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Spike Lee torna sul grande schermo firmando
un gran bel thriller, splendidamente interpretato da Denzel Washington,
Clive Owen e Jodie Foster.
Inside Man è un film di grande efficacia, ben costruito, con una storia
scritta con molta attenzione e in grado di catalizzare l’interesse dello
spettatore dall’inizio alla fine.
La storia si svolge a New York, dove un manipolo di criminali, guidato da un
grande Clive Owen, occupa la filiale di una grande banca e prende in
ostaggio impiegati e clienti, in quella che appare fin dall’inizio come una
rapina studiata con molta attenzione.
Ovviamente non ci vuole molto perché la banca sia circondata dalle forze del
NYPD, sotto il comando del capitano Darius (Willem Dafoe). Essendoci in
ballo degli ostaggi è ovviamente necessario chiamare un negoziatore e, dato
che il migliore è in ferie (per davvero, non è una mia aggiunta!) ecco che
Denzel Washington, nei panni del detective Frazier, ha la sua grande
occasione per ottenere una promozione.
I rapinatori/sequestratori non appaiono però particolarmente inclini ad
avviare trattative e sembrano essere molto interessati ad una cassetta di
sicurezza in particolare, una cassetta che è la principale preoccupazione
del presidente della banca, che non esiterebbe ad accordarsi con i
rapinatori per preservarne la segretezza, affidando la mediazione
dell’eventuale accordo all’intermediaria senza scrupoli interpretata da
Jodie Foster.
Mi trovo a questo punto in una situazione antipatica, perché, non volendo
svelare troppo della trama, preferisco fermarmi qui, lasciando a voi il
compito di scoprire quale sarà il ruolo effettivo della Foster, quali sono
le vere intenzioni di Clive Owen e se e come Washington risolverà la
situazione. L’unica cosa che vi posso dire senza timori è di fare molta
attenzione a quello che Owen dice proprio all’inizio del film…
Al di là della storia, questo film è un successo anche sotto tutti gli altri
aspetti, regia, montaggio, soluzioni tecniche (in particolare c’è un momento
in cui si dà l’idea dello spegnimento delle telecamere “spegnendo”
letteralmente lo schermo…Geniale!), accompagnamento musicale, ironia e
frecciatine (spettacolare quella contro 50Cent). Oltre a quanto detto fino
ad ora è interessante rilevare come Lee riesca anche ad inserire delle
riflessioni sulla multietnicità di New York, dove è davvero possibile
trovare persone originarie di ogni parte del mondo, i giochi e i riferimenti
ironici agli stereotipi razziali/nazionali e dei velati accenni anche al
ricordo dell’undici settembre.
L’unico appunto che sarebbe forse possibile muovergli è una certa lentezza
nel procedere, ma più che altro è una sorta di distensione del racconto, che
è anche una caratteristica del modo di raccontare di Spike Lee, basti
pensare a “La 25ora” o a “Malcolm X”, per fare qualche esempio.
Insomma, se non fosse emerso chiaramente in quanto scritto sopra, è un film
fortemente consigliato, del quale fra l’altro quasi mi dispiace non poter
dire di più, ma se fossi io a leggere queste righe avendo in mente di
andarlo a vedere ogni ulteriore approfondimento mi sembrerebbe eccessivo.
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