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| REPORTAGE - MUSICA |
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| Nietzsche contro Kubrick |
| Arancia Meccanica e la volontà
di potenza |
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| di Mario Trifuoggi |
| 11 Maggio 2005 |
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L’opera originale a cui si fa riferimento è “Nietzsche contro Wagner”; non
che abbia molte affinità con ciò di cui andremo a parlare, ma il cui titolo
si prestava meglio ad essere manipolato per introdurre l’argomento di queste
pagine . Ovvero che, se il buon Federico Wilhelm avesse potuto godere del
piacere di andare al cinema, il suo film preferito sarebbe stato senza
dubbio “Arancia Meccanica”, famoso e famigerato film di Kubrick, tratto
dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. Le argomentazioni proposte sono
frutto di una libera e personale interpretazione del film. Questo progetto
si fonda sull'idea che il cinema sia divenuto ormai una forma di espressione
artistica e culturale della nostra civiltà.
Arancia Meccanica
Arancia Meccanica è un indiscusso capolavoro del cinema contemporaneo.
L’imperante qualunquismo della società e il facile moralismo della critica
(soprattutto nel periodo di uscita del film - 1971) hanno etichettato
l’opera di Kubrick come film proibito, istigatore alla violenza e privo di
qualsiasi ritegno, tanto che il Maestro si vide costretto a interromperne la
distribuzione. Oggi, dopo quasi trent’anni, il film fa ancora fatica a
scrollarsi di dosso tale etichetta, nonostante la sua crudeltà consista
nelle tematiche trattate, e non nella brutalità di certe scene.
Il film si apre con un lungo primo piano del protagonista, Alex, seduto
insieme con Pete, Georgie e Dim, i suoi tre scagnozzi, intento a sorseggiare
cocktail non proprio ortodossi. Le serate dei quattro giovani si svolgono
tra le strade di una Londra futurista (la città stessa sembra quasi
un’esasperazione degli anni ’70), tra ultraviolenza (come amano definirla),
stupri, scontri fra gang. In queste fasi iniziali Kubrick ci mostra un
vandalismo apparentemente immotivato e ingiustificato, ma è solo apparenza:
in realtà è già svelata la vera natura del protagonista. Egli è un malvagio,
ed è felice, gaio come un bambino; è un purista della violenza, è il trionfo
del dionisiaco, dell’irrazionalità, dell’inconscio: l’aggressività
scaturisce dalla sua stessa natura. I suoi sottoposti, invece, altro non
sono che opportunisti, ladri, approfittatori. Essi sono mossi dallo spirito
di emulazione, dalla cupidigia, dalla prepotenza, e proprio questi fattori
li condurranno a tradire il loro capobanda, lasciandolo inerme nelle grinfie
della polizia. Così, in seguito ad una condanna per omicidio, ha inizio la
rieducazione dello Stato nei confronti del giovane trasgressore della legge:
lì dove la società ha fallito, non riuscendo a imporre i propri schemi,
norme e regolamenti, interviene lo Stato. Ma la prigione non scalfisce
minimamente l’essenza di Alex (come non scalfisce quella degli altri
detenuti), occorrono misure drastiche, e la scienza è in grado fornire una
soluzione. Il governo, come da programma elettorale, ha finanziato un
progetto scientifico rivoluzionario per diminuire la criminalità, e lo
stesso Ministro della Giustizia (preoccupato più di mantenere il consenso
elettorale che di proteggere i cittadini) si reca in carcere per scegliere
colui che servirà di cavia per la cura Ludovico. Alex accetta di sottoporsi
all’innovativa cura, senza sapere a cosa vada incontro, ma con la promessa
di essere rilasciato dopo solo due settimane. La cura Ludovico si rivela un
trattamento inumano: tramite mezzi barbari e atroci, si associa un forte
malessere fisico alla visione o all’esercizio di violenze, impedendo così al
paziente di compiere atti criminali. Il paziente è dunque privato del libero
arbitrio: nonostante le proteste etiche e morali del cappellano della
prigione (personaggio tanto satirico quanto importante), considerate
semplici “sofismi”, la cura è portata a termine. Alex viene dunque
rilasciato, e una volta tornato in libertà, la sua avventura si trasforma
definitivamente in incubo: come fosse una fiaba, egli rincontra i personaggi
che aveva maltrattato, dai quali ora non ha la possibilità di difendersi. Le
vendette sono implacabili, una dopo l’altra, dalla rivalsa dei suoi
ex-scagnozzi, divenuti poliziotti (assorbiti e strumentalizzati dalla stessa
società che li ripudiava), alle torture di uno scrittore che inizialmente
gli offre ricovero, poi, dopo averlo riconosciuto (Alex, nella prima parte
del film, lo aveva assalito, derubato e picchiato), lo sevizia, conducendolo
al tentato suicidio. Il risveglio in ospedale di Alex è però anche il
risveglio dall’incubo: la notizia del tentato suicidio ha scatenato i
giornali e l’opinione pubblica sulla brutalità della cura Ludovico. Il
Ministro della Giustizia, per conservare il suo fedele elettorato, non può
che ammettere il fallimento delle buone intenzioni governative e tornare sui
suoi passi. Il governo rimarrà al fianco del disgraziato Alex fino alla sua
completa guarigione; e la guarigione si rivelerà completa in tutti i sensi…
La prigionia sociale
In “Arancia Meccanica”, Kubrick ci offre un grottesco quanto realistico
ritratto della società. Vista dall’esterno (il protagonista ne è palesemente
al di fuori), sembra assumere il ruolo di antagonista. A cominciare dagli
inetti genitori, passando per il ben più incisivo ma comunque inefficace
carcere, essa tenta in tutti i modi di reprimere la natura di Alex,
considerandola destabilizzante. Per vivere in armonia con gli altri, è
necessario rispettare determinate regole, acquisire schemi mentali basati su
dei valori ritenuti dogmaticamente giusti che, dal punto di vista di
“Arancia Meccanica”, sopprimono l’istinto dell’essere umano, omologandolo.
La società è dunque un bene o un male?
Nietzsche si figura la società come una prigione, dove l’uomo, dimentico di
se stesso e della propria natura, è rinchiuso da sbarre fatte di valori
falsi e opprimenti, di ideali sterili e anonimi. La società altro non è che
l’omologazione dell’individuo, il tentativo di limitare l’animo umano,
libero e creativo per natura, tramite le false illusioni della ragione.
L’uomo è perciò uno schiavo, e ad esercitare il controllo su di esso sono le
grandi ipocrisie della morale, come le religioni. L’ultima opera di
Nietzsche, “Anticristo”, ne è il fulgido esempio: essa riconosce il
cristianesimo come una tecnica di controllo e annientamento della vita.
Strumentalizzando la paura della morte, il cristianesimo impone la
repressione degli istinti, costringendo al senso di colpa, all’angoscia e
alla sofferenza in nome di una falsa promessa (il paradiso).
Nietzsche ha quindi una visione decadente della società, dove la morale è
solo uno strumento di vendetta dei deboli sui i forti, dove la religione è
solo uno strumento di controllo dei furbi sugli ingenui. Ma chi ha provocato
tutto questo? C’è un responsabile?
Socrate ha ucciso la tragedia
Ebbene, secondo Nietzsche i responsabili sono proprio i tanto decantati
fondatori della cultura e del pensiero occidentale (appunto quella cultura
che Nietzsche critica aspramente). Ma per ben comprendere il violento
attacco alla filosofia socratica, bisogna fare un passo indietro, e risalire
all’espressione della cultura prima dell’avvento di Socrate, durante quella
che potremmo definire “età della tragedia”.
Nietzsche sostiene che la massima espressione della civiltà ellenica si sia
verificata con l’avvento della tragedia: la capacità tragica di mettere a
nudo la natura umana, ossia il connubio tra le due grandi forze che animano
i greci, l’apollineo e il dionisiaco, dischiude la comprensione della realtà
e dell’essere umano stesso. Il dualismo tra apollineo e dionisiaco
rappresenta inoltre il contrasto degli opposti (ordine e caos, generazione e
corruzione), considerato fondamento ontologico della vita.
Con Socrate, questo dualismo viene a mancare. La filosofia socratica,
acclamata da molti come la nascita del glorioso pensiero occidentale, è
interpretata da Nietzsche come nascita della decadenza. Socrate impone il
primato della ragione sull’irrazionalità, “tagliando fuori” l’elemento
dionisiaco. Il suo famoso concettualismo, con il quale pretende di
racchiudere in concetti l’esistenza, uccide l’uomo tragico, lasciando il
posto all’uomo teoretico che, grazie anche all’analogo ottimismo
dell’allievo Platone, si costruirà un mondo fatto di apparenze, un castello
di vetro dove affermare il proprio dominio sulla vita. Un dominio che
risulterà, per l’appunto, fittizio. Se la tragedia greca è morta, non è
morta e mai morirà la dimensione tragica dell’uomo, che, imprigionata in
questo castello di vetro, si sfoga nel malessere della società: quel
malessere rappresentato da Kubrick in “Arancia Meccanica”, o semplicemente
il malessere che si manifesta tutti i giorni davanti i nostri occhi.
Alex: il freigeist
Il quadro finora descritto da Nietzsche non è dei migliori; tuttavia egli
ritiene che sia ancora possibile per un uomo vivere in modo autentico,
libero dalle illusioni. Quest’uomo è libero dal giogo della religione e
della morale, dai vincoli della ragione: è in grado di liberare la propria
parte irrazionale, di abbandonarsi alla danza dionisiaca del suo istinto.
Nietzsche lo definisce “spirito libero” (in tedesco freigeist), il grande
scettico, colui che diffida della ragione, che “penetra le carni della
vita”. I suoi nemici sono le grandi ipocrisie moralistiche e i loro
inventori, come Socrate, come Rousseau.
M. (Michel Ciment) Al contrario di Rousseau, lei crede che l’uomo nasca
malvagio e che la società lo renda peggiore?
K. (Stanley Kubrick) Non la metterei in questi termini. Penso che Rousseau,
trasferendo il concetto di peccato originale dall’uomo alla società, si sia
reso responsabile di un sacco di analisi sociali fuorvianti che poi
seguirono. Non credo che l’uomo sia quello che è a causa di una società
strutturata imperfettamente, ma piuttosto che la società sia strutturata
imperfettamente a causa della natura dell’uomo. Nessuna filosofia fondata su
un’errata visione della natura dell’uomo è destinata a produrre effetti
sociali positivi.
(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)
In “Arancia Meccanica”, Alex è lo spirito libero, il freigeist. Non ha paura
di nulla, e si abbandona con coraggio all’irrazionalità. Alex è la
manifestazione di tutti gli istinti e gli impulsi di cui la società ci ha
privato, è la natura umana messa a nudo, libera, svincolata dagli schemi
della ragione. Alex è la vita, pura e semplice. Nell’esercizio della sua
amata “ultraviolenza”, egli è felice, come un bambino. E per quanto possa
compiere nefandezze e crudeltà, suscitando la disapprovazione dello
spettatore, lo spettatore stesso non riesce a non rimanerne affascinato.
Tutti condannano le azioni di Alex, eppure tutti rimangono ammaliati dal
carisma del personaggio. Perché? Nessuno può spiegarcelo meglio del Maestro
stesso.
M. In Arancia Meccanica, Alex è un personaggio malvagio come lo era
Stranamore, però Alex sembra in un certo senso meno repellente.
K. Alex possiede vitalità, coraggio ed intelligenza, ma non si può non
vedere che è completamente malvagio. Nello stesso tempo c’è uno strano tipo
di identificazione psicologica che si verifica gradualmente con lui per
quanto il suo comportamento possa respingervi. E questo per due motivi.
Prima di tutto, Alex è sempre assolutamente onesto nel suo racconto in prima
persona, forse fino al punto di soffrirne. In secondo luogo perché ad un
livello inconscio io sospetto che tutti abbiamo in comune certi aspetti
della personalità di Alex.
M. Come spiega questa specie di fascino che Alex esercita sul pubblico?
K. Penso che sia da attribuirsi al fatto che possiamo identificarci con Alex
ad un livello inconscio. Gli psichiatri spiegano che l’inconscio non ha
coscienza – e forse nel nostro inconscio siamo tutti degli Alex in potenza.
Se non diventiamo come lui, è forse solo per la morale, la legge e talora
per il nostro carattere innato. Questo crea magari disagio in certa gente e
spiega in parte alcune controversie che sono sorte riguardo al film. Forse
sono incapaci di accettare questa visione di se stessi. Ritengo peraltro che
si possano ritrovare in buona parte gli stessi fenomeni psicologici nel
Riccardo III di Shakespeare. Non si dovrebbe provare che dell’antipatia nei
confronti di Riccardo, eppure quando questo ruolo viene interpretato con un
po’ di umorismo e un po’ di charme, ci si trova gradualmente ad
identificarsi con lui. Non perché si simpatizzi con l’ambizione o con le
azioni di Riccardo, o perché il personaggio ci piace, o vogliamo che la
gente si comporti come lui; ma perché, seguendo il dramma, lui penetra
gradualmente nel nostro inconscio ed avviene una identificazione eni recessi
della mente. Nello stesso tempo credo che nessuno, finito lo spettacolo, se
ne vada pensando che Riccardo III o Alex siano un tipo di persona da
ammirare e a cui si dorevbbe assomigliare.
(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)
Gli uomini sono tutti spiriti liberi in potenza (per rifarsi all’espressione
di Kubrick), ma la stragrande maggioranza di essi si lascia “vincolare”.
La volontà di potenza
Martin Heidegger definirà la volontà di potenza come “la volontà che vuole
se stessa”, ovvero la volontà dell’individuo di affermarsi come volontà. Di
fronte al nulla dei valori, all’assurdità del mondo, alla realtà della
sofferenza, essa rappresenta la resurrezione dell’uomo. Non bisogna
mistificare il termine “volontà di potenza” confondendolo con predominio,
potere: la volontà di potenza non è semplice affermazione sugli altri, come
quella che esercitano Pete, Dim e Georgie (gli scagnozzi di Alex); non è
mediocre e volgare violenza. E’ la volontà di affermare se stessi e la
propria natura, come fa Alex: la sua violenza non è per niente mediocre e
volgare, è l’espressione del suo essere. Ma la volontà di potenza significa
anche affermare la propria prospettiva sul mondo. La prospettiva di Alex si
estende al resto del mondo?
M. Lei tratta la violenza creando quasi una distanza critica.
K. Forse perché la vicenda, sia nel romanzo sia nel film, viene raccontata
da Alex, e tutto quello che succede è visto attraverso i suoi occhi. E’ quel
suo modo alquanto speciale di considerare quello che fa che produce in
qualche effetto nel distanziare la violenza.
(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)
I suoi scagnozzi, invece, rimangono fedeli al loro vile opportunismo. Lo
Stato (la società) rifiuta Alex, e dopo aver fallito la “rieducazione” (la
cura Ludovico), decide di servirsene per controllare gli altri (la
riconciliazione finale con il Ministro della Giustizia, che in ospedale lo
imbocca con il cucchiaio in una scena carica di allegoria). Questo è anche
il motivo per cui non si potrà parlare di Alex “superuomo”, ma solo di Alex
“spirito libero”, poiché l’Ubermensch (superuomo) è al di là dell’uomo
presente, è una “tappa” successiva, uno stadio più avanzato, come l’uomo è
rispetto alla scimmia. Egli condurrà l’umanità ad una fase successiva, ma
questo non è il caso di Alex.
Cosa hanno in comune Nietzsche, Kubrick e Hitler?
Uno dei tanti meriti da attribuire a Kubrick nel campo cinematografico è
l’uso della musica classica all’interno di un film. Da considerarsi una
scelta totalmente innovativa, se si esclude “Fantasia” di Walt Disney
(1940), nato però con altri presupposti. “Il Dott. Stranamore” è il primo di
una lunga serie di produzioni in cui il Maestro utilizzerà come colonne
sonore brani sinfonici: le musiche di Beethoven, Strauss, Ligeti e molti
altri segneranno la storia del cinema, come nell’epocale “2001 Odissea Nello
Spazio”.
In “Arancia Meccanica”, Alex ha una passione fervente per Ludovico Van (così
chiama Beethoven): è voluto che sia appassionato proprio di Beethoven, e
non, ad esempio, di Mozart. Per Nietzsche, mentre l’apollineo si esprime con
l’armonia e la compostezza formale nella scultura o nell’architettura, il
dionisiaco esplode violento nella musica. Non la musica armoniosa e formale
di un Mozart, ma la musica feroce e passionale di un Beethoven. Non è un
caso che Nietzsche fosse il più grande amico e ammiratore di Wagner (prima
della rottura fra i due). Wagner sostiene che la musica sia l’arte
dell’interiorità, lingua dell’inesprimibile, dell’irrazionale; la musica
riflette la vita elementare dei sensi, ed essendo la forma d’arte più
lontana dal concetto, rigetta l’uomo nella sua originaria dimensione. Sia la
musica di Wagner che di Beethoven è immediata, composta d’impulso. Non meno
carismatico dei personaggi già citati, Hitler stesso non faceva altro che
ascoltare la musica di Wagner, e sappiamo tutti come Hitler abbia dato sfogo
alla sua irrazionalità e alla sua natura.
M. Alex ama lo stupro e Beethoven: dunque secondo lei, non c’è un effetto
diretto dell’arte sulla realtà.
K. Penso che ciò dimostri il fallimento della cultura nel produrre un
qualche miglioramento etico sulla società. Hitler amava la buona musica, e
molti capi nazisti erano uomini colti e sofisticati, ma ciò non giovò molto
a loro, né a chiunque altro.
(da “Kubrick”, di Michel Ciment, edizioni Rizzoli)
Titoli di coda
Nelle poche interviste rilasciate (appariva raramente in pubblico), Kubrick
non ha mai parlato esplicitamente di un’influenza nietzscheana nei suoi
lavori, tanto meno in “Arancia Meccanica”. A pensarci bene, non ne ha mai
parlato neanche implicitamente: sono i suoi film ad aver parlato per lui, e
questa è la mia personale chiave di lettura per uno dei più grandi
capolavori di uno dei più grandi registi. |
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