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Il nuovo film di Sidney Lumet è il racconto del più lungo processo per
mafia degli Stati Uniti, iniziato nel 1987 e conclusosi, ma non vi dico in
che modo, solo dopo 627 giorni. La vicenda è raccontata focalizzando
l’attenzione sulla figura di Jackie Di Norscio, membro della “famiglia”
Lucchesi e già condannato a 30 anni per spaccio di stupefacenti,
interpretato per l’occasione da un Vin Diesel abbastanza convincente, per
quanto capelluto e appesantito come mai ci saremmo aspettati di vederlo.
Il film non è soltanto ispirato ai fatti, ma riporta spesso, come
specificato all’inizio del film, le effettive trascrizioni di quanto durante
il processo venne detto e fatto - e di cose singolari ne accaddero,
particolarmente se pensiamo che, in un processo in cui venne processata
l’intera gang dei Lucchesi, con venti avvocati difensori, Di Norscio scelse
di rappresentare sé stesso, pur non avendo alcun titolo se non la licenza
elementare!
La particolarità di questo film sta nel fatto che gli accusati da una parte
risultano essere assolutamente colpevoli di reati tutt’altro che secondari,
che vanno dall’estorsione all’omicidio passando per lo spaccio e la
prostituzione, dall’altra però vengono descritti in maniera simpatica, a
volte commovente, tanto da indurre a sperare che in fondo se la cavino! Se a
questo si aggiunge che il pubblico ministero viene descritto come una specie
di inquisitore per il quale ogni mezzo è lecito pur di sbattere gli imputati
in galera, ci si trova un po’ spaesati, a chiedersi davvero cosa sia giusto
e cosa sia sbagliato. In questo sicuramente si può ritrovare l’impronta di
Lumet, che si è sempre distinto per la critica serrata alla violenza e alla
corruzione del sistema giudiziario americano, ma in questo caso la critica
sembra essere mal indirizzata, paradossale: i “cattivi” sono dichiaratamente
tali, seppur simpatici (e non tutti lo sono davvero, anzi). C’è un’altra
possibile interpretazione da dare, che però sposta solo la critica
dall’apparato giudiziario alla società americana nel suo complesso: nessuno
è davvero “buono”, tutti hanno i loro lati oscuri, ma quel che davvero conta
nella società moderna è come si appare e null’altro. Se si è simpatici, se
si riesce a far ridere la corte, si può sempre sperare di farla franca, a
prescindere dalla propria colpevolezza, oppure si può risultare antipatici
pur avendo le migliori intenzioni e battendosi per la giustizia.
Lumet sembra domandarsi se sia così e ci coinvolge direttamente, lo chiede
anche a noi, attraverso un efficace espediente di ripresa: quando gli
avvocati e il protagonista si rivolgono alla giuria per fare le proprie
arringhe la cinepresa li inquadra come se fosse in mezzo alla giuria,
ponendo di conseguenza noi fra i giurati. In tale circostanza sono bravi
anche gli attori a guardare solo saltuariamente in camera, come se si
stessero appunto rivolgendo a noi e a quanti ci sono vicini, nel tentativo
di coinvolgerci a loro favore. A questo punto, a prescindere da come finirà
il film, sta a noi chiederci se la simpatia che possiamo provare per le
vicende umane degli imputati debba avere peso nello stabilire la loro
colpevolezza: ognuno è libero di dare la propria risposta. |