Il Signore degli Anelli e il suo Autore
Il Signore degli Anelli è il secondo libro più letto al mondo dopo la
Bibbia, tradotto in decine di lingue. Ha tutti gli ingredienti di una grande
saga fantasy: l’affascinante tema della Cerca e del Viaggio, il cui scopo
però non è trovare il Tesoro ma distruggerlo; un vasto mondo che vive
attraverso splendidi sfondi, dalla Contea a Gran Burrone, dalle Montagne
Nebbiose alla Terra d’Ombra, da Moria a Isengard, da Minas Tirith a
Barad-dur; popoli affascinanti e misteriosi come elfi e nani, e creature
magiche e agghiaccianti come i Nazgùl, il Balrog, Shelob.
Ma
l’opera di Tolkien nasconde molto di più. Egli è stato forse il più grande
medievalista del ‘900, profondo conoscitore dell’universo culturale
nordeuropeo: il mondo celtico, le saghe nibelunghe, il ciclo carolingio e
quello arturiano, fino alle ormai dimenticate fiabe e leggende delle
campagne di mezza Europa. Componeva abitualmente poesie in inglese
medievale, e sapeva leggere il Beowulf nella lingua originale. Per questo
Tolkien riesce a scrivere una vera e propria epopea cavalleresca, non nei
panni di un uomo del ‘900 ma come l’avrebbe composta un bardo del 12°
secolo.
Pensiamo solo alla costruzione dei personaggi. Ognuno di essi ha non solo
una sua
caratterizzazione e una sua storia, ma simboleggia virtù e qualità in modo
immediato e profondo, rimandando ad archetipi ancestrali: Gandalf è
l’anziano detentore della saggezza e della conoscenza, come il Mago Merlino
di ogni mito; Aragorn è il re-guerriero, che porta pace e giustizia nel
mondo, novello Artù o Carlo Magno; Sam è il fedele scudiero e amico che
segue l’eroe fino alla Fine; Legolas e tutta la sua razza rappresentano
quanto c’è di più spirituale ed elevato e nobile nel mondo, e si potrebbe
continuare a lungo.
Nella vasta produzione letteraria di Tolkien, tra fiabe e racconti e saggi,
spicca poi il Silmarillion, l’opera più amata dall’autore, la più aulica e
carica di significati. È il racconto della Terra di Mezzo, anzi di Arda, il
mondo che la ospita: ma allegoricamente è un grandioso tentativo di
sintetizzare la tradizione cristiana e la mitologia politeista pagana in
un'unica Storia. Dalla creazione del mondo ad opera di Eru, l’unico Dio,
alla caduta di Melkor (Lucifero); dal pantheon di divinità capeggiato da
Manwe (Zeus) mirabile connubio di dei nordici e greci, al Silmaril simbolico
pomo d’Adamo causa della cacciata da Aman (Eden); dall’inabissamento di
Numenor (Atlantide), alla storia del Regno di Gondor (Roma), nel libro
Tolkien racchiude trasfigurandoli gli immortali miti creati dai popoli
europei.
Il
filo conduttore di entrambe le opere è sempre il tema dell’eterna lotta tra
il bene e il male, la Luce e l’Ombra, tra i quali per Tolkien la scelta è
radicale: non esiste giustificazione per il male, si sceglie di stare da una
parte o dall’altra e se ne affrontano le conseguenze. E gli uomini
diventano eroi se resistono alla tentazione del Male e lo combattono, come
Frodo e Sam che portano l’Anello fin nel cuore della Terra d’Ombra, o come
il resto della Compagnia nella battaglia dei campi del Pelennor. Allora il
libro tocca le vette del pathos e diventa poema epico: quando Gandalf il
Bianco ferma il Signore dei Nazgùl al Cancello di Minas Tirith, e squillano
i corni di Rohan mentre Theoden cavalca impavido verso la morte, e dama
Eowyn si erge contro il Nazgùl per difendere suo padre, e brilla in mano ad
Aragorn la Spada che fu rotta, e il vento spazza le nubi e la Luce scaccia
la Tenebra.
Tolkien è “di destra”?
La Terra di Mezzo allegoria dell’Europa….
In Italia con la diffusione delle opere di Tolkien c’è stata una lunga
polemica letteraria e politica per
stabilire se egli fosse o no “di destra”. Tutto inizia quando negli anni ’70
Il Signore degli Anelli fu tradotto in italiano, più di venti anni dopo il
successo della sua edizione inglese: la cultura di sinistra allora
(tuttora?!) egemone lo sentì come un corpo estraneo e ostile e lo emarginò
in ogni modo, con il risultato che ufficialmente se ne parlò poco e male.
Ciò non ha impedito però che più di 36 riedizioni vendessero in Italia
centinaia di migliaia di copie, grazie al passaparola tra i lettori
affascinati dal libro. Contemporaneamente la destra missina italiana inserì
il libro nel suo pantheon culturale, e vi si ispirò al punto di chiamare i
campi estivi dei giovani del Msi Campi-Hobbit. Da qui nasce il luogo comune
che Tolkien sia “di destra”.
Ma è proprio un luogo comune? In realtà ci sono fondate ragioni per cui la
sinistra intellettuale l’ha fortemente ostracizzato, mentre una certa destra
l’ha profondamente amato. Innanzitutto il mondo che Tolkien crea è pre-moderno, ma soprattutto anti-moderno: concetti come industrializzazione
e classi sociali sono del tutto estranei all’universo del Signore degli
Anelli. I popoli della Terra di Mezzo vivono immersi nella natura, in
un’arcaica società tradizionale ancorata ad un rigido codice morale, con un
universo culturale permeato di spiritualità e mito che influenza tutta la
vita della comunità dando una forte coscienza identitaria. Ragionando con le
nostre epoche ci troveremmo in un medioevo nobile e guerriero, in cui è
esaltata la regalità di sangue e di spirito.
In
questa atmosfera risplendono nelle gesta degli eroi i valori della
Tradizione: il senso dell’onore, la fedeltà alla parola data, il coraggio e
la lealtà, lo spirito di sacrificio, il cameratismo con i compagni,
l’esaltazione della battaglia, la fede nel proprio condottiero, l’essere
pronti a morire per la propria patria, il sentimento di appartenenza ad una
cultura, a un popolo, a una storia. Questo è l’ethos che permea il Signore
degli Anelli e ancor di più il Silmarillion, un ethos certamente vicino a
una certa destra italiana ed europea che ha fatto sì che da essa (ma certo
non solo da essa), fosse amato.
Secondo poi un’affascinante interpretazione, basata sugli indizi sparsi nel
saggio-biografia di Tolkien “La realtà in trasparenza”, nei popoli descritti
dall’autore possiamo riconoscere i nostri avi, e nella Terra di Mezzo
un’allegoria della nostra antica Europa. Gli Hobbit tranquilli e operosi,
modesti ma forti, rappresentano gli ideali villici della vecchia campagna
inglese, e infatti la curata e prospera Contea (nella regione dell’Eriador)
è posta geograficamente a nord ovest, come la Gran Bretagna nel nostro
continente. Gli alti e biondi Uomini di Rohan venuti dal nord, rudi e
valorosi guerrieri, privi di cultura scritta, sono in fondo le tribù
germaniche del centro-nord Europa.
Gli uomini di Gondor, (nome che significa “Terra della Pietra”) costruttori
di ponti e di strade,
sapienti e abili, eredi di un impero che dominava terra e mare, saldi come
la bianca pietra della loro capitale, rappresentano l’archetipo di Roma
(tanto che la battaglia del Pelennor contro i Mumakil, gli elefanti, è un
chiaro riferimento allo scontro con Annibale). Infine a sud del Regno di
Gondor, sul caldo mare della baia di Belfalas, si affacciano le terre
desertiche dello Harad e la città dei feroci Corsari di Umbar, che fanno
molto pensare ai pirati arabi del Nord Africa.
In questa verosimile allegoria dell’Europa Tolkien pone il nemico delle
“genti libere” a est, proprio negli anni ’20-’50 in cui l’Europa vive lo
scontro Occidente-Oriente: un nemico che vuole distruggere il mondo
esistente, la sua Tradizione e la sua libertà, per sostituirlo con la razza
degli orchi che sono in qualche modo ”l’uomo nuovo” parte della nuova
società collettiva.
Il libro insegna come con questo nemico non si può scendere a patti ma solo
lottare: nella battaglia finale davanti al Cancello Nero Aragorn chiama a
raccolta il coraggio dei suoi uomini chiamandoli proprio “Uomini
dell’Occidente”, per combattere per il loro popolo e per la loro libertà.
P.S. A mo' di provocazione non posso non notare che nel film, fedele anche
in questo al libro, nella battaglia finale intervengono dal cielo le Grandi
Aquile, simbolo di almeno tre grandi Imperi Occidentali: l’Impero Romano,
l’Impero Asburgico, e l’Impero Americano.
Poesie e Canti del Signore degli Anelli
Il Signore degli Anelli
Tre Anelli ai re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende.
Uno per l'Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, Un anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli.
Nella Terra di Mordor, dove l'Ombra cupa scende.
L'indovinello di Grampasso
Non tutto quel ch'è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti.
Il vecchio ch'è forte non s'aggrinza
E le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L'ombra sprigionerà una scintilla,
Nuova la lama ora rotta,
E re quei ch'è senza corona.
L'Enigma di Boromir
Cerca la Spada che fu rotta,
A Imaldris la troverai.
I consigli della gente dotta
Più forti di Morgul avrai.
Lì un segno verrà mostrato,
Indice che il Giudizio è vicino,
Il Flagello d'Isildur s'è svegliato,
Ed il Mezzuomo è in cammino.
Il Canto funebre di Frodo per Gandalf
Grigia era la sera nella Contea,
Il suo passo si udì sulla Collina.
Ma prima che brillasse l'alba argentea,
Già era partito per la sua via.
Dalle Terre Selvagge agli occidentali lidi,
Dai deserti del Nord ai colli verdeggianti,
Nel covo del drago e nei nascosti nidi,
Egli camminò a lungo nei boschi ombreggianti.
Con Hobbit e con Elfi, con Uomini e con Nani,
Con coloro che non muoiono e con i mortali,
Con la bestia nel covo e l'uccello sui rami,
Egli sapea parlare le lingue locali.
Voce squillante, mano che guarisce,
Una schiena curva sotto il grave peso.
Bastone che guida, spada che ferisce,
Un pellegrino stanco sul sentiero scosceso.
In sapienza ed in saggezza egli era signore,
Un vecchio dal cappello antico e corroso,
Alla collera e al riso pronto a tutt'ore,
Appoggiato sul suo fedele bastone nodoso.
Solo si ergea sul ponte,
Sfidando sia il fuoco che l'ombra.
Rotto il bastone nel monte,
Khazad-dûm fu la sua tomba.
La sconfitta del Signore dei Nazgul
Racconto tratto dalle Memorie di Dangalf
La radura era quieta, un’isola protetta dalla magia millenaria degli elfi.
Ma appena oltre, nel Bosco Atro, la marea oscura saliva. La Compagnia
dell’Ovest indugiava, indecisa sul da farsi: aveva recuperato l’Oggetto che
da tempo cercava, ma ora un tremendo pericolo si frapponeva tra loro e il
ritorno a Gran Burrone. Preceduto dall’orrido grido della sua cavalcatura
alata il Signore dei Nazgul, lo Stregone di Angmar, il Negromante di Dol
Guldur, era lì, ombra tra le ombre. Alto e fiero, terribile a vedersi,
scrutava la Compagnia e i tremendi occhi rossi erano l’unico punto visibile
del nero volto incappucciato. Tutt’intorno alla radura dodici torce
ardevano, dodici lingue di fuoco che presagivano chissà quali altre
malvagità. Che fare? Attendere? Fuggire? Per breve tempo i pensieri di tutti
indugiarono su queste vie.
Poi l’Hobbit per primo si mise la faretra in spalla, incoccò la sua freccia
migliore nell’arco, e come se stesse andando ad un picnic a Lungacque si
incamminò verso il margine della radura, volgendosi solo un momento per dire
ai compagni: “Andiamo?!”. Lo stregone non aspettava altro, e stringendo il
bianco bastone si affiancò con un ghigno soddisfatto al vecchio amico. Un
odio e un desiderio di vendetta molto più antichi di lui brillavano nei suoi
occhi. Certo non potevano prevedere la rapidità con cui i due guerrieri li
scavalcarono, e formarono la prima fila della testuggine. Spalla a spalla il
Beorniano ed il Rohirrim rivaleggiavano in altezza e possanza, e lanciando
osceni insulti verso la nera figura incappucciata brandivano e roteavano le
pesanti armi. L’elfo silvano tosto si unì al gruppo, ed impugnando l’arco si
avvicinò a Giacobbaus per consultarsi su certe loro tecniche segrete che
pochi arcieri conoscono. L’ultimo a muoversi fu Rayan, l’elfo Noldor. Non
perché temesse di combattere, anzi. Ma a lui era affidato l’Oggetto ed
alcuni compagni, Dangalf lo stregone per primo, gli avevano consigliato di
allontanarsi per evitare che cadesse nelle oscure mani, anche a prezzo della
vita del resto Compagnia. Per fortuna Rayan non diede ascolto al suo
compagno, come faceva sempre d’altronde. Così la sua spada sfavillò nella
tenue luce, e si affiancò all’ascia di Akira e allo spadone di Ringhio, che
brillarono più forte anch’essi, quasi a salutare il compagno ritrovato.
Come un sol uomo i sei avanzarono verso l’oscuro nemico. Dieci passi. Otto.
Cinque. Due. Un innaturale brivido percorse le schiene di tutti, e i cuori
per un attimo sussultarono. I passi si fermarono, e gli sguardi si
incrociarono dubbiosi. Ma fu solo un momento. Con impeto i sei
oltrepassarono la frontiera di quella sicura isola di pace, e furono soli
dinanzi all’Orrore. Le ombre si ingigantirono intorno a loro, e il vento
fischiò, e una orrenda risata echeggiò, e un ondata di paura li sommerse. Ma
furono gli amuleti di Lorien, oppure gli animi temprati da anni di battaglie
con gli esseri più malvagi, oppure il coraggio dei veri eroi, fatto sta che
nessuno, nessuno, indietreggiò, e tutti affrontarono il nemico. Il nemico
stesso invece indietreggiò, e parve quasi sorpreso da quel coraggio che da
secoli non vedeva: sei avversari lo affrontavano a viso aperto, ridendo
dell’ombra che emanava, e lanciando quel grido che egli non sentiva da
quando il mondo era giovane, ed i cavalieri di Fingolfin cavalcavano fieri
per il Beleriand: “GILTHONIEL! A ELBERETH!” Ed Elbereth, la stella del Nord
nemica dell’Oscurità, si fece largo tra le fronde del bosco ed illuminò la
Compagnia che finalmente ingaggiava la battaglia.
Il più rapido di tutti fu Dangalf: pronunciò antiche Parole di Potere con
voce ferma e roca, ed improvvisamente il suo bastone si accese di mille
luci, che formarono un dardo luminoso e terribile come il fulmine figlio
della tempesta, che con la stessa velocità si staccò dalla punta del bastone
e centrò il torace del nemico passandolo da parte a parte. Subito dopo
Giacobbaus tese l’arco e la sua freccia migliore, preparata con pazienza e
abilità, saettò nell’aria dirigendosi con precisione millimetrica al volto
del nemico, e quando lo colpì l’ingegnoso meccanismo funzionò causando una
esplosione così poderosa che avrebbe fermato un mumakil. Nello stesso
istante Oberon, l’elfo silvano, scoccò la sua freccia, caricandola di tutto
l’odio che da millenni la sua gente provava per quell’essere malvagio, e
l’abilità del tiro o l’efficacia delle litanie che accompagnavano la freccia
l’indirizzarono proprio alla testa del nemico, e la sua esplosione si
mescolò con quella di Giacobbaus, in un crescendo impressionante di potenza.
Ma non era finita. Appena i fumi delle esplosioni si diradarono le lame
colpirono. Il pesante spadone si abbatté sulla spalla destra del nemico, con
tutta la forza che le colossali braccia del Beorniano potevano infondere, e
l’arma resistette alla malvagia magia che quel corpo emanava e penetrò a
fondo nella corazza. Con perfetta coordinazione Akira caricò da sinistra e
l’ascia del Rohirrim centrò anch’esso il bersaglio, colpendo il braccio del
nemico appena sopra il gomito. Ma l’azione più inaspettata fu quella del
Noldor, che con incredibile abilità si infilò tra i due guerrieri e diresse
come un lampo la punta della sua spada verso il cuore del nemico: e solo il
giustacuore posto sotto la cotta di maglia impedì alla stoccata di essere
mortale.
Tutta la Compagnia tirò il fiato per un attimo, osservando il risultato dei
loro sforzi. Quell’assalto che avrebbe disperso una carica di rohirrim, quel
susseguirsi di magie, di colpi prodigiosi, di attacchi possenti come
raramente si erano visti in quella parte del mondo, aveva avuto ben poco
effetto sul nemico. Certo egli aveva barcollato ed era stato ferito, la
corona di ferro era rotolata a terra, la tunica bruciava e la cotta di
maglia era rotta in più punti. Ma come uccidere se non si trovano cuore e
carne e ossa da colpire? Egli era sempre lì, enorme e oscuro, ed una risata
che avrebbe fatto rabbrividire le orride creature degli abissi della Terra
Nera proruppe dalla sua gola squarciata. Sguainò con gesto lento e maestoso
il suo antico spadone, e la lama affilata si illuminò di una strana luce
fredda, bianca come il marmo delle tombe, gelida come i ghiacci di Angbar, e
tetra come le ombre di Mordor. Con un unico movimento la lama descrisse un
arco nell’aria dirigendosi verso il capo di Rayan, che nonostante la sua
velocità di elfo riuscì a schivare il colpo solo all’ultimo istante.
Da quel momento la lotta si fece frenetica: ognuno aveva capito che doveva
usare tutte le proprie risorse per uccidere subito il nemico, altrimenti
nessuno della Compagnia sarebbe sopravvissuto. I fulmini si susseguivano ai
fulmini, e le frecce si inseguivano l’un l’altra. Ma tale era la velocità
del Signore dei Nazgul, e così forte la sua malvagia protezione, che molti
colpi mancavano il bersaglio. La fortuna sembrava aver abbandonato la
Compagnia. Ma il pericolo più grande era per i coraggiosi che affrontavano
il nemico spada in pugno: per loro era difficile colpirlo, e solo con grande
fatica riuscivano a schivare i suoi micidiali affondi.
Il primo a essere colpito fu Ringhio. Menando senza paura i suoi fendenti
con entrambe le mani il Beorniano era terribilmente esposto alla lama del
nemico, che accortosene passò la sua spada da destra a sinistra sul torace
di Ringhio, il quale solo buttandosi prontamente indietro riuscì ad
attenuare il colpo mortale. Ma la punta della spada maledetta attraversò
l’armatura, e un lungo taglio segnò il suo petto. Ringhio era abituato a ben
più gravi ferite, ed aveva sempre continuato a combattere non curandosi di
esse, come solo un Beorniano preso dalla furia guerriera può fare. La sua
resistenza e la sua determinazione erano senza pari. Ma in quel caso
immediatamente uno strano brivido percorse il suo corpo: freddo, paura,
debolezza, sembravano diffondersi nelle sue vene, dirigendosi verso il
cuore. Ma il Beorniano strinse i denti, scacciò la paura e rialzò la spada,
raccogliendo le forze per vibrare un nuovo colpo.
Poco dopo fu colpito Akira. Egli attaccava gridando “Avanti Eorlingas!”, lo
stesso grido che aveva sbaragliato le schiere del Negromante cinque secoli
prima, quando Eorl il Giovane guidò i Rohirrim dal Nord al Campo di
Celebrant, dove Gondor combatteva gli eserciti dell’Est. Il Signore dei
Nazgul si voltò a fronteggiarlo in tutta la sua grandezza, e quando lo
spadone calò dall’alto ruppe lo scudo col Cavallo Bianco e colpì duramente
il braccio sinistro di Akira. Un brivido gelido fece tremare anche il
possente Rohirrim, ed egli ebbe come la sensazione che un frammento di
malvagità dal braccio fendesse la sua carne, muovendosi inesorabile verso il
cuore. Ma anch’egli, piuttosto che nascondersi o fuggire, buttò a terra i
resti dello scudo e brandì con entrambe le mani la spada, caricando ancora
una volta il Signore dei Nazgul.
Più a lungo resistette Rayan ai colpi del nemico. L’agilità, la maestria, la
velocità, tutte le doti naturali di un elfo Noldor erano in lui accresciute
da centinaia di duelli, molti vinti, alcuni persi. Egli schivava e saltava,
colpiva e si ritirava, quasi danzando mentre feriva spesso il nemico, seppur
non con la forza degli altri due guerrieri. Ma ad un tratto la sua lama e
quella del Signore dei Nazgul si scontrarono, ed i due rimasero alcuni
secondi l’uno di fronte all’altro a guardarsi negli occhi, tutte le forze
impegnate nel mortale contrasto. Improvvisamente il nemico si disimpegnò
facendo un passo indietro, poi con la velocità di una tempesta girò su se
stesso abbassandosi, e la sua spada roteando ferì a fondo entrambi le gambe
di Rayan, che cadde in ginocchio a terra, senza la forza di rialzarsi. Certo
gli elfi hanno una diversa percezione del male e del dolore rispetto agli
uomini, ma anche lui sentì le forze ed il coraggio abbandonarlo.
Il Signore dei Nazgul avanzava inesorabilmente verso i membri della
compagnia che ancora non avevano assaggiato la sua lama. Akira e Ringhio
continuavano ancora a tempestarlo di colpi, a volte colpendolo, a volte no.
Una innaturale nebbia offuscava la loro vista, e le armi pesavano come non
mai, ed i movimenti si facevano lenti ed impacciati. Quando ormai il
Negromante stava per fare a pezzi gli arcieri, una strana preghiera si udì
nell’aria, intonata dalla melodiosa voce del Noldor. Anche il nemico si
voltò a guardare Rayan, che appena incrociò il suo sguardo scagliò dalla sua
mano un lampo di luce accecando momentaneamente il nemico, dando il tempo ad
un’altra salva di frecce e fulmini di colpirlo. Poi Rayan si accasciò a
terra, ed il Signore dei Nazgul riprese ad avanzare.
Di fronte a lui stava in piedi, fermo, Dangalf. Sapeva che fuggire era
inutile, e d’altra parte aveva atteso a lungo quel momento e non aveva
nessuna intenzione di sottrarsi al suo fato. Aveva lasciato cadere il
bastone ormai incandescente, e con cura aveva srotolato un’antica pergamena.
Era un dono del suo maestro Taliesin, scomparso anni prima nelle Terre
Selvagge. L’aveva conservata per lungo tempo durante le sue pericolose
avventure, ed ora non voleva lasciare la Terra di Mezzo senza avere in
qualche modo onorato la memoria del suo maestro. Lo Stregone di Angmar era
ormai a pochi passi da lui, quando con voce ferma incominciò a leggere
quelle arcane rune. Quando infine terminò gridando in faccia al nemico “Naur
an Edraith Ammen!” una saetta bianca come la luce degli Alberi di Valinor e
rovente come il sacro fuoco di Anor investì con violenza il nemico,
diradando le ombre e squarciando l’armatura. Dangalf sorrise soddisfatto, e
rassegnato attese il colpo del nemico che tremendo lo investì scagliandolo a
terra, inerme.
In mezzo a quella carneficina rimanevano illesi solo i due arcieri. Per
l’hobbit sarebbe stato facile fuggire, rapido e silenzioso com’era. Senza
contare il prezioso dono della Dama del Bosco d’Oro, che lo avrebbe reso
invisibile agli occhi di tutti. Ma il seme del coraggio, piantato in ogni
hobbit seppur molto, molto, molto in profondità, si era destato in lui. Era
sul punto di diventare il più potente hobbit mai esistito, un eroe cantato
da tutti i menestrelli non solo della sua gente ma di tutti i popoli liberi
della Terra di Mezzo. Sorrise assaporando la sua futura gloria. E poi, se
avessero vinto il Signore dei Nazgul, quali potevano essere i doni che
avrebbe ricevuto da Elrond come ricompensa? Gli occhi gli brillarono di
emozione immaginando una piccola corazza di mithril brillare tra le sue
mani. Infine egli, in fondo in fondo, provava affetto e lealtà per i suoi
stupidi compagni, che cadevano sempre prima di lui e poi dovevano essere
salvati. Quando perciò la nera ombra lo sovrastò, la sua unica reazione fu
quella di sbrigarsi a incoccare l’ultima freccia esplosiva che scagliò verso
quell’enorme bersaglio, ridendo al pensiero che stavolta non si doveva
preoccupare di prendere la mira. Subito dopo l’esplosione, sentì un acuto
dolore dalla gola fino giù all’inguine, e giacque riverso nel suo stesso
sangue.
Oberon vide anche l’hobbit cadere, e non poté non pensare che ormai fosse
tutto perduto. Il suo spirito stava per raggiungere le Aule di Valinor, e
non gli dispiaceva poi tanto. Con la mente ripercorse i secoli vissuti nella
Terra di Mezzo, indugiando sui brevi ma avventurosi anni passati con la
Compagnia. Le discussioni con quel cocciuto dello stregone, il legame con
l’altro nobile elfo, l’amicizia con i prodi guerrieri, la simpatia per quel
terribile piccolo ladruncolo hobbit. Forse furono questi ricordi e questi
sentimenti a far rinascere in lui la speranza. Non poteva finire così la
Compagnia, non dopo tutto quello che avevano passato insieme. Dopo tutte le
volte che si erano salvati la vita a vicenda, tutte le imprese compiute,
tutti gli atti di eroismo. No, non poteva finire così. Guardò di nuovo il
nemico che avanzava verso di lui, e si accorse che era gravemente ferito: il
suo passo era incerto e la luce rossa dei suoi occhi brillava più flebile.
Dopotutto aveva sostenuto un combattimento tremendo, ricevendo colpi che
raramente si erano visti in quell’era del mondo.
Allora Oberon giocò il tutto per tutto. Gettò via l’arco, e in quel momento
drammatico, solo davanti al nemico, con i compagni feriti o moribondi, cercò
la concentrazione per pregare gli dei. Il suo spirito si elevò come mai
prima, giungendo a bussare alle porte delle terre imperiture, ed egli pregò
il sommo Manwe, padre degli Dei, di accontentare la sua richiesta. Quando
riaprì gli occhi, nulla era cambiato nel paesaggio intorno a lui, e il
nemico incombeva sull’elfo inerme. L’evocazione era dunque fallita? Ma un
grido si udì fortissimo, e in alto sopra la radura comparve un enorme
aquila, che poteva rivaleggiare con Gwaihir Re dei Venti per grandezza e
forza. Come un lampo scese in picchiata sul Signore dei Nazgul e gli artigli
colpirono con la forza delle tempeste delle Montagne Nebbiose. In un attimo
tutto era finito. Al posto del Negromante giacevano sul terreno i resti di
una tunica e di una armatura. Un urlo si levò vibrante nell’aria, una voce
senza corpo che fu inghiottita dal vento e scomparve con esso.
Elbereth illuminava la Compagnia vittoriosa.
Muro di scudi
Di Gabriele Marconi
Lenti i tuoi passi sul vecchio selciato
segnano i l tempo che va
là nella stalla il lavoro è finito
e una preghiera farai
Perché nasca più forte e più sano
il primo figlio del re
perché la tua regina fanciulla
nutra il suo cuore di giovane re
E sarà la sua spada domani
che guarderà la frontiera
contro le nuove invasioni rabbiose
dovrà levare gli scudi
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi
Stelle dipinte di bianco sopra il tuo muro di scudi
Guerrieri al fianco serrati dietro il tuo muro di scudi
Spade lampeggiano ancora sopra il tuo muro di scudi
Guardi i novizi aspettare i cavalli
ecco la scorta del re
scendono a terra sicuri e sprezzanti
ridono proprio di te
di questo monaco senza una mano
piegato in due dall’età
ma come può la regina si chiedono
passar le ore a parlare con te
ma non senti le risa
non pensi a loro perché
brucia di nuovo la vecchia ferita
brucia il ricordo col vento dell’est
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi…
Dalla finestra ti fermi a guardare
la neve che viene giù
e all’improvviso il gelo ti assale
ma non è solo l’età
Pensi alle valli in Bretagna innevate
ai tuoi fratelli cantare con te
allora ricordi la gioia in battaglia
quando stringevi una spada anche tu
Ed alzavi lo scudo, e gli altri lo alzavan con te
forte cantavi ed il sangue scorreva
mentre i nemici cadevano giù
Lucide code di lupo dietro il tuo muro di scudi...
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