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Eugenio Cappuccio presenta alla prima
edizione della Festa del Cinema di Roma il suo secondo lungometraggio, che
vede come protagonista un Fabio Volo mai così "rattenuto" e cupo, affiancato
da un ottimo Ninetto Davoli e una "accessoria" Anita Caprioli.
La storia che Cappuccio ci presenta è piuttosto semplice e lineare, diciamo
che è facile capire quale ne sarà l'evoluzione fin dal momento in cui si
entra nel vivo e i passaggi che costituiscono le svolte del film sono
largamente prevedibili. Questo non vuol dire che la pellicola sia spiacevole
da guardare, anzi, si segue piuttosto piacevolmente dall'inizio alla fine,
regala qualche momento di partecipazione emotiva e strappa anche qualche
sorriso, nel complesso si può quindi dire che riesca nei propri obiettivi.
Senza svelare troppo della trama, possiamo dire che Fabio Volo interpreta
con una certa credibilità (anche se a volte la sua recitazione ha dei
momenti di calo) la parte di un giovane avvocato molto sicuro di sé, cui la
vita sembra riservare solo successi, tanto sul lavoro come nella vita
privata. Questo resta vero fino al giorno in cui sviene per strada e
conseguentemente ricoverato per accertamenti. Di qui in poi la sua esistenza
verrà sconvolta dall'attesa dell'esito delle analisi: nuovi incontri daranno
al nostro protagonista prospettive diverse dalle quali valutarsi e le
vecchie relazioni, le amicizie e i rapporti più importanti saranno messi
alla prova.
La regia di Cappuccio è molto pulita, tendenzialmente forse un po' statica,
con un uso quasi smodato di lunghi primi piani, ma impreziosita da alcune
soluzioni interessanti (bella ad esempio la scena in cui Volo viene portato
di corsa attraverso l'ospedale su un lettino, girata in modo da procedere in
diagonale dal basso a sinistra all'alto a destra) e sostenuta da una buona
colonna sonora, dei dialoghi piacevoli e dei personaggi simpatici (al di là
di quelli già citati, soprattutto "il professore").
In apertura ho definito il personaggio di Volo "rattenuto". Si tratta di una
citazione dal film stesso, un'espressione coniata dalla sorella del
protagonista per esprimere il proprio rapporto con il fratello, a metà
strada fra il "trattenuto" e il "rattrappito", interessante neologismo che
in qualche modo vuole essere anche la chiave di lettura dei rapporti sociali
canonici nella nostra realtà.
Insomma, tirando le somme di queste considerazioni, il film di Cappuccio non
si presenta così particolare o talmente riuscito da poter ambire ad un
successo al Festival dove è stato presentato o a sbancare i botteghini dei
cinema in cui verrà proiettato, ma è comunque un prodotto piacevole che fa
ben sperare per i prossimi lavori del regista di "Volevo solo dormirle
addosso".
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