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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
Prova a incastrarmi
 
 
di Roberto Semprebene
r.semprebene@liberamenteonline.org
21 marzo 2006
 

Il nuovo film di Sidney Lumet è il racconto del più lungo processo per mafia degli Stati Uniti, iniziato nel 1987 e conclusosi, ma non vi dico in che modo, solo dopo 627 giorni. La vicenda è raccontata focalizzando l’attenzione sulla figura di Jackie Di Norscio, membro della “famiglia” Lucchesi e già condannato a 30 anni per spaccio di stupefacenti, interpretato per l’occasione da un Vin Diesel abbastanza convincente, per quanto capelluto e appesantito come mai ci saremmo aspettati di vederlo.
Il film non è soltanto ispirato ai fatti, ma riporta spesso, come specificato all’inizio del film, le effettive trascrizioni di quanto durante il processo venne detto e fatto - e di cose singolari ne accaddero, particolarmente se pensiamo che, in un processo in cui venne processata l’intera gang dei Lucchesi, con venti avvocati difensori, Di Norscio scelse di rappresentare sé stesso, pur non avendo alcun titolo se non la licenza elementare!
La particolarità di questo film sta nel fatto che gli accusati da una parte risultano essere assolutamente colpevoli di reati tutt’altro che secondari, che vanno dall’estorsione all’omicidio passando per lo spaccio e la prostituzione, dall’altra però vengono descritti in maniera simpatica, a volte commovente, tanto da indurre a sperare che in fondo se la cavino! Se a questo si aggiunge che il pubblico ministero viene descritto come una specie di inquisitore per il quale ogni mezzo è lecito pur di sbattere gli imputati in galera, ci si trova un po’ spaesati, a chiedersi davvero cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. In questo sicuramente si può ritrovare l’impronta di Lumet, che si è sempre distinto per la critica serrata alla violenza e alla corruzione del sistema giudiziario americano, ma in questo caso la critica sembra essere mal indirizzata, paradossale: i “cattivi” sono dichiaratamente tali, seppur simpatici (e non tutti lo sono davvero, anzi). C’è un’altra possibile interpretazione da dare, che però sposta solo la critica dall’apparato giudiziario alla società americana nel suo complesso: nessuno è davvero “buono”, tutti hanno i loro lati oscuri, ma quel che davvero conta nella società moderna è come si appare e null’altro. Se si è simpatici, se si riesce a far ridere la corte, si può sempre sperare di farla franca, a prescindere dalla propria colpevolezza, oppure si può risultare antipatici pur avendo le migliori intenzioni e battendosi per la giustizia.
Lumet sembra domandarsi se sia così e ci coinvolge direttamente, lo chiede anche a noi, attraverso un efficace espediente di ripresa: quando gli avvocati e il protagonista si rivolgono alla giuria per fare le proprie arringhe la cinepresa li inquadra come se fosse in mezzo alla giuria, ponendo di conseguenza noi fra i giurati. In tale circostanza sono bravi anche gli attori a guardare solo saltuariamente in camera, come se si stessero appunto rivolgendo a noi e a quanti ci sono vicini, nel tentativo di coinvolgerci a loro favore. A questo punto, a prescindere da come finirà il film, sta a noi chiederci se la simpatia che possiamo provare per le vicende umane degli imputati debba avere peso nello stabilire la loro colpevolezza: ognuno è libero di dare la propria risposta.

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