica moderna. In alcune inquadrature la sensazione di trovarsi di fronte ad un bozzetto o ad un dipinto è impressionante. Si tratta di un nuovo livello figurativo che partendo dalle basi tecniche di Sin City giunge a nuove vette. Le tecniche digitali diventano mezzo di espressione più che di arricchimento. Non siamo di fronte ad uno dei nuovi Star Wars, in cui le luci accecanti in quantità esorbitante sopperiscono alle carenze della pellicola. Siamo di fronte ad un utilizzo dell’immagine perfettamente funzionale alla storia in sé, in cui il colore esprime l’atmosfera in maniera del tutto innovativa.

La premessa è dunque di un lavoro prettamente proveniente dal mondo del fantastico, quale è quello del fumetto. Chi si aspetta ricostruzioni storiche accurate, è meglio che perda qualsiasi illusione. Pur tuttavia, nel fondo del film emerge comunque un’ispirazione profondamente storica, e profondamente fedele al vero, nel senso di radici profonde che emergono. La voce narrante o talvolta anche i protagonisti citano fedelmente interi passi di Erodoto, il grande storico greco, o frasi ormai note della tradizione spartana: “Spartano, torna col tuo scudo o sopra di esso”. Tornano quindi esaltati dallo specchio deformante del fumetto quei concetti base della vita di Sparta: l’educazione violenta dei fanciulli e le Agoghee; le donne spartane, madri dal carattere forte ancora legato all’antica forma matriarcale; gli uomini votati alla gloria, intesa come morte sul campo di battaglia senza risparmiarsi; le tattiche militari della falange spartana con le sue azioni di attacco e rapida copertura.

A voler cercare i difetti dal punto di vista del realismo storico, sarebbe facile. Abbondano in ogni dove, e enumerarli tutte sarebbe semplicemente tedioso e inutile. Quel che però colpisce è che in un “fumettone-americanata”, come spregiativamente potrebbe essere definito, emergano per contro tante e tali fedeltà a quel “sentire Sparta” che risultano inconsuete per il genere. Quanto più, infatti, un’opera di intrattenimento si spinge verso l’eccesso, tanto più emergono veementemente nello spettatore delle contingenze col vero storico. Mentre, per contrario, tanto più un opera tende al iperrealismo, tanto più emergeranno le sue differenze col vero storico.

In molti tra i critici e i giornalisti hanno fortemente criticato 300 per il suo mondo bipolare, in cui il nemico, il persiano, è sempre deforme, lascivo, mostruoso, subnormale, cupo, corruttore, mentre dall’altra parte l’eroe spartano è quasi ossessionato dalla sete di sangue e di vittoria, di distruzione, con la mente accecata da sogni di gloria e di patria. Ma nessuno ha considerato, a mio avviso, due aspetti: le prime sequenze del film, e il senso palese del film.

Quando nelle prime sequenze del film si mostra subito la selezione delle nascite adottata a Sparta, per la quale i neonati deformi o malsani venivano scartati ed uccisi, il film immediatamente ricorda che non si sta parlando di questioni morali attinenti al nostro senso comune. Si tratta di una rappresentazione, eccessiva e sopra le righe, di un tempo e di una società che aveva le sue tradizioni, esecrabili o meno, ma che comunque le inglobava in un proprio codice morale. Da un lato dunque si traccia una linea profonda che separa il mondo odierno da Sparta, dall’altro si spiega che comunque si trattava di un mondo morale. Dotato di una moralità diversa, ma comunque con un suo senso. Allo spettatore non deve spettare il giudizio morale su Sparta. Allo spettatore si richiede di assistere a quello che, nella visione di Miller e dell’esordiente regista Zack Snyder, è il complesso della morale spartana.

Sparta, ferina e brutale, guerresca e indomita, non è completamente avulsa dal sentimento. Anzi, una base dell’addestramento di Leonida a suo figlio è appunto il binomio “Gloria e Amore”.
Sparta ha regole dure. Ma ha anche valori incrollabili. Nella moderna società aperta, gli estremismi di Sparta sarebbero inaccettabili. Ma nel mondo antico avevano comunque un senso. E il sentirsi “popolo libero dei Greci” era comune tanto agli Ateniesi quanto agli Spartani. Inoltre, oltre le maschere scolpite nel bronzo dei 300 spartani indomabili, è facile cogliere negli sguardi quel senso di impotenza di fronte agli Dei, cogliere quanto siano costretti ad accettare la Gloria suprema in quanto unica alternativa. Dalle crepe nel granito della loro violenza, emerge persistente la disperazione per il futuro e il dolore per il presente. L’unica risposta che però sanno darsi è quella di combattere. Sparta non ammette altro.

All’opposto, la caratterizzazione estrema e semplicistica del nemico persiano, è facilmente intuibile: il film si presenta come storia narrata dell’impresa delle Termopili. Come una storia da tramandare e che di bocca in bocca diviene una leggenda. E come tutte le leggende, è destinata a finire nei racconti dei vecchi per i bambini che si addormentano. Esecrare la scelta di rappresentare il nemico mostruosamente rappresenta la doppiezza nel pensiero del critico. Sarebbe come fare dietrologia sul perché “l’uomo nero” è l’uomo nero. Sul perché i valori spartani vengono esaltati all’eccesso mentre il mondo persiano viene denigrato in ogni possibile modo in una favola cupa per i bambini spartani.

300 non è un’analisi storica dello scontro tra oriente ed occidente e non vuole esserlo. E’ la raffigurazione allegorica di due mondi che si scontrano, di due morali avverse e inconciliabili, di un invasore che viene scacciato. Che poi oggi, nella situazione attuale, sia possibile in qualche modo per l’Occidente immedesimarsi in Sparta e per l’Iran immedesimarsi in Persia, è possibile. Ma sarebbe possibile anche il reciproco, se si escludono alcuni momenti della pellicola che rendono assolutamente inconciliabile Sparta con l’Islam o la Persia con L’Occidente.

Il bando dell’Iran alla pellicola e l’alzata di scudi della critica europea contro 300 sfiorano il ridicolo. Anzitutto, i persiani di 2500 anni fa non erano assolutamente gli Ayatollah del 2007. Così come i Marines non sono i 300 di Leonida. E’ l’occhio dell’osservatore che coglie ciò che vuol vedere. Quando nel 1998 fu pubblicato il volume, nessuno gridò allo scontro di civiltà. Se si vuol cogliere nel film un esplicito invito alla lotta senza quartiere verso l’Islam, ben venga, chi cerca trova ed è libero di cercare e trovare qualsiasi senso possibile. E di condividere l’invito o meno.

Ma questo è cinema di intrattenimento. Lasciate da parte i commenti, affidatevi con la mente aperta ad un’opera che può avere un fascino al prescindere dal commento politico. La magia del cinema, e del cinema fantastico in particolare, non è nelle contingenze storiche o politiche con l’attuale. E’ nella capacità di saper portare le menti che lo desiderano verso nuovi mondi. Il gioco del bambino è la massima espressione che dovrebbe raggiungere un prodotto di intrattenimento. Non con stupidità fine a se stessa, con infantilismo. Ma con quella capacità di trascinare il pubblico per due ore ininterrotte in un mondo magari assurdo e irreale, ma coeso in sé e credibile dal suo interno.
Sedersi su una poltrona di un cinema aspettandosi di trovare di fronte una lezione di storia o di politica è denigrante per il cinema come arte e per il critico come spettatore.

300 è e resta un ottimo film di intrattenimento, con un forte senso interno alla pellicola, una regia all’altezza, un impatto visivo devastante, e un profondo sentimento di malinconia.
Citando Sergio Leone quando definiva il suo cinema come “l’ingenuità del bambino con gli occhi di un adulto”, sarebbe meglio ricordarsi che il cinema è nato come fantasia e immaginazione, e che segregarlo nella gabbia della ragione e dell’ideologia è semplicemente stupido.


 

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