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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - SILENZIO IN SALA  
Il diavolo veste Prada
 
 
di Roberto Semprebene
 
27 ottobre 2006
 

Quella che vede come protagoniste una superba Meryl Streep e una buona Anne Hathaway è una commedia intelligente e gustosa che, senza ambire ad essere un capolavoro o a stupire con trovate davvero sorprendenti, tratta in maniera originale un tema di grande attualità come quello dell’industria della moda.
In realtà poi, il tema in questione è solo il contesto esasperato nel quale si propone di riflettere su una spinosa scelta che nella vita ci si può trovare a dover affrontare: famiglia o carriera?
Quanto si è disposti a rinunciare della propria vita privata per procedere più speditamente nel percorso della crescita professionale? Una posizione di prestigio vale la rinuncia alla propria felicità negli altri campi della vita? E poi, è possibile abbandonare la strada del successo una volta che la si è intrapresa e che la si percorre da tempo?
Lo spettatore è posto di fronte a queste domande nel seguire le vicende di Andrea, giovane aspirante giornalista che spera di dare un’accelerata alla propria carriera spendendo un anno come assistente personale della tirannica Miranda, direttrice della più blasonata rivista di moda d’America.
Inizialmente Andrea è quanto di più lontano da una “fashion victim” si possa immaginare, ma il contatto diretto con un mondo che le rivela una serie di risvolti indubbiamente affascinanti la porta a riconsiderare le proprie posizioni... A tal riguardo sono interessanti le riflessioni che, soprattutto per bocca di Miranda e di un riuscitissimo personaggio di nome Nigel (impersonato da Stanley Tucci), vengono esposte rispetto alla moda: il fenomeno viene descritto (anche giustamente) come qualcosa di più di un regno di apparenze e superficialità, se ne sfiora la spiegazione sociologico/filosofica e si pone l’accento sulla capitale importanza del settore a livello economico.
Nuovamente poi, i discorsi che emergono per l’industria della moda sono validi e applicabili a qualsiasi contesto lavorativo: in questo film si pongono interrogativi in maniera meno retorica di quanto sarebbe potuto accadere, invitando tutto sommato a riflettere su problemi concreti senza necessariamente, almeno fino alle sequenze finali, indicare una strada giusta. Ogni scelta ha i suoi pro e i suoi contro, chi ha intrapreso un dato percorso è consapevole della propria scelta e sarà proprio Miranda a evidenziare l’ipocrisia nella quale rischia di cadere Andrea quando si ritiene “costretta” a fare qualcosa… Certo, non sempre sembra che la scelta sia davvero possibile, ma a ben guardare questo dipende dalla nostra propensione a dare un valore maggiore allo status sociale piuttosto che alla nostra felicità e a valutare quanto impegno e tempo abbiamo già investito in un progetto, rendendoci conto che a volte è troppo per poter tornare indietro…
A leggere questo sembrerebbe un film amaro, ma in realtà è tutt’altro, non tanto e solo perché l’happy ending sia un obbligo delle commedie, ma anche perché la protagonista ha effettivamente ancora la possibilità di scegliere cosa vuole fare della propria vita… e poi perché il diavolo non è sempre così cattivo come lo si dipinge!
Parlando un po’ anche del film in senso stretto, questo è, come detto, un’ottima commedia, ben interpretata da tutti gli attori, con dei buoni dialoghi, spunti divertenti, una regia (affidata a David Frankel) puntuale e una colonna sonora “alla moda”.
Alla luce di quanto detto sopra, va da sé che la visione di questo film è consigliata a tutti, in particolare se si va al cinema con un gruppo eterogeneo di amici, con il quale discuterne a proiezione terminata!










 



 

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