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Atteso, almeno dal sottoscritto, per il
ritorno di Bruce Willis sul grande schermo in un ruolo che è il suo di
diritto, nonché per la regia di Richard “Arma Letale”Donner,
questo film non delude le attese, ma nemmeno fa gridare al miracolo. Andiamo
però con ordine.
La storia di “Solo due ore” vede come protagonisti un detective soprappeso,
claudicante e alcolizzato (Willis) e un detenuto di colore (Mos Def),
caratterizzato da un’agile parlantina e dalla volontà di aprire una
pasticceria a Seattle. I due si ritrovano loro malgrado insieme nel momento
in cui al primo viene assegnato il compito di scortare il secondo al
tribunale, dove è atteso in qualità di testimone oculare in un gran giurì
che rischia di far saltare più di una testa nel XIV distretto di polizia di
New York. Queste premesse rendono facile intuire quale sarà il dipanarsi del
racconto, che ci presenterà una squadra di poliziotti come antagonisti, con
tutte le difficoltà che questo comporterà per i due protagonisti. Difficoltà
aggravate dal cronometro, perché i nostri hanno anche uno stretto limite di
tempo per raggiungere il tribunale, il che rende i soli sedici isolati da
percorrere una distanza tutt’altro che semplice.
Il film scorre piuttosto agevolmente e cattura l’attenzione, sebbene qua e
là si sarebbe potuta curare un minimo meglio la sceneggiatura e in due
momenti ho avuto l’impressione che il racconto avrebbe potuto interrompersi
degnamente o svilupparsi in altra maniera rispetto a quella, comunque
valida, che è stata adottata. Ad ogni modo, il ritmo è garantito dalla
suspance e da alcuni interessanti colpi di scena e il carisma di Bruce
Willis è sempre una garanzia. A tal riguardo è interessante rilevare come
l’attore interpreti perfettamente un ruolo, che è sì il suo ormai per
istituzione, ma che presenta delle caratteristiche nuove rispetto al solito:
innanzitutto troviamo un detective in là con gli anni e decisamente fuori
forma, menomato e più triste di quanto non siamo abituati. Willis interpreta
un personaggio che sembra stanco di vivere, pessimista e senza la tipica
ironia del Mc Clane di Die Hard, un antieroe che si fa eroe sotto i nostri
occhi con il procedere della pellicola, mentre matura una decisione che darà
una svolta alla sua vita e di conseguenza al film.
Ovviamente un film del genere non sarebbe completo senza un cattivo degno di
tale nome, che per l’occasione è interpretato da David Morse. Ora, il
personaggio in questione è più che valido per una certa parte del film, ma
non convince appieno nella sua “cattiveria”, forse anche a causa della
necessità di dividere il ruolo con una serie di personaggi minori che a lui
fanno capo e dall’incapacità di gestire in maniera valida una situazione che
lo vedrebbe largamente favorito (leggi: ci fa quasi sempre la figura
dell’allocco). A sua discolpa c’è da dire che la sua situazione implica la
necessità di risolvere la questione in maniera credibile rispetto alla sua
immagine di poliziotto, però resta il fatto che non è un’antagonista che
resti troppo nell’immaginario.
Simpatico invece è il logorroico co-protagonista (che per inciso nella
versione in lingua originale si esprime rappando) che regala momenti di
leggerezza, tenta di trasmettere a Willis un po’ di ottimismo insieme
alla
speranza che le persone possano redimersi e cambiare vita e che si rende
anche protagonista di un paio di decisioni inaspettate.
Nel complesso insomma si tratta di un buon film, costruito bene, che
intrattiene piacevolmente senza esaltare, ma che offre una buona prova di un
Bruce Willis che, a questo punto, sembra davvero aver indagato tutte le
possibilità del ruolo di poliziotto.
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