E’ in fase di discussione in parlamento il disegno di legge Gentiloni sul
riordino della disciplina delle telecomunicazioni. In un momento in cui
intravediamo cosa ci attende a livello tecnologico, ma non sappiamo come
regolarlo nel migliore dei modi è fondamentale avere una legge che definisca
un quadro moderno e di ampio respiro nel nostro paese, affinché l’evoluzione
cominci e avvenga in maniera rapida, efficiente e meno costosa possibile,
per i players e per i consumatori. Sentiamo sempre parole come wi-fi, wi-max,
digitale terrestre, satellitare, iptv, umts, ma non tutti capiamo
effettivamente l’impatto che questi generi di trasmissione avranno sulla
nostra vita. Inutile sottolineare come tv a pagamento e telefonia mobile
abbiano rivoluzionato negli anni recenti la giornata tipo (nel bene e nel
male).
Ora, mentre in paesi come la Gran Bretagna si affacciano sul mercato
operatori che offrono tutto, telefono, tv e internet, mentre l’intera città
di san Francisco viene coperta da una rete wi-fi per collegarsi ad internet
senza fili e gratuitamente in qualunque parte della città, in previsione di
futuri servizi che potranno essere dati ai cittadini, e mentre in Europa
vengono approvate direttive che aumentano la pubblicità sul piccolo schermo
tra i programmi e anche durante i programmi (vedi minspot e product
placement), in Italia si discute quasi esclusivamente dei limiti che vanno
posti alla tv generalista in chiaro.
Da un tv di tette e culi a quella dei tetti pubblicitari
Il ddl Gentiloni, infatti, prevede un tetto massimo di pubblicità per Rai e
Mediaset (45%). Rai due dovrebbe diventare una tv pubblica ma finanziata
interamente dalla pubblicità; Rai tre finanziata esclusivamente dal canone;
Rai uno dovrebbe utilizzare quasi esclusivamente il canone e da un po’ di
pubblicità. A parte il necessario aumento del canone che comporterà questo
tipo di assetto, si pone un tetto di crescita alla principale concorrente
della Rai, ovvero Mediaset (vedi la più grande azienda televisiva d’Europa).
Il presidente dell’antitrust Antonio Catricalà ha di recente sottolineato
come un tetto alla pubblicità, vuol dire un tetto al fatturato e quando si
pone un tetto al fatturato di una società la società tenderà a non crescere
e a non effettuare investimenti. Al presidente dell Agcm, fa eco
l’associazione dei pubblicitari Upa, che afferma come una riduzione della
pubblicità sulla Rai (da ricordare che solo Rai due sarà totalmente aperta
alle reclame) e su Mediaset (che se fosse applicata da domani vedrebbe già
il biscione fuori tetto massimo, quindi da ridimensionare) porterà, secondo
l’Upa, ad una diminuzione degli spazi concessi alle imprese per promuoversi
e dunque una sostanziale preclusione della possibilità per le piccole e
medie aziende di affacciarsi sul mezzo televisivo nazionale, lasciando
questa possibilità solo alle grandi, che, a seguito del naturale aumento
delle tariffe (meno pubblicità ma ovviamente più cara) saranno le uniche a
poter spendere ancora cifre considerevoli. Ma non è finita qui. Il ddl
prevede anche l’anticipato trasferimento di due reti, di Rai e Mediaset, sul
digitale terrestre, con un'altra diminuzione degli introiti del 40% (fonte
Upa).
Il ministro delle comunicazioni si difende dicendo che non c’è azienda
televisiva al mondo che abbia tale fetta di mercato pubblicitario e che
ridurre la pubblicità sul mezzo televisivo permetterà una ricaduta positiva
sulla pubblicità fatta su altri mezzi di comunicazione, come tv locali e
quotidiani. Ma il nostro ministro sa bene che la percentuale di anziani nel
nostro paese è una delle più alte al mondo e che né tra gli anziani né tra i
giovani ci sia un diffuso acquisto di quotidiani. Ci vuole spiegare come
deve fare un’azienda che vuole promuovere un prodotto a livello nazionale,
se in tv non ci sarà spazio e i giornali non li legge nessuno? Inoltre,
qualcuno spieghi al ministro come un prodotto pubblicizzato su un tv locale
non abbia lo stesso appeal rispetto a una vetrina nazionale. Dello stesso
parere Lorenzo Strona, presidente dell’Unicom, unione nazionale imprese di
comunicazione, che sottolinea il pesante dirigismo statale e i rilevanti
danni al sistema economico del Paese.
Lettera aperta al ministro
Ci chiediamo se il ministro Paolo Gentiloni che insieme alla sua maggioranza
utilizza sempre come metro di paragone la Spagna di Zapatero, sappia come
funziona la pubblicità in tv nella penisola iberica. Ogni dieci minuti circa
ci sono interruzioni pubblicitarie di 15/20 minuti, tanto che al rientro
dalla pubblicità, la rete deve ricordare cosa si stava guardando. Se un
giorno darà fastidio al telespettatore, l’audience diminuirà e le imprese
troveranno meno appetibile il mezzo televisivo, facendo diminuire le
pubblicità. Si chiama autoregolamentazione del mercato.
Ci chiediamo se il ministro conosca la cifra base per poter accendere una
nuova rete televisiva in Italia, che corrisponde circa a un miliardo di euro
(fonte Upa): chi sarà disposto a spenderla e a mantenere gli investimenti
per poter erodere audience agli altri competitors? Basti pensare che nel
mondo della radio, che viene riconosciuto come altamente concorrenziale da
tutti gli operatori, vi sia altrettanta difficoltà di inserimento di nuovi
players, come è successo di recente con l’acquisto di Radio 101 da parte di
Mondatori, oggi R101, e la trasformazione di Rin in Play Radio da parte di
Rcs, che ha preferito vendere perché non linea con le attese di crescita.
Ricordiamo, poi, che ci sono settori che vivono senza alcuni limiti di
pubblicità e prezzi di abbonamento, in totale monopolio, vedi la tv
satellitare di Sky. Allora, caro ministro, ripensi al suo disegno di legge,
affinché incentivi, ad esempio il passaggio al digitale attraverso incentivi
a decoder unici ( per il digitale, il satellitare e internet tv) che non
potranno venire sanzionati dalla Commissione europea; affinché non ponga
tetti ai vecchi e capaci protagonisti, ma incentivi l’arrivo di nuovi e più
capaci operatori, affinché, in definitiva, non si limiti a inquadrare e
soffocare la situazione odierna senza dare speranza all’aumento di qualità e
quantità dell’offerta.
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