LiberaMente come Home Page    -    Il banner di LiberaMente    -    Aggiungi ai preferiti
Periodico dell'Associazione Culturale


REPORTAGE - LETTERATURA  
In viaggio nella Terra di Mezzo
I miti, i significati, i canti, i racconti dell'universo tolkeniano tra fantasy e Tradizione
 
di Alessandro Marrone
a.marrone@liberamenteonline.org
25 Aprile 2006
 
Il Signore degli Anelli prima che un film è stato ed è un libro di successo mondiale, parte della produzione letteraria di un’eccezionale scrittore del Novecento, Jhon Ronald Reuel Tolkien. Chi come me l’ha conosciuto prima della commercializzazione hollywoodiana, ed è cresciuto leggendo più volte la vecchia edizione Rusconi e bazzicando festival ispirati all’universo tolkieniano, celtico e medievale, forse ricorda con nostalgia e affetto i tempi in cui sembrava di entrare in un mondo nascosto e meraviglioso, la cui conoscenza divertiva, appassionava, e arricchiva la propria anima.
Dedico questo piccolo reportage agli amici che hanno condiviso e condividono con me questa esperienza, sperando che altri leggendolo vogliano andare oltre il film per avventurarsi nelle contrade della Terra di Mezzo.
 

IL SITO DELLA SOCIETA'
TOLKIENIANA ITALIANA

ASCOLTA UN INTERESSANTE DIBATTITO SU TOLKIEN TRASMESSO DA RADIO ALZO ZERO

Il Signore degli Anelli e il suo Autore


Il Signore degli Anelli è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia, tradotto in decine di lingue. Ha tutti gli ingredienti di una grande saga fantasy: l’affascinante tema della Cerca e del Viaggio, il cui scopo però non è trovare il Tesoro ma distruggerlo; un vasto mondo che vive attraverso splendidi sfondi, dalla Contea a Gran Burrone, dalle Montagne Nebbiose alla Terra d’Ombra, da Moria a Isengard, da Minas Tirith a Barad-dur; popoli affascinanti e misteriosi come elfi e nani, e creature magiche e agghiaccianti come i Nazgùl, il Balrog, Shelob.

Ma l’opera di Tolkien nasconde molto di più. Egli è stato forse il più grande medievalista del ‘900, profondo conoscitore dell’universo culturale nordeuropeo: il mondo celtico, le saghe nibelunghe, il ciclo carolingio e quello arturiano, fino alle ormai dimenticate fiabe e leggende delle campagne di mezza Europa. Componeva abitualmente poesie in inglese medievale, e sapeva leggere il Beowulf nella lingua originale. Per questo Tolkien riesce a scrivere una vera e propria epopea cavalleresca, non nei panni di un uomo del ‘900 ma come l’avrebbe composta un bardo del 12° secolo.

Pensiamo solo alla costruzione dei personaggi. Ognuno di essi ha non solo una sua caratterizzazione e una sua storia, ma simboleggia virtù e qualità in modo immediato e profondo, rimandando ad archetipi ancestrali: Gandalf è l’anziano detentore della saggezza e della conoscenza, come il Mago Merlino di ogni mito; Aragorn è il re-guerriero, che porta pace e giustizia nel mondo, novello Artù o Carlo Magno; Sam è il fedele scudiero e amico che segue l’eroe fino alla Fine; Legolas e tutta la sua razza rappresentano quanto c’è di più spirituale ed elevato e nobile nel mondo, e si potrebbe continuare a lungo.

Nella vasta produzione letteraria di Tolkien, tra fiabe e racconti e saggi, spicca poi il Silmarillion, l’opera più amata dall’autore, la più aulica e carica di significati. È il racconto della Terra di Mezzo, anzi di Arda, il mondo che la ospita: ma allegoricamente è un grandioso tentativo di sintetizzare la tradizione cristiana e la mitologia politeista pagana in un'unica Storia. Dalla creazione del mondo ad opera di Eru, l’unico Dio, alla caduta di Melkor (Lucifero); dal pantheon di divinità capeggiato da Manwe (Zeus) mirabile connubio di dei nordici e greci, al Silmaril simbolico pomo d’Adamo causa della cacciata da Aman (Eden); dall’inabissamento di Numenor (Atlantide), alla storia del Regno di Gondor (Roma), nel libro Tolkien racchiude trasfigurandoli gli immortali miti creati dai popoli europei.

Il filo conduttore di entrambe le opere è sempre il tema dell’eterna lotta tra il bene e il male, la Luce e l’Ombra, tra i quali per Tolkien la scelta è radicale: non esiste giustificazione per il male, si sceglie di stare da una parte o dall’altra e se ne affrontano le conseguenze.  E gli uomini diventano eroi se resistono alla tentazione del Male e lo combattono, come Frodo e Sam che portano l’Anello fin nel cuore della Terra d’Ombra, o come il resto della Compagnia nella battaglia dei campi del Pelennor. Allora il libro tocca le vette del pathos e diventa poema epico: quando Gandalf il Bianco ferma il Signore dei Nazgùl al Cancello di Minas Tirith, e squillano i corni di Rohan mentre Theoden cavalca impavido verso la morte, e dama Eowyn si erge contro il Nazgùl per difendere suo padre, e brilla in mano ad Aragorn la Spada che fu rotta, e il vento spazza le nubi e la Luce scaccia la Tenebra.


Tolkien è “di destra”?
La Terra di Mezzo allegoria dell’Europa…
.

In Italia con la diffusione delle opere di Tolkien c’è stata una lunga polemica letteraria e politica per stabilire se egli fosse o no “di destra”. Tutto inizia quando negli anni ’70 Il Signore degli Anelli fu tradotto in italiano, più di venti anni dopo il successo della sua edizione inglese: la cultura di sinistra allora (tuttora?!) egemone lo sentì come un corpo estraneo e ostile e lo emarginò in ogni modo, con il risultato che ufficialmente se ne parlò poco e male. Ciò non ha impedito però che più di 36 riedizioni vendessero in Italia centinaia di migliaia di copie, grazie al passaparola tra i lettori affascinati dal libro. Contemporaneamente la destra missina italiana inserì il libro nel suo pantheon culturale, e vi si ispirò al punto di chiamare i campi estivi dei giovani del Msi Campi-Hobbit. Da qui nasce il luogo comune che Tolkien sia “di destra”.

Ma è proprio un luogo comune? In realtà ci sono fondate ragioni per cui la sinistra intellettuale l’ha fortemente ostracizzato, mentre una certa destra l’ha profondamente amato. Innanzitutto il mondo che Tolkien crea è pre-moderno, ma soprattutto anti-moderno: concetti come industrializzazione e classi sociali sono del tutto estranei all’universo del Signore degli Anelli. I popoli della Terra di Mezzo vivono immersi nella natura, in un’arcaica società tradizionale ancorata ad un rigido codice morale, con un universo culturale permeato di spiritualità e mito che influenza tutta la vita della comunità dando una forte coscienza identitaria. Ragionando con le nostre epoche ci troveremmo in un medioevo nobile e guerriero, in cui è esaltata la regalità di sangue e di spirito.

In questa atmosfera risplendono nelle gesta degli eroi i valori della Tradizione: il senso dell’onore, la fedeltà alla parola data, il coraggio e la lealtà, lo spirito di sacrificio, il cameratismo con i compagni, l’esaltazione della battaglia, la fede nel proprio condottiero, l’essere pronti a morire per la propria patria, il sentimento di appartenenza ad una cultura, a un popolo, a una storia. Questo è l’ethos che permea il Signore degli Anelli e ancor di più il Silmarillion, un ethos certamente vicino a una certa destra italiana ed europea che ha fatto sì che da essa (ma certo non solo da essa), fosse amato.

Secondo poi un’affascinante interpretazione, basata sugli indizi sparsi nel saggio-biografia di Tolkien “La realtà in trasparenza”, nei popoli descritti dall’autore possiamo riconoscere i nostri avi, e nella Terra di Mezzo un’allegoria della nostra antica Europa. Gli Hobbit tranquilli e operosi, modesti ma forti, rappresentano gli ideali villici della vecchia campagna inglese, e infatti la curata e prospera Contea (nella regione dell’Eriador) è posta geograficamente a nord ovest, come la Gran Bretagna nel nostro continente. Gli alti e biondi Uomini di Rohan venuti dal nord, rudi e valorosi guerrieri, privi di cultura scritta, sono in fondo le tribù germaniche del centro-nord Europa.  Gli uomini di Gondor, (nome che significa “Terra della Pietra”) costruttori di ponti e di strade, sapienti e abili, eredi di un impero che dominava terra e mare, saldi come la bianca pietra della loro capitale, rappresentano l’archetipo di Roma (tanto che la battaglia del Pelennor contro i Mumakil, gli elefanti, è un chiaro riferimento allo scontro con Annibale). Infine a sud del Regno di Gondor, sul caldo mare della baia di Belfalas, si affacciano le terre desertiche dello Harad e la città dei feroci Corsari di Umbar, che fanno molto pensare ai pirati arabi del Nord Africa.

In questa verosimile allegoria dell’Europa Tolkien pone il nemico delle “genti libere” a est, proprio negli anni ’20-’50 in cui l’Europa vive lo scontro Occidente-Oriente: un nemico che vuole distruggere il mondo esistente, la sua Tradizione e la sua libertà, per sostituirlo con la razza degli orchi che sono in qualche modo ”l’uomo nuovo” parte della nuova società collettiva.
Il libro insegna come con questo nemico non si può scendere a patti ma solo lottare: nella battaglia finale davanti al Cancello Nero Aragorn chiama a raccolta il coraggio dei suoi uomini chiamandoli proprio “Uomini dell’Occidente”, per combattere per il loro popolo e per la loro libertà.

P.S. A mo' di provocazione non posso non notare che nel film, fedele anche in questo al libro, nella battaglia finale intervengono dal cielo le Grandi Aquile, simbolo di almeno tre grandi Imperi Occidentali: l’Impero Romano, l’Impero Asburgico, e l’Impero Americano.
 

Poesie e Canti del Signore degli Anelli

Il Signore degli Anelli
Tre Anelli ai re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende.
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.

L'indovinello di Grampasso
Non tutto quel ch'è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti.
Il vecchio ch'è forte non s'aggrinza
E le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L'ombra sprigionerà una scintilla,
Nuova la lama ora rotta,
E re quei ch'è senza corona.

L'Enigma di Boromir
Cerca la Spada che fu rotta,
A Imaldris la troverai.
I consigli della gente dotta
Più forti di Morgul avrai.
Lì un segno verrà mostrato,
Indice che il Giudizio è vicino,
Il Flagello d'Isildur s'è svegliato,
Ed il Mezzuomo è in cammino.

Il Canto funebre di Frodo per Gandalf
Grigia era la sera nella Contea,
Il suo passo si udì sulla Collina.
Ma prima che brillasse l'alba argentea,
Già era partito per la sua via.
Dalle Terre Selvagge agli occidentali lidi,
Dai deserti del Nord ai colli verdeggianti,
Nel covo del drago e nei nascosti nidi,
Egli camminò a lungo nei boschi ombreggianti.
Con Hobbit e con Elfi, con Uomini e con Nani,
Con coloro che non muoiono e con i mortali,
Con la bestia nel covo e l'uccello sui rami,
Egli sapea parlare le lingue locali.
Voce squillante, mano che guarisce,
Una schiena curva sotto il grave peso.
Bastone che guida, spada che ferisce,
Un pellegrino stanco sul sentiero scosceso.
In sapienza ed in saggezza egli era signore,
Un vecchio dal cappello antico e corroso,
Alla collera e al riso pronto a tutt'ore,
Appoggiato sul suo fedele bastone nodoso.
Solo si ergea sul ponte,
Sfidando sia il fuoco che l'ombra.
Rotto il bastone nel monte,
Khazad-dûm fu la sua tomba.
 

La sconfitta del Signore dei Nazgul
Racconto tratto dalle Memorie di Dangalf


La radura era quieta, un’isola protetta dalla magia millenaria degli elfi. Ma appena oltre, nel Bosco Atro, la marea oscura saliva. La Compagnia dell’Ovest indugiava, indecisa sul da farsi: aveva recuperato l’Oggetto che da tempo cercava, ma ora un tremendo pericolo si frapponeva tra loro e il ritorno a Gran Burrone. Preceduto dall’orrido grido della sua cavalcatura alata il Signore dei Nazgul, lo Stregone di Angmar, il Negromante di Dol Guldur, era lì, ombra tra le ombre. Alto e fiero, terribile a vedersi, scrutava la Compagnia e i tremendi occhi rossi erano l’unico punto visibile del nero volto incappucciato. Tutt’intorno alla radura dodici torce ardevano, dodici lingue di fuoco che presagivano chissà quali altre malvagità. Che fare? Attendere? Fuggire? Per breve tempo i pensieri di tutti indugiarono su queste vie.

Poi l’Hobbit per primo si mise la faretra in spalla, incoccò la sua freccia migliore nell’arco, e come se stesse andando ad un picnic a Lungacque si incamminò verso il margine della radura, volgendosi solo un momento per dire ai compagni: “Andiamo?!”. Lo stregone non aspettava altro, e stringendo il bianco bastone si affiancò con un ghigno soddisfatto al vecchio amico. Un odio e un desiderio di vendetta molto più antichi di lui brillavano nei suoi occhi. Certo non potevano prevedere la rapidità con cui i due guerrieri li scavalcarono, e formarono la prima fila della testuggine. Spalla a spalla il Beorniano ed il Rohirrim rivaleggiavano in altezza e possanza, e lanciando osceni insulti verso la nera figura incappucciata brandivano e roteavano le pesanti armi. L’elfo silvano tosto si unì al gruppo, ed impugnando l’arco si avvicinò a Giacobbaus per consultarsi su certe loro tecniche segrete che pochi arcieri conoscono. L’ultimo a muoversi fu Rayan, l’elfo Noldor. Non perché temesse di combattere, anzi. Ma a lui era affidato l’Oggetto ed alcuni compagni, Dangalf lo stregone per primo, gli avevano consigliato di allontanarsi per evitare che cadesse nelle oscure mani, anche a prezzo della vita del resto Compagnia. Per fortuna Rayan non diede ascolto al suo compagno, come faceva sempre d’altronde. Così la sua spada sfavillò nella tenue luce, e si affiancò all’ascia di Akira e allo spadone di Ringhio, che brillarono più forte anch’essi, quasi a salutare il compagno ritrovato.

Come un sol uomo i sei avanzarono verso l’oscuro nemico. Dieci passi. Otto. Cinque. Due. Un innaturale brivido percorse le schiene di tutti, e i cuori per un attimo sussultarono. I passi si fermarono, e gli sguardi si incrociarono dubbiosi. Ma fu solo un momento. Con impeto i sei oltrepassarono la frontiera di quella sicura isola di pace, e furono soli dinanzi all’Orrore. Le ombre si ingigantirono intorno a loro, e il vento fischiò, e una orrenda risata echeggiò, e un ondata di paura li sommerse. Ma furono gli amuleti di Lorien, oppure gli animi temprati da anni di battaglie con gli esseri più malvagi, oppure il coraggio dei veri eroi, fatto sta che nessuno, nessuno, indietreggiò, e tutti affrontarono il nemico. Il nemico stesso invece indietreggiò, e parve quasi sorpreso da quel coraggio che da secoli non vedeva: sei avversari lo affrontavano a viso aperto, ridendo dell’ombra che emanava, e lanciando quel grido che egli non sentiva da quando il mondo era giovane, ed i cavalieri di Fingolfin cavalcavano fieri per il Beleriand: “GILTHONIEL! A ELBERETH!” Ed Elbereth, la stella del Nord nemica dell’Oscurità, si fece largo tra le fronde del bosco ed illuminò la Compagnia che finalmente ingaggiava la battaglia.

Il più rapido di tutti fu Dangalf: pronunciò antiche Parole di Potere con voce ferma e roca, ed improvvisamente il suo bastone si accese di mille luci, che formarono un dardo luminoso e terribile come il fulmine figlio della tempesta, che con la stessa velocità si staccò dalla punta del bastone e centrò il torace del nemico passandolo da parte a parte. Subito dopo Giacobbaus tese l’arco e la sua freccia migliore, preparata con pazienza e abilità, saettò nell’aria dirigendosi con precisione millimetrica al volto del nemico, e quando lo colpì l’ingegnoso meccanismo funzionò causando una esplosione così poderosa che avrebbe fermato un mumakil. Nello stesso istante Oberon, l’elfo silvano, scoccò la sua freccia, caricandola di tutto l’odio che da millenni la sua gente provava per quell’essere malvagio, e l’abilità del tiro o l’efficacia delle litanie che accompagnavano la freccia l’indirizzarono proprio alla testa del nemico, e la sua esplosione si mescolò con quella di Giacobbaus, in un crescendo impressionante di potenza.

Ma non era finita. Appena i fumi delle esplosioni si diradarono le lame colpirono. Il pesante spadone si abbatté sulla spalla destra del nemico, con tutta la forza che le colossali braccia del Beorniano potevano infondere, e l’arma resistette alla malvagia magia che quel corpo emanava e penetrò a fondo nella corazza. Con perfetta coordinazione Akira caricò da sinistra e l’ascia del Rohirrim centrò anch’esso il bersaglio, colpendo il braccio del nemico appena sopra il gomito. Ma l’azione più inaspettata fu quella del Noldor, che con incredibile abilità si infilò tra i due guerrieri e diresse come un lampo la punta della sua spada verso il cuore del nemico: e solo il giustacuore posto sotto la cotta di maglia impedì alla stoccata di essere mortale.

Tutta la Compagnia tirò il fiato per un attimo, osservando il risultato dei loro sforzi. Quell’assalto che avrebbe disperso una carica di rohirrim, quel susseguirsi di magie, di colpi prodigiosi, di attacchi possenti come raramente si erano visti in quella parte del mondo, aveva avuto ben poco effetto sul nemico. Certo egli aveva barcollato ed era stato ferito, la corona di ferro era rotolata a terra, la tunica bruciava e la cotta di maglia era rotta in più punti. Ma come uccidere se non si trovano cuore e carne e ossa da colpire? Egli era sempre lì, enorme e oscuro, ed una risata che avrebbe fatto rabbrividire le orride creature degli abissi della Terra Nera proruppe dalla sua gola squarciata. Sguainò con gesto lento e maestoso il suo antico spadone, e la lama affilata si illuminò di una strana luce fredda, bianca come il marmo delle tombe, gelida come i ghiacci di Angbar, e tetra come le ombre di Mordor. Con un unico movimento la lama descrisse un arco nell’aria dirigendosi verso il capo di Rayan, che nonostante la sua velocità di elfo riuscì a schivare il colpo solo all’ultimo istante.

Da quel momento la lotta si fece frenetica: ognuno aveva capito che doveva usare tutte le proprie risorse per uccidere subito il nemico, altrimenti nessuno della Compagnia sarebbe sopravvissuto. I fulmini si susseguivano ai fulmini, e le frecce si inseguivano l’un l’altra. Ma tale era la velocità del Signore dei Nazgul, e così forte la sua malvagia protezione, che molti colpi mancavano il bersaglio. La fortuna sembrava aver abbandonato la Compagnia. Ma il pericolo più grande era per i coraggiosi che affrontavano il nemico spada in pugno: per loro era difficile colpirlo, e solo con grande fatica riuscivano a schivare i suoi micidiali affondi.

Il primo a essere colpito fu Ringhio. Menando senza paura i suoi fendenti con entrambe le mani il Beorniano era terribilmente esposto alla lama del nemico, che accortosene passò la sua spada da destra a sinistra sul torace di Ringhio, il quale solo buttandosi prontamente indietro riuscì ad attenuare il colpo mortale. Ma la punta della spada maledetta attraversò l’armatura, e un lungo taglio segnò il suo petto. Ringhio era abituato a ben più gravi ferite, ed aveva sempre continuato a combattere non curandosi di esse, come solo un Beorniano preso dalla furia guerriera può fare. La sua resistenza e la sua determinazione erano senza pari. Ma in quel caso immediatamente uno strano brivido percorse il suo corpo: freddo, paura, debolezza, sembravano diffondersi nelle sue vene, dirigendosi verso il cuore. Ma il Beorniano strinse i denti, scacciò la paura e rialzò la spada, raccogliendo le forze per vibrare un nuovo colpo.

Poco dopo fu colpito Akira. Egli attaccava gridando “Avanti Eorlingas!”, lo stesso grido che aveva sbaragliato le schiere del Negromante cinque secoli prima, quando Eorl il Giovane guidò i Rohirrim dal Nord al Campo di Celebrant, dove Gondor combatteva gli eserciti dell’Est. Il Signore dei Nazgul si voltò a fronteggiarlo in tutta la sua grandezza, e quando lo spadone calò dall’alto ruppe lo scudo col Cavallo Bianco e colpì duramente il braccio sinistro di Akira. Un brivido gelido fece tremare anche il possente Rohirrim, ed egli ebbe come la sensazione che un frammento di malvagità dal braccio fendesse la sua carne, muovendosi inesorabile verso il cuore. Ma anch’egli, piuttosto che nascondersi o fuggire, buttò a terra i resti dello scudo e brandì con entrambe le mani la spada, caricando ancora una volta il Signore dei Nazgul.

Più a lungo resistette Rayan ai colpi del nemico. L’agilità, la maestria, la velocità, tutte le doti naturali di un elfo Noldor erano in lui accresciute da centinaia di duelli, molti vinti, alcuni persi. Egli schivava e saltava, colpiva e si ritirava, quasi danzando mentre feriva spesso il nemico, seppur non con la forza degli altri due guerrieri. Ma ad un tratto la sua lama e quella del Signore dei Nazgul si scontrarono, ed i due rimasero alcuni secondi l’uno di fronte all’altro a guardarsi negli occhi, tutte le forze impegnate nel mortale contrasto. Improvvisamente il nemico si disimpegnò facendo un passo indietro, poi con la velocità di una tempesta girò su se stesso abbassandosi, e la sua spada roteando ferì a fondo entrambi le gambe di Rayan, che cadde in ginocchio a terra, senza la forza di rialzarsi. Certo gli elfi hanno una diversa percezione del male e del dolore rispetto agli uomini, ma anche lui sentì le forze ed il coraggio abbandonarlo.

Il Signore dei Nazgul avanzava inesorabilmente verso i membri della compagnia che ancora non avevano assaggiato la sua lama. Akira e Ringhio continuavano ancora a tempestarlo di colpi, a volte colpendolo, a volte no. Una innaturale nebbia offuscava la loro vista, e le armi pesavano come non mai, ed i movimenti si facevano lenti ed impacciati. Quando ormai il Negromante stava per fare a pezzi gli arcieri, una strana preghiera si udì nell’aria, intonata dalla melodiosa voce del Noldor. Anche il nemico si voltò a guardare Rayan, che appena incrociò il suo sguardo scagliò dalla sua mano un lampo di luce accecando momentaneamente il nemico, dando il tempo ad un’altra salva di frecce e fulmini di colpirlo. Poi Rayan si accasciò a terra, ed il Signore dei Nazgul riprese ad avanzare.

Di fronte a lui stava in piedi, fermo, Dangalf. Sapeva che fuggire era inutile, e d’altra parte aveva atteso a lungo quel momento e non aveva nessuna intenzione di sottrarsi al suo fato. Aveva lasciato cadere il bastone ormai incandescente, e con cura aveva srotolato un’antica pergamena. Era un dono del suo maestro Taliesin, scomparso anni prima nelle Terre Selvagge. L’aveva conservata per lungo tempo durante le sue pericolose avventure, ed ora non voleva lasciare la Terra di Mezzo senza avere in qualche modo onorato la memoria del suo maestro. Lo Stregone di Angmar era ormai a pochi passi da lui, quando con voce ferma incominciò a leggere quelle arcane rune. Quando infine terminò gridando in faccia al nemico “Naur an Edraith Ammen!” una saetta bianca come la luce degli Alberi di Valinor e rovente come il sacro fuoco di Anor investì con violenza il nemico, diradando le ombre e squarciando l’armatura. Dangalf sorrise soddisfatto, e rassegnato attese il colpo del nemico che tremendo lo investì scagliandolo a terra, inerme.

In mezzo a quella carneficina rimanevano illesi solo i due arcieri. Per l’hobbit sarebbe stato facile fuggire, rapido e silenzioso com’era. Senza contare il prezioso dono della Dama del Bosco d’Oro, che lo avrebbe reso invisibile agli occhi di tutti. Ma il seme del coraggio, piantato in ogni hobbit seppur molto, molto, molto in profondità, si era destato in lui. Era sul punto di diventare il più potente hobbit mai esistito, un eroe cantato da tutti i menestrelli non solo della sua gente ma di tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo. Sorrise assaporando la sua futura gloria. E poi, se avessero vinto il Signore dei Nazgul, quali potevano essere i doni che avrebbe ricevuto da Elrond come ricompensa? Gli occhi gli brillarono di emozione immaginando una piccola corazza di mithril brillare tra le sue mani. Infine egli, in fondo in fondo, provava affetto e lealtà per i suoi stupidi compagni, che cadevano sempre prima di lui e poi dovevano essere salvati. Quando perciò la nera ombra lo sovrastò, la sua unica reazione fu quella di sbrigarsi a incoccare l’ultima freccia esplosiva che scagliò verso quell’enorme bersaglio, ridendo al pensiero che stavolta non si doveva preoccupare di prendere la mira. Subito dopo l’esplosione, sentì un acuto dolore dalla gola fino giù all’inguine, e giacque riverso nel suo stesso sangue.

Oberon vide anche l’hobbit cadere, e non poté non pensare che ormai fosse tutto perduto. Il suo spirito stava per raggiungere le Aule di Valinor, e non gli dispiaceva poi tanto. Con la mente ripercorse i secoli vissuti nella Terra di Mezzo, indugiando sui brevi ma avventurosi anni passati con la Compagnia. Le discussioni con quel cocciuto dello stregone, il legame con l’altro nobile elfo, l’amicizia con i prodi guerrieri, la simpatia per quel terribile piccolo ladruncolo hobbit. Forse furono questi ricordi e questi sentimenti a far rinascere in lui la speranza. Non poteva finire così la Compagnia, non dopo tutto quello che avevano passato insieme. Dopo tutte le volte che si erano salvati la vita a vicenda, tutte le imprese compiute, tutti gli atti di eroismo. No, non poteva finire così. Guardò di nuovo il nemico che avanzava verso di lui, e si accorse che era gravemente ferito: il suo passo era incerto e la luce rossa dei suoi occhi brillava più flebile. Dopotutto aveva sostenuto un combattimento tremendo, ricevendo colpi che raramente si erano visti in quell’era del mondo.

Allora Oberon giocò il tutto per tutto. Gettò via l’arco, e in quel momento drammatico, solo davanti al nemico, con i compagni feriti o moribondi, cercò la concentrazione per pregare gli dei. Il suo spirito si elevò come mai prima, giungendo a bussare alle porte delle terre imperiture, ed egli pregò il sommo Manwe, padre degli Dei, di accontentare la sua richiesta. Quando riaprì gli occhi, nulla era cambiato nel paesaggio intorno a lui, e il nemico incombeva sull’elfo inerme. L’evocazione era dunque fallita? Ma un grido si udì fortissimo, e in alto sopra la radura comparve un enorme aquila, che poteva rivaleggiare con Gwaihir Re dei Venti per grandezza e forza. Come un lampo scese in picchiata sul Signore dei Nazgul e gli artigli colpirono con la forza delle tempeste delle Montagne Nebbiose. In un attimo tutto era finito. Al posto del Negromante giacevano sul terreno i resti di una tunica e di una armatura. Un urlo si levò vibrante nell’aria, una voce senza corpo che fu inghiottita dal vento e scomparve con esso.
Elbereth illuminava la Compagnia vittoriosa.
 

Muro di scudi
Di Gabriele Marconi


Lenti i tuoi passi sul vecchio selciato
segnano i l tempo che va
là nella stalla il lavoro è finito
e una preghiera farai
Perché nasca più forte e più sano
il primo figlio del re
perché la tua regina fanciulla
nutra il suo cuore di giovane re
E sarà la sua spada domani
che guarderà la frontiera
contro le nuove invasioni rabbiose
dovrà levare gli scudi
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi
Stelle dipinte di bianco sopra il tuo muro di scudi
Guerrieri al fianco serrati dietro il tuo muro di scudi
Spade lampeggiano ancora sopra il tuo muro di scudi
Guardi i novizi aspettare i cavalli
ecco la scorta del re
scendono a terra sicuri e sprezzanti
ridono proprio di te
di questo monaco senza una mano
piegato in due dall’età
ma come può la regina si chiedono
passar le ore a parlare con te
ma non senti le risa
non pensi a loro perché
brucia di nuovo la vecchia ferita
brucia il ricordo col vento dell’est
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi…
Dalla finestra ti fermi a guardare
la neve che viene giù
e all’improvviso il gelo ti assale
ma non è solo l’età
Pensi alle valli in Bretagna innevate
ai tuoi fratelli cantare con te
allora ricordi la gioia in battaglia
quando stringevi una spada anche tu
Ed alzavi lo scudo, e gli altri lo alzavan con te
forte cantavi ed il sangue scorreva
mentre i nemici cadevano giù
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi...

 

Stampa questo articolo  

 

 
  Privacy  -  Disclaimer  -  WebSiteInfo