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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
Solo due ore
 
 
di Roberto Semprebene
r.semprebene@liberamenteonline.org
5 aprile 2006
 

Atteso, almeno dal sottoscritto, per il ritorno di Bruce Willis sul grande schermo in un ruolo che è il suo di diritto, nonché per la regia di Richard “Arma Letale”Donner, questo film non delude le attese, ma nemmeno fa gridare al miracolo. Andiamo però con ordine.
La storia di “Solo due ore” vede come protagonisti un detective soprappeso, claudicante e alcolizzato (Willis) e un detenuto di colore (Mos Def), caratterizzato da un’agile parlantina e dalla volontà di aprire una pasticceria a Seattle. I due si ritrovano loro malgrado insieme nel momento in cui al primo viene assegnato il compito di scortare il secondo al tribunale, dove è atteso in qualità di testimone oculare in un gran giurì che rischia di far saltare più di una testa nel XIV distretto di polizia di New York. Queste premesse rendono facile intuire quale sarà il dipanarsi del racconto, che ci presenterà una squadra di poliziotti come antagonisti, con tutte le difficoltà che questo comporterà per i due protagonisti. Difficoltà aggravate dal cronometro, perché i nostri hanno anche uno stretto limite di tempo per raggiungere il tribunale, il che rende i soli sedici isolati da percorrere una distanza tutt’altro che semplice.
Il film scorre piuttosto agevolmente e cattura l’attenzione, sebbene qua e là si sarebbe potuta curare un minimo meglio la sceneggiatura e in due momenti ho avuto l’impressione che il racconto avrebbe potuto interrompersi degnamente o svilupparsi in altra maniera rispetto a quella, comunque valida, che è stata adottata. Ad ogni modo, il ritmo è garantito dalla suspance e da alcuni interessanti colpi di scena e il carisma di Bruce Willis è sempre una garanzia. A tal riguardo è interessante rilevare come l’attore interpreti perfettamente un ruolo, che è sì il suo ormai per istituzione, ma che presenta delle caratteristiche nuove rispetto al solito: innanzitutto troviamo un detective in là con gli anni e decisamente fuori forma, menomato e più triste di quanto non siamo abituati. Willis interpreta un personaggio che sembra stanco di vivere, pessimista e senza la tipica ironia del Mc Clane di Die Hard, un antieroe che si fa eroe sotto i nostri occhi con il procedere della pellicola, mentre matura una decisione che darà una svolta alla sua vita e di conseguenza al film.
Ovviamente un film del genere non sarebbe completo senza un cattivo degno di tale nome, che per l’occasione è interpretato da David Morse. Ora, il personaggio in questione è più che valido per una certa parte del film, ma non convince appieno nella sua “cattiveria”, forse anche a causa della necessità di dividere il ruolo con una serie di personaggi minori che a lui fanno capo e dall’incapacità di gestire in maniera valida una situazione che lo vedrebbe largamente favorito (leggi: ci fa quasi sempre la figura dell’allocco). A sua discolpa c’è da dire che la sua situazione implica la necessità di risolvere la questione in maniera credibile rispetto alla sua immagine di poliziotto, però resta il fatto che non è un’antagonista che resti troppo nell’immaginario.
Simpatico invece è il logorroico co-protagonista (che per inciso nella versione in lingua originale si esprime rappando) che regala momenti di leggerezza, tenta di trasmettere a Willis un po’ di ottimismo insieme alla speranza che le persone possano redimersi e cambiare vita e che si rende anche protagonista di un paio di decisioni inaspettate.
Nel complesso insomma si tratta di un buon film, costruito bene, che intrattiene piacevolmente senza esaltare, ma che offre una buona prova di un Bruce Willis che, a questo punto, sembra davvero aver indagato tutte le possibilità del ruolo di poliziotto.
 

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