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Periodico dell'Associazione Culturale


REPORTAGE - VIAGGI  
Es Cuba, chico!
Viaggio in una contraddizione vivente forse giunta all'epilogo
 
di Alessandro Marrone
a.marrone@liberamenteonline.org
1 Settembre 2006
 
Cuba non è solo la Isla Grande del Mar dei Carabi a confine tra le due americhe, quella dei chicos e quella degli yankees. È un mondo a parte, una contraddizione vivente, un sogno allegro e malinconico allo stesso tempo. Un sogno che, come tutti i sogni, sta per svanire. La Cuba di oggi è figlia di Castro, e probabilmente non sopravvivrebbe alla morte del suo padre padrone. E se non sarà il fegato del settantenne Fidel consumato dal ron, o suoi i polmoni anneriti dai sigari Cohiba (e poi dicono che bere e fumare accorcia la vita, mah), a porre fine alla Cuba del ‘900, lo faranno la connessione a Internet che si diffonde nelle case de La Havana, o i progetti di villaggi turistici per occidentali non diversi dai Club Med del resto del mondo. Ma questo è il futuro, forse. Il nostro presente cubano invece iniziava, con un primo presentimento di cosa ci aspettava sull'isola, quando durante il decollo dell'aereo della Cubana Aviacciòn lo steward si accese tranquillamente un sigaro, cubano ovviamente, mentre lampeggiava il segnale "no smoking". Ah, la legalità rivoluzionaria.

Se siete a Cuba per affari, mettetevi l'anima in pace. In un paese in cui tutto è proprietà dello stato la legge non esiste, ed ogni burocrate è un satrapo mediorientale che dispone di tutto ciò su cui arriva la sua ombra. Tutto può essere comprato o venduto se si paga un certo prezzo, ma quanto a possedere il bene, o almeno a goderne i frutti, è un altro paio di maniche: fosse anche solo il pagamento di 20.000 dollari di materassi importati dall'Italia, saltano fuori mille regolamenti, mille autorizzazioni, nulla osta e certificati, tanto che persino la burocrazia italiana, (e dico la burocrazia italiana), al confronto è un'efficiente holding. Cosa fare con un governo che non fa parte dell'WTO, né della Banca Mondiale, né di una qualsiasi organizzazione intergovernativa a tutela del commercio internazionale? La soluzione è Pablito. Pablito è un qualsiasi ragazzo di Cuba, in grado di contare le banconote e scrivere un'email. Al modico prezzo di 20 dollari al mese, (lo 0,1% della somma da riscuotere), lui andrà con la vostra delega ogni mattina all'ufficio in questione, a chiedere il pagamento del dovuto. Gli risponderanno che bisogna aspettare l'autorizzazione, e di tornare la proxima semana. E lui torna. Gli diranno che il titolare dell'ufficio è in missione, e di tornare maňana, domani, o meglio ancora maňana por la maňana, dopo domani. E lui torna, e aspetta per ore che lo ricevano, tanto non ha nient'altro da fare. Lo mandano da un ufficio all'altro, e lui ci va. Finché, dopo un po', il funzionario si scoccia di non poter sorseggiare il loro Havana Club Gran Reserva in pace perché c'è sempre un chico che rompe le scatole, e lo pagano. E lui vi da i soldi. Tanto il denaro è dello Stato, che differenza fa chi lo tiene? I funzionari del regime badano solo a farsi gli affari propri, mettendosi nella posizione migliore per diventare i nuovi capitalisti, e rimanere così i padroni di Cuba, quando il comunismo in salsa castrista inevitabilmente crollerà, proprio come hanno fatto i funzionari sovietici diventati ex lege proprietari delle imprese statali che amministravano.

Se volete vivere veramente Cuba sistematevi in una casa particular, l'equivalente di un bed&breakfast, di quelli che si trovano girando senza fretta (né pretese) per La Havana: dormirete probabilmente in uno stanzino seminterrato con mobili pieni di tarme, sotto le pale di un vecchio ventilatore che sposta pigramente l'aria umida e tiepida, inchiodata a 25 gradi notte e giorno per dodici mesi l'anno, però, lasciandovi andare, assaporerete lo spirito della città, el alma de Cuba.
Vale la pena perdersi a La Havana, un gioiello di retrò con una corona di post modernità. L'anello esterno è formato da grigi palazzoni, degni della migliore periferia sovietica, affacciati su grandi piazze con al centro opere monumentali in stile astratto, cubista o surrealista, dedicate ai martiri della revolucciòn: volumi geometrici di cemento e ferro, erosi dai decenni e per questo ancor più surreali, casualmente buttati su spiazzi irregolarmente squadrati. Il cuore della città, La Havana vieja, pulsa invece di edifici coloniali spagnoli, vecchi di due o tre secoli, dai colori sgargianti e le architetture barocche, i balconi ornamentali e i cortili ombreggiati da palme. Un terzo di questi edifici è scrostato e pericolante, e forse per questo ancora più affascinante. Non stupisce che l'Unesco abbia dichiarato La Havana vieja patrimonio dell'umanità.

Noi ci arrivammo dal malencon, il lungomare della città reso famoso dal film di Wim Wenders "Buena Vista Social Club", mentre le onde blu dei Caraibi superavano lo sbrecciato muracciolo in cemento cadendo sulle macchine davanti a noi. Macchine come ne giravano a Detroit negli anni '40, larghe tre metri e lunghe sette, rumorosissime, scassate e riparate con pezzi di ricambio artigianali dato l'embargo americano, che emettevano nuvole di fumo pestilenziale ad ogni accelerata perché Dio solo sa che carburante usavano. Uno dei pochi ricordi di Batista e dei suoi rapporti coi gringos, che neanche quattro decenni di castrismo hanno potuto (o voluto) sostituire.

Camminammo in questo dedalo di vie nel caldo pomeriggio caraibico, fermandoci spesso nei caratteristici bar e nelle hall degli alberghi da Belle Epoque, per dissetarci con un mojto. Il mojto a Cuba non è solo rhum, acqua tonica, limone, ghiaccio, e cedro o menta. È l'Havana Club 7 Anejo che riempie mezzo bicchiere, è il limone della Sierra Maestra, è la erba buena dei margini della giungla, è il pestare e mescolare il tutto per il tempo di un mambo. È il rimedio all'afa del pomeriggio e il miglior carburante per riprendere la passeggiata, o per mettersi a battere le mani a tempo di swing, o per farsi prendere in una salsa da una ballerina che stava provando il suo numero nella hall deserta, di quelle con la musica nel sangue, belle e sensuali come non se ne incontrano fuori da questa isola.

Ma perché l'Havana Club e non il Bacardi? El ron Bacardi fu inventato, manco a dirlo, da un italiano, Antonio Bacardì144 anni fa. Non possedendo all'inizio una cantina dove stagionare le botti, l'ingegnoso Signor Bacardì da buon italiano occupò abusivamente le caverne delle colline della Sierra Maestra, disabitate perché infestate dai pipistrelli. Visto che l'animaletto gli fece risparmiare un bel po' e gli portò fortuna, oggi lo vediamo raffigurato sulla bottiglia del miglior ron cubano prodotto fuori Cuba. Già perché i discendenti di Bacardì scelsero il cavallo perdente tra Batista e Castro, e con l'avvento dei barbudos rivoluzionari ripararono in Florida portando con loro il marchio. Finito dopo l'89 il flusso di rubli da Mosca i marxisti cubani, da bravi studiosi del capitalismo, copiarono la formula del Bacardi e vi aggiunsero in più quell'inimitabile aroma cubano (lo stesso dei veri sigari artigianali le cui foglie di tabacco, racconta la vox populi, sono ancora arrotolate tra le cosce di una donna). Con la commercializzazione gestita da una multinazionale francese socia al 50%, e una buona campagna di marketing a base di mambo e chicas, oggi l'Havana Club continua sui banconi dei pub europei la lotta rivoluzionaria contro gli imperialisti americani…

Cuba non è solo La Havana, e vale la pena di affittare una macchina per girare l'isola (ma attenti, il modello più nuovo, affidabile e grande, che trovammo fu una Mini Minor di 20 anni fa). Andando sulla vecchia e deserta carretera central, che taglia l'isola da Ovest a Est, prendete un qualsiasi bivio verso il mare e finirete in una di quelle spiagge da sogno, deserte e bianchissime e dall'acqua cristallina, come Playa Larga e Playa Grande. Se non vi fanno schifo insetti e fango troverete lì vicino anche uno sperduto villaggio, dove una famiglia vi farà pranzare con loro ad aragosta e calamari al prezzo un cappuccino, e dove potete comprare a mezzo dollaro l'uno sigari fatti a mano migliori di qualsiasi Cohiba, Montecristo o Romeo y Giulieta. Se non tira il vento dalle paludi non sarete neanche mangiati vivi dai mosquitos. Nella provincia in cui capitammo noi c'era stato da poco uno degli ultimi uragani della stagione. Il giorno stesso del fortunale la televisione a La Havana trasmetteva retoriche quanto ridicole immagini di efficienti squadre di volontari che portavano soccorso agli sfollati, rimettevano in funzione strade e porticcioli, sotto lo sguardo attento ma soddisfatto di un Castro in versione campagnola, tipo Mussolini alla Campagna del Grano. Alcuni giorni dopo in quegli stessi villaggi sotto le nostre scarpe c'erano ancora tavole di tetti, reti da pesca, pezzi di finestre, mescolati alla terra battuta unica pavimentazione della strada centrale del villaggio. Ma ciò non impediva agli abitanti di offrirti per pochi dollari una visita guidata tra gli alligatori della palude, un'escursione in barca, o un sontuoso pranzo a base di banane e canna da zucchero, delle tipiche piante cubane che proprio come gli abitanti dell'isola quanto passa l'uragano si piegano al vento e alla pioggia, per poi raddrizzarsi passata la tempesta vitali e tranquilli come prima. Se non hai nulla da perdere, di cosa preoccuparsi?

Andando a sud est c'è poi la città di Trinidad, che è un gioiello rimasto al tempo dei conquistadores. Negli splendidi cortili creati dai ricchi piantatori dell'epoca di Cortez, che proprio a Cuba tanto amava soggiornare, si può ancora bere una tazza di cançancera,un liquore artigianale a base di canna da zucchero servito in ciotole di coccio come il mate argentino, mentre un vecchio canta e racconta storie di passione e morte accompagnandosi con bongo e jambè.

Sulla strada per Santiago de Cuba c'è poi Santa Clara, con il mausoleo del Che. Bisogna dire che a Cuba non c'è quasi più nessuno che crede nella revolucciòn, nella verità trionfante e un po' parossistica che la tv e i giornali di regime, gli unici autorizzati ad esistere, trasmettono. Anche perché, come mi disse un mio amico di sinistra, "se sei un rivoluzionario vero fatta la rivoluzione lasci il governo. Non tieni il potere per 40 anni". Invece Castro l'ha tenuto, diventando il più longevo dittatore del‘900. El jefe l'ha tenuto nonostante lo sbarco alla Baia dei Porci ordinato da Kennedy (già, l'icona democratica della sinistra italiana era così anticomunista da cercare di abbattere con le armi l'icona rivoluzionaria della sinistra italiana, nonché da iniziare la guerra in Vietnam), e nonostante il crollo del grande protettore sovietico. El lìder maximo ha mantenuto il potere nonostante le decine di oppositori fucilati, e le migliaia di esuli che in cerca della libertà sono salpati per la Florida con ogni mezzo, spesso morendo nella traversata, e nonostante i cubani anticastristi in America siano così potenti da esprimere oggi sia il sindaco di Miami che il Governatore di quella Florida che li ha accolti. Non stupisce allora che alla notizia della sua operazione si sia festeggiato a Miami sventolando le bandiere cubane al grido di "Libertad! Libertad!". In fondo Castro è diventato un vero tiranno da Ancien Regime, che se proprio non è in grado di esercitare il potere lo delega al fratello, Raul, in pura linea dinastica appena ornata dalle cariche da regime comunista.

Ma, nonostante tutto ciò, fa comunque impressione quell'enorme spiazzo in cemento in mezzo alla vegetazione tropicale, nel silenzio più assoluto, con al centro un mastodontico parallelepipedo di pietra, dove sono scolpiti il volto sognante del Che, le sue massime, e il pueblo inneggiante. Il Che così carismatico che lo stesso Fidel, timoroso per il suo potere, lo allontanò da Cuba mandandolo, in fondo anche col consenso di Ernesto, "a cercar la bella morte" in ogni giungla dove si combattessero gli odiati colonialisti. E la trovò la bella morte. Fa una canzone: "In un giorno d'ottobre è morto/ in terra boliviana/ con cento colpi in corpo/ Ernesto Che Guevara". Ma nonostante tutto ciò, o forse proprio per tutto ciò, lì al mausoleo di Santa Clara, dove il Che vinse quella battaglia impossibile che gli aprì la strada per La Havana, c'è ancora aria di nobile ideale e di tragico eroismo, di chi è morto prima di vedere come la revolucciòn sarebbe finita in una grigia dittatura.

L'ultima notte di Cuba va passata a La Havana, dove ogni sera che Dio manda in terra è fiesta. Il regime impedisce qualsiasi opposizione e libertà d'espressione, e presidia ogni angolo di strada, ma lascia che i gringos d'America e d'Europa godano in tutto e per tutto di questo paese dei balocchi che per loro può essere Cuba, perché è dai turisti bianchi che viene metà dei soldi del paese. A Cuba la nazione più odiata sono gli Stati Uniti, ma la moneta reale con cui si compra e si vende tutto sono i dollari. Chissà cosa ne penserebbe il Che. Quindi i poliziotti chiudono un occhio di fronte ai turisti ubriachi, e persino davanti alle ragazze che li aspettano all'entrata dei locali. Anche perché, spesso, quelle ragazze mantengono in questo modo la loro famiglia. La realtà però è più complessa della "semplice" prostituzione di massa dovuta alla miseria. Almeno la metà delle ragazze non si fa problemi a passare una notte o una settimana con un amante occidentale, in cambio di qualche decina di dollari. Immorale? Squallido? Assurdo? Per loro no. Il fatto che la padrona della nostra casa particular, una vera matrona uscita da una commedia di Plauto, si vantasse dei 7, dico sette, mariti avuti, da cui ha divorziato sempre per corna messe o ricevute, è solo uno dei sintomi del fatto che a Cuba la sessualità e la fedeltà sono vissute in modo diverso. Forse con più gioco e calore, passione e disinvoltura, spensieratezza e gioia di vivere, forse con meno rigidità, serietà e razionalità, di certo non con i nostri valori e canoni morali.

Tutto ciò fa parte della cultura, e prima ancora dell'atmosfera, di un paese in cui la gente vuol essere, e spesso è, felice con poco. Come ci lasciarono capire alcuni funzionari, quel minimo di sanità, istruzione e sicurezza che il regime offre a tutti val bene la rinuncia alla libertà. Come ci disse il nostro tassista, una serata passata a ballare, a fumare e a bere insieme alle proprie donne in ogni barrio, in ogni quartiere, ripaga della giornata in cui non si aveva letteralmente di che mangiare. Il clima, la mentalità e il sangue, sembrano spingere a non desiderare altro rispetto a quello che si ha, e a non dannarsi troppo per i problemi della vita. Non so in che altro posto al mondo, in un pomeriggio qualunque, ragazzini vestiti di stracci avrebbero iniziato a suonare un mambo con tavole di legno e vecchi secchi di latta, con una gioia di vivere che in pochi minuti ha fatto mettere a ballare mezzo quartiere.
Es Cuba, chico!

 
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