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Il binomio Eastwood – Haggis, per l’occasione
con l’appoggio in produzione di Spielberg, torna sullo schermo con un film
molto atteso, che molti ipotizzano possa fare incetta di premi alla serata
degli Oscar.
Premessa indispensabile è chiarire un punto: Clint Eastwood è uno dei miei
registi preferiti e ho adorato Crash di Paul Haggis. Posto questo, Flags of
our fathers è un bel film, ma non è nella mia opinione all’altezza di altri
titoli dei due artisti di cui sopra.
La storia si svolge su diversi piani temporali, presentandoci la battaglia
per la conquista di Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale, il periodo
immediatamente successivo, quando i protagonisti della presa dell’isola
partono “in tournee” per gli Stati Uniti al fine di promuovere l’acquisto
dei buoni di guerra, indispensabili per sostenere lo sforzo bellico, e
infine i giorni nostri, con il figlio di uno dei protagonisti che
ricostruisce gli eventi intervistando i testimoni ancora vivi.
Il fulcro intorno al quale ruotano tutte le vicende è una celeberrima
fotografia, quella dei soldati che issano la bandiera sulla cima del monte
Suribachi, divenuta un simbolo dello sforzo bellico e dell’abnegazione e
fedeltà alla nazione del corpo dei Marines.
Il film, sul piano storico, si propone di chiarire come andarono
effettivamente i fatti, facendo luce su tutti quegli aspetti rimasti dubbi,
come l’idea che la foto fosse stata “costruita a tavolino” o chi fossero
effettivamente i soldati in essa ritratti. Ma al di là del valore per così
dire documentario, Flags of our fathers è soprattutto una lucida denuncia
della guerra e della strumentalizzazione politica ed economica delle vicende
umane che ad essa sono legate, ma anche una storia di amicizia e un tributo,
a tratti forse un po’ troppo lirico e retorico, che Eastwood paga alla
memoria di chi è caduto per gli ideali della patria e della libertà… In
questo film i soldati non sono certo guerrieri senza macchia e senza paura,
non sono necessariamente degli eroi, sono, per usare le parole di uno dei
protagonisti, degli uomini che hanno il solo merito di aver evitato di farsi
colpire dai proiettili e che vivono questa situazione come un peso, un
debito contratto nei confronti dei compagni che quei proiettili non sono
riusciti ad evitarli. A tal riguardo, molta enfasi è posta, e giustamente a
mio modo di vedere, sui rapporti umani che si instaurano fra i soldati, quel
noto cameratismo che rende gli uomini in guerra così uniti e che è forse
l’aspetto dei conflitti che più colpisce l’immaginario collettivo e
contribuisce a creare i miti. Ma insieme a questo la descrizione delle
battaglie, che è forse la parte migliore del film e che ha molti punti di
contatto (ma anche forti differenze) con “Salvate il soldato Ryan” , mostra
tutti quegli orrori che annullano le visioni idealiste, che sconvolgono le
menti e gli animi di persone che tornate alla vita civile non potranno più
dimenticare anche se verranno dimenticate.
Protagonisti del film sono fondamentalmente 3 attori, che interpretano gli
“eroi di Iwo Jima”, gli unici protagonisti della foto ancora vivi. I 3
attori in questione sono Ryan Philippe, Adam Beach (protagonista con Nicolas
Cage di “Windtalkers”) e Jesse Bradford. La scelta di attori abbastanza noti
ma non certo grandissime stelle è probabilmente funzionale a far passare uno
dei messaggi del film: la “normalità” dei soldati, tutti uguali in divisa,
tutti accomunati da un destino che non fa distinzioni di grado, importanza o
capacità. Oltre questi è da segnalare la presenza di un altro attore ormai
indissolubilmente legato al ruolo di soldato: Barry Pepper, il cecchino di
“Salvate il soldato Ryan”.
Nel complesso il film è quasi inappuntabile: ben girato, ben recitato, lungo
senza risultare troppo pesante, profondo. Come detto le scene di guerra sono
bellissime, girate con dei filtri tendenti al grigio che le rendono simili a
documentari d’epoca, le altre situazioni sono interessanti come denuncia di
uno sfruttamento delle situazioni che temo non si discosti molto dalla
realtà, mentre la parte del figlio è inutile ma funzionale a commuovere gli
animi. A mio modo di vedere l’unico problema è dovuto a degli eccessi: si
vuole attirare l’attenzione su troppi problemi nello stesso film. Abbiamo
infatti la denuncia della guerra e dei suoi orrori, quella del potere
politico, della sua falsità e dell’opportunismo, l’accento sulla
spettacolarizzazione, a volte davvero pietosa, operata dai media e sulla
ricerca di scandali montati ad arte, la critica al razzismo che non si
preoccupa però di fare distinzioni quando c’è da reclutare uomini per il
fronte e per finire anche il riferimento alla questione indiana. Tutti temi
importanti, ma che trattati insieme non possono essere correttamente
approfonditi.
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