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A fine ottobre l’Onorevole Franco
Danieli, tra cene di gala e concerti sinfonici, e’ venuto a New York per
inaugurare la nuova sede dello IACE (l’ente del Consolato che promuove la
lingua italiana) e per raccontarci quanto sia importante l’insegnamento
all’estero della lingua e della cultura. Lo ha spiegato ai due funzionari
dello IACE, i quali, nonostante gli scarsi mezzi che lo Stato fornisce loro,
lottano da anni per cercare di soddisfare le numerosissime richieste di
apprendimento. Danieli ha dato lezioni di teoria pedagogica senza pero’
elencare una sola azione pratica intrapresa durante il suo anno e mezzo di
ministero. Si e’ permesso di distribuire bacchettate qua e la’. Ha sminuito
l’operato del NIAF, deriso la Columbus Foundation, ha mostrato di non
conoscere nulla della societa’ civile italo-americana e italiana all’estero,
la quale si prodiga da un secolo, all’insaputa e nell’indifferenza dei
governi, per promuovere la lingua e la cultura negli Stati Uniti (gli
insegnanti dell’AATI, la Casa Italiana alla NYU, e tante altre associazioni
private di prestigio ne sono testimonianza).
A questo punto credo sia
lecito chiedersi per quanto tempo si debba ancora tollerare la retorica dei
politici paracadutati da Roma, con il loro bagaglio di conoscienze
superficiali sulle realta’ locali. Quanti onorevoli predecessori e
contemporanei di Danieli hanno esaltato la nostra “meravigliosa cultura”
senza mai attivarsi per realizzare un progetto serio e omogeneo di
promozione culturale? Negli Stati Uniti la situazione delle strutture
istituzionali per l’insegnamento non e’ affatto diversa da quella descritta
da Giuseppe Prezzolini cinquant’anni fa. Da allora nulla e’ cambiato.
Senonche’, negli ultimi quindici anni sono aumentate in maniera
impressionante le richieste di apprendimento. E ancora non si e’ visto un
progetto governativo ne’ un preventivo di spesa.
Spagna e Francia considerano la promozione
culturale come un investimento. Le loro azioni sono coordinate insieme a
quelle del commercio, del turismo e dell’immagine generale del paese.
Soltanto per la promozione di lingua e cultura, la spesa di questi paesi e’
quindici volte superiore a quella italiana. Non solo. Mentre la loro
politica promozionale parte dall’alto, dall’offerta, la nostra proviene dal
basso. E’ una immensa domanda di cultura che dovrebbe renderci orgogliosi.
Tuttavia, in questi quindici anni lo Stato e’ riuscito soltanto a
intervenire con l'unico, immancabile strumento sempre a disposizione dei
politici italiani: la vuota retorica.
La realta’ e’ che, per tradizione
storica, alla classe dirigente italiana non e’ mai interessato promuovere l’italianita’
nel mondo. A partire dal dopoguerra, le due contrapposte ideologie, quella
d’ispirazione cristiana universalista rappresentata dalla DC e quella
dell’internazionalismo marxista del PCI, tra i mille contrasti politici,
avevano pero’ un “valore” in comune: quello dell’anti-italianita’ (basti
pensare che fino alla meta’ degli anni 80, sventolare una bandiera italiana
fuori da un’evento sportivo si rischiava l’accusa di apologia di fascismo).
Una volta appropriatasi dell’insegnamento storico e dopo aver monopolizzato
la cultura del paese, la sinistra italiana ha opportunamente tagliato
qualsiasi legame residuo con l’italianita’ nel mondo. A farne le spese sono
state intere generazioni di discendenti italiani, che negli anni 50 erano
ancora tutti recuperabili. Abbiamo perso per strada milioni di italiani,
alcuni dei quali per decenni si vergognavano persino della propria identita’.
Genitori e nonni che non hanno voluto, ne’ potuto, trasmettere altro che
alcune tradizioni paesane. Di questo scempio storico, che si somma a tante
altre nefandezze, l’unico colpevole e’ lo Stato italiano e con esso le
strutture consolari.
Per tutto il ventesimo secolo la bandiera
dell’italianita’ in America e’ stata tenuta in alto dalle organizzazioni di
immigrati, dalle missioni cattoliche e da qualche isolato intellettuale (Prezzolini,
Salvemini). Tutti privi di alcun legame istituzionale. E ancor prima della
nascita dello Stato unitario furono esuli e avventurieri a far conoscere
agli americani la nostra cultura (Bellini, Mazzei, Da Ponte, Foresti).
Thomas Jefferson si vantava di parlare italiano (per la precisione, il
toscano). Sono poi subentrate le associazioni italo-americane, che in
assenza di una politica nazionale di coordinamento, hanno finito addirittura
per crearsi una propria cultura. Recentemente queste associazioni si sono
attivate per cercare di integrare la nuova immigrazione con quella di antica
data, nel tentativo di unire sotto un’unica identita’ tutti gli italiani
d’America. La Columbus Foundation, che Danieli semplicemente identifica come
organizzatrice di una parata, svolge da anni un ruolo importantissimo in
questa direzione, allo scopo di divulgare presso l’opinione pubblica
americana un’immagine moderna dell’Italia. Ha combattuto con successo gli
stereotipi non solo con il buon esempio e il prestigio dei suoi membri, ma
anche con azioni legali quando e’ stato necessario.
Anziche’ denigrare realta’ che non conosce,
l’Onorevole Danieli dovrebbe occuparsi di progetti concreti, quali ad
esempio l’inserimento della lingua italiana tra i criteri inderogabili per
ottenere la cittadinanza, che invece il suo partito vorrebbe concedere senza
obblighi a tutti coloro che sbarcano in Italia. Si attivi per attrezzare i
Consolati nel mondo con aule, insegnanti e corsi per stranieri che
richiedono visti d’entrata superiori a 3 mesi o a tutti coloro che,
ricordandosi d’un tratto di avere un bisnonno italiano, ambiscono alla
cittadinanza. Proponga un trattamento differenziato e preferenziale per i
cittadini stranieri di origine italiana rispetto agli altri stranieri in
Italia. Proponga insomma qualcosa di serio anziche’ giudicare senza
cognizione.
Prezzolini scriveva nel 1950 che “le lingue
si diffondono con il prestigio del paese. L’avvenire dello studio della
lingua italiana dipende dalla fortuna dell’Italia: i paesi grandi, con
uomini di genio, con vitalita’, con idee, con forza politica o economica,
saranno sempre studiati”. Non si puo’ certo dire che i politici italiani dal
dopoguerra ad oggi abbiano propriamente diffuso all’estero un’immagine
positiva del paese. Se mai e’ vero il contrario. Tuttavia il nostro
prestigio si e’ mantenuto soprattutto per merito dei nostri connazionali (la
cosiddetta “risorsa”), i quali sono riusciti, per quanto potevano, a
mantenere salda l’identita’, contribuendo per riflesso a dare all’Italia
un’immagine piu’ dignitosa. Il paradosso e’ stato che la diffusione della
lingua e’ sicuramente avvenuta per “uomini di genio, con vitalita’ e idee”,
ma non erano politici, bensi’ singoli individui che si sono particolarmente
distinti per la loro professionalita’, onesta’ e simpatia. Sono loro che
hanno dato prestigio all’Italia. Ancora Prezzolini quarant’anni fa: “La fama
dell'Italia è grande nel mondo per la seduzione del suo sistema di vita, che
non è codificato in nessun libro ed aspetta uno scrittore che lo raccolga
dagli esempi di molte vite, antiche e contemporanee. Chi ha formato questa
fama? Non i retori, non i letterati, non gli uomini politici, non certo i
generali e gli ammiragli, non gli amministratori e nemmeno i preti
cattolici, che pur certamente son un prodotto genuino della civiltà
italiana. Se mai la fama si deve ai narratori, ai poeti, ai pittori e
scultori ed architetti, agli attori, ai cuochi ed ai sarti, agli sportivi,
ai sommozzatori ed agli aviatori, alle donne innamorate ed agli amanti
italiani, alle belle donne del cinematografo ed ai guaglioni della
strada...”
In America, negli ultimi vent’anni, il
prestigio del paese, e con esso la lingua e la cultura, e’ stato
inconsapevolmente diffuso dai nostri connazionali, nonostante la vergogna
della mafia e di questa impresentabile classe politica. L’immagine
dell’Italia e’ oggi al suo apice per merito dei nostri innovatori e
stilisti, dei nostri geni della tecnica, degli artisti, dei ricercatori,
degli emigrati italiani di successo e dei giovani di recente emigrazione che
trasmettono, agli occhi degli anglosassoni, un’immagine nuova dell’Italia.
L’immenso interesse per la lingua e per la cultura italiana negli Stati
Uniti e’ la conseguenza di questa immagine positiva trasmessa
quotidianamente da ogni singolo individuo. Quando gli chiedevano qual’e’
l’avvenire della lingua italiana in America, Prezzolini rispondeva che essa
e’ l’ombra della grandezza d’Italia. Si sbagliava. E’ l’ombra della
grandezza degli italiani all’estero e degli innovatori in patria. Grazie a
loro l’Italia intera vive di luce riflessa.
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