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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
Flags of our fathers
 
 
di Roberto Semprebene
r.semprebene@liberamenteonline.org
25 Novembre 2006
 

Il binomio Eastwood – Haggis, per l’occasione con l’appoggio in produzione di Spielberg, torna sullo schermo con un film molto atteso, che molti ipotizzano possa fare incetta di premi alla serata degli Oscar.
Premessa indispensabile è chiarire un punto: Clint Eastwood è uno dei miei registi preferiti e ho adorato Crash di Paul Haggis. Posto questo, Flags of our fathers è un bel film, ma non è nella mia opinione all’altezza di altri titoli dei due artisti di cui sopra.
La storia si svolge su diversi piani temporali, presentandoci la battaglia per la conquista di Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale, il periodo immediatamente successivo, quando i protagonisti della presa dell’isola partono “in tournee” per gli Stati Uniti al fine di promuovere l’acquisto dei buoni di guerra, indispensabili per sostenere lo sforzo bellico, e infine i giorni nostri, con il figlio di uno dei protagonisti che ricostruisce gli eventi intervistando i testimoni ancora vivi.
Il fulcro intorno al quale ruotano tutte le vicende è una celeberrima fotografia, quella dei soldati che issano la bandiera sulla cima del monte Suribachi, divenuta un simbolo dello sforzo bellico e dell’abnegazione e fedeltà alla nazione del corpo dei Marines.
Il film, sul piano storico, si propone di chiarire come andarono effettivamente i fatti, facendo luce su tutti quegli aspetti rimasti dubbi, come l’idea che la foto fosse stata “costruita a tavolino” o chi fossero effettivamente i soldati in essa ritratti. Ma al di là del valore per così dire documentario, Flags of our fathers è soprattutto una lucida denuncia della guerra e della strumentalizzazione politica ed economica delle vicende umane che ad essa sono legate, ma anche una storia di amicizia e un tributo, a tratti forse un po’ troppo lirico e retorico, che Eastwood paga alla memoria di chi è caduto per gli ideali della patria e della libertà… In questo film i soldati non sono certo guerrieri senza macchia e senza paura, non sono necessariamente degli eroi, sono, per usare le parole di uno dei protagonisti, degli uomini che hanno il solo merito di aver evitato di farsi colpire dai proiettili e che vivono questa situazione come un peso, un debito contratto nei confronti dei compagni che quei proiettili non sono riusciti ad evitarli. A tal riguardo, molta enfasi è posta, e giustamente a mio modo di vedere, sui rapporti umani che si instaurano fra i soldati, quel noto cameratismo che rende gli uomini in guerra così uniti e che è forse l’aspetto dei conflitti che più colpisce l’immaginario collettivo e contribuisce a creare i miti. Ma insieme a questo la descrizione delle battaglie, che è forse la parte migliore del film e che ha molti punti di contatto (ma anche forti differenze) con “Salvate il soldato Ryan” , mostra tutti quegli orrori che annullano le visioni idealiste, che sconvolgono le menti e gli animi di persone che tornate alla vita civile non potranno più dimenticare anche se verranno dimenticate.
Protagonisti del film sono fondamentalmente 3 attori, che interpretano gli “eroi di Iwo Jima”, gli unici protagonisti della foto ancora vivi. I 3 attori in questione sono Ryan Philippe, Adam Beach (protagonista con Nicolas Cage di “Windtalkers”) e Jesse Bradford. La scelta di attori abbastanza noti ma non certo grandissime stelle è probabilmente funzionale a far passare uno dei messaggi del film: la “normalità” dei soldati, tutti uguali in divisa, tutti accomunati da un destino che non fa distinzioni di grado, importanza o capacità. Oltre questi è da segnalare la presenza di un altro attore ormai indissolubilmente legato al ruolo di soldato: Barry Pepper, il cecchino di “Salvate il soldato Ryan”.
Nel complesso il film è quasi inappuntabile: ben girato, ben recitato, lungo senza risultare troppo pesante, profondo. Come detto le scene di guerra sono bellissime, girate con dei filtri tendenti al grigio che le rendono simili a documentari d’epoca, le altre situazioni sono interessanti come denuncia di uno sfruttamento delle situazioni che temo non si discosti molto dalla realtà, mentre la parte del figlio è inutile ma funzionale a commuovere gli animi. A mio modo di vedere l’unico problema è dovuto a degli eccessi: si vuole attirare l’attenzione su troppi problemi nello stesso film. Abbiamo infatti la denuncia della guerra e dei suoi orrori, quella del potere politico, della sua falsità e dell’opportunismo, l’accento sulla spettacolarizzazione, a volte davvero pietosa, operata dai media e sulla ricerca di scandali montati ad arte, la critica al razzismo che non si preoccupa però di fare distinzioni quando c’è da reclutare uomini per il fronte e per finire anche il riferimento alla questione indiana. Tutti temi importanti, ma che trattati insieme non possono essere correttamente approfonditi.
 

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