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L’Europa è nata tra le rovine materiali
e morali dell’ultima guerra mondiale ed ha cercato di creare un baluardo ai
totalitarismi, neri o rossi che fossero. Il sogno di una nuova patria per
tutti gli abitanti del vecchio continente è stato costellato da spiacevoli
incubi, dal ricordo recente di Hitler alla presenza incombente di Stalin. La
scelta verso la democrazia e l’esaltazione dei diritti è stata obbligata,
non tanto per conquistare un illusorio paradiso in terra, quanto per
sbarrare la strada agli inferi.
L’Europa attraversa ora un momento particolarmente difficile, acuito
dall’allargamento a nuovi membri e dalla prospettiva di accogliere a breve
paesi come la Turchia, che non appartengono né storicamente, né
culturalmente, né geograficamente al vecchio continente. Inoltre monta
vigorosa una crisi politica, che ci fa dubitare sulla volontà dell’Europa di
affrontare le grandiose sfide del XXI secolo, dal terrorismo planetario alla
coabitazione con un gigante dominato dalle trame del Kgb, mentre non si
riesce ad ottenere da parte della nuova potenza cinese un minimo di rispetto
delle regole economiche internazionali e dei diritti civili dei suoi
cittadini. Siamo rimasti impassibili davanti al genocidio nel Darfur,
abbiamo contemplato impassibili le rovine di Grozny, oggi non muoviamo un
dito davanti al dramma del Tibet. Non siamo riusciti a definire una politica
energetica e nucleare comune e siamo di conseguenza oggetto del ricatto dei
dispensatori di gas e di petrolio, in primis la Russia di Putin, un vicino
ingombrante e rissoso. E nel frattempo le quotazioni irragionevoli dell’euro
non fanno presagire niente di buono.
I cittadini dei vari Stati vedono giorno dopo giorno trasformarsi il sogno
di una grande casa comune in un incubo che assume pericolosamente le
sembianze di una catastrofe economica e finanziaria. Quando nel 2002 fu
introdotto l’Euro esso ci fu presentato come la panacea di tutti i mali
cronici della nostra nazione: la riduzione dell’inflazione, la stabilità dei
cambi oltre all’eliminazione dei costi sulle transazioni valutarie tra i
Paesi UE, con sicuri benefici all’economia e all’occupazione dell’ Italia.
Venne fatta anche pagare una tassa ai contribuenti, la “tassa sull’euro” e
venne creata la Banca Centrale Europea con sede a Francoforte, per
accontentare i tedeschi che in virtù della forza della loro valuta (marco)
pretendevano di avere una certa predominanza all’interno del nuovo
organismo; una nuova Banca con il compito di stabilire e pianificare la
politica monetaria all’interno dei Paesi aderenti all’euro. Oggi nel 2008, a
distanza di 6 anni dall’introduzione dell’euro, possiamo ritenere che
l’Italia abbia risolto almeno una parte dei suoi problemi economici e
sociali o dobbiamo pensare con nostalgia che gli Italiani stavano meglio
quando stavano peggio? In particolare il costo reale della vita è aumentato
di circa l’80 - 100%, nonostante le mendaci rilevazioni dell’Istat che
parlano di pochi punti di inflazione, mentre stipendi e salari sono rimasti
sostanzialmente invariati. Non solo i commercianti hanno approfittato della
situazione per aumentare i prezzi, ma anche le tariffe dei pubblici servizi,
dei trasporti ed ogni tipo di bolletta hanno cominciato a crescere senza
sosta.
I tassi d’interesse bancari sono ormai raddoppiati e tendono a crescere
impetuosamente, portando come conseguenza un aumento dell’importo della rata
del mutuo sulla casa o sul finanziamento di una piccola e media impresa
locale. Stiamo registrando incrementi a livello di record di espropri
immobiliari (più del doppio nell’arco dell’ultimo anno in Italia), dovuti al
mancato pagamento dei mutui da parte dei cittadini e cessazioni di attività
imprenditoriali di piccole e medie dimensioni, mentre quelle di grandi
dimensioni ancora riescono a far fronte alla congiuntura negativa con
licenziamenti in massa e trasferimento all’estero della produzione. Riguardo
alla stabilità dei cambi, l’euro si è apprezzato notevolmente nei confronti
di tutte le principali monete, penalizzando pesantemente le esportazioni
delle aziende europee con gravi ripercussioni sulla produzione e
sull’occupazione. Il prezzo di benzina, gasolio e delle principali materie
prime sale per un notevole incremento della domanda da parte di paesi
emergenti quali Cina ed India e per la debolezza della valuta americana.
Molti si chiedono perché la BCE non si stia attivando per risolvere o
tamponare la situazione, mentre i vari governi nazionali sembrano del tutto
impotenti, spogliati di ogni potere di intervento economico. Paradossalmente
la spiegazione è da ricercare nel fatto che la Banca Centrale Europea si
comporta come un organismo indipendente ed autonomo, che non deve dar conto
del suo comportamento al potere politico. Siamo tristemente cittadini di
un’Europa dominata dai banchieri e non dai popoli. Le Banche Centrali delle
singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano
un’indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 60%;
attualmente, dopo l’introduzione dell’Euro, l’indipendenza supera il 90%.
Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dai parlamenti alla BCE, dai
vertici monetari giungono invece ai nostri governanti continui diktat:
parametri cui attenersi, rigidi vincoli che coinvolgono l’intera vita e
l’economia delle nazioni. Essa può quindi fissare a suo arbitrio il livello
del tasso ufficiale di sconto, la quantità di denaro da immettere sul
mercato, decidere la disponibilità ed il costo del finanziamento del sistema
bancario e qualsiasi altra decisione di sua competenza, in maniera del tutto
indipendente. E per giunta nella più assoluta segretezza, infatti mentre i
dibattiti e le sedute del Parlamento sono aperti al pubblico e le sentenze
delle Corti di Giustizia devono essere dettagliatamente motivate e
pubblicizzate, le riunioni del Consiglio Direttivo della BCE sono
assolutamente secretate, ed è lo stesso Consiglio che, di volta in volta,
decide se pubblicare le proprie delibere, se pubblicarne solo alcune parti,
o se non pubblicarle affatto.
Inoltre all’interno della stessa Banca Centrale prevalgono gli interessi
tedeschi, i quali hanno come unico obiettivo quello della lotta
all’inflazione, a costo di mandare sul lastrico famiglie ed aziende,
mantenendo un alto livello di tassi d’interesse e facendo finta di non
accorgersi che la maggioranza degli altri Paesi dell’area euro non ha
un’economia sana come quella tedesca. Anche gli interessi americani (ben
diversi dai nostri) sono ben garantiti nella Banca Centrale europea ed oggi
è noto che gli Stati Uniti vogliono un dollaro assai debole, che permetta
loro di ridurre il notevole disavanzo pubblico, in parte provocato dalle
varie guerre e missioni militari nel mondo e di rilanciare le esportazioni
delle loro industrie verso l’estero. Con un euro così forte e un dollaro
così debole per le aziende europee è molto difficile vendere i propri
prodotti all’estero. In tal modo i Paesi dell’area euro, compresa l’Italia,
stanno pagando il “conto” degli amici americani con la compiacenza della
nostra Banca Centrale, mentre i singoli Stati dell’Unione monetaria hanno
perso la sovranità in campo monetario, sovranità che è un aspetto
fondamentale della sovranità nazionale.
Se passiamo ad esaminare la congiuntura economica, che si sarebbe dovuta
avvantaggiare dall’utilizzo della nuova valuta, facendo leva sui bassi
tassi, sulla stabilità dei cambi e sulla forza del sistema Europa, possiamo
constatare che attualmente i Paesi dell’Unione, in primis l’Italia, si
trovano in una fase di stagnazione abbinata ad un’inflazione, molto
pericolosa poiché provocata dal rincaro delle fonti energetiche e non legata
all’aumento dei consumi interni, i quali sono bloccati a causa delle
difficoltà economiche della classe media italiana (molte famiglie ormai non
arrivano a fine mese con il proprio stipendio, come ci ammoniscono i
politici di destra e di sinistra senza proporre però valide soluzioni). Alla
crisi economica si è poi aggiunta anche una crisi finanziaria, provocata dal
comportamento poco ortodosso di alcune banche commerciali sulle quali il
controllo da parte delle banche centrali è stato complice e lacunoso,
assurdità comprensibile tenendo conto che molte banche centrali sono di
proprietà delle stesse banche “controllate”. L’esempio eclatante è dato
dalla nostra Banca d’Italia, il cui pacchetto azionario è detenuto per oltre
il 90% da istituzioni private (i gruppi Intesa San Paolo e Unicredit
Capitalia possiedono infatti oltre il 40% delle azioni). I politici schiavi
del potere finanziario, che sponsorizza le loro campagne elettorali ed i
principali quotidiani (quasi tutti di proprietà, in misura più o meno ampia,
di una o più Banche) pongono un pietoso velo di silenzio su questi
argomenti.
L’Italia per non crollare economicamente avrebbe bisogno di un cambio euro
dollaro a 1 e non agli attuali 1,56 e di un cambio euro yen a 100 e non
certo all’attuale 155, e di tassi d’interesse tra i 2,5-3%. La Germania,
che, come abbiamo visto, influenza notevolmente le decisioni della BCE ha
attualmente un surplus estero di 130 miliardi di euro nonostante l’euro a
1,50 e possiede inoltre un mercato immobiliare stabile da anni, per cui è
contenta di avere un euro forte e l’unica cosa che le interessa è quello di
controllare l’inflazione, mantenendo alti i principali tassi d’interesse.
Purtroppo la felice situazione della Germania non è paragonabile a quella
della maggioranza degli altri Paesi dell’area euro. In Italia in particolare
la crescita è ormai vicina allo zero, la spesa per i consumi sta registrando
un valore negativo rispetto all’anno precedente e l’export, che ci dava
qualche soddisfazione con ottimi saldi positivi, si è ora contratto
notevolmente a causa dell’euro forte. Se l’Italia rimarrà con questi valori
all’inizio della recessione vera e propria, che sembra oramai alle porte,
potrebbe essere a rischio la sua stessa presenza nell’euro. Epilogo quanto
mai beffardo per coloro che hanno pensato di costruire l'unione monetaria
europea considerando i cittadini come una scheggia del PIL.
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