LiberaMente come Home Page    -    Il banner di LiberaMente    -    Aggiungi ai preferiti
Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - QUARTO POTERE  
Quale tv vogliamo?
 
 
di Silvio Nobili
s.nobili@liberamenteonline.org
16 Febbraio 2007
 
E’ in fase di discussione in parlamento il disegno di legge Gentiloni sul riordino della disciplina delle telecomunicazioni. In un momento in cui intravediamo cosa ci attende a livello tecnologico, ma non sappiamo come regolarlo nel migliore dei modi è fondamentale avere una legge che definisca un quadro moderno e di ampio respiro nel nostro paese, affinché l’evoluzione cominci e avvenga in maniera rapida, efficiente e meno costosa possibile, per i players e per i consumatori. Sentiamo sempre parole come wi-fi, wi-max, digitale terrestre, satellitare, iptv, umts, ma non tutti capiamo effettivamente l’impatto che questi generi di trasmissione avranno sulla nostra vita. Inutile sottolineare come tv a pagamento e telefonia mobile abbiano rivoluzionato negli anni recenti la giornata tipo (nel bene e nel male).

Ora, mentre in paesi come la Gran Bretagna si affacciano sul mercato operatori che offrono tutto, telefono, tv e internet, mentre l’intera città di san Francisco viene coperta da una rete wi-fi per collegarsi ad internet senza fili e gratuitamente in qualunque parte della città, in previsione di futuri servizi che potranno essere dati ai cittadini, e mentre in Europa vengono approvate direttive che aumentano la pubblicità sul piccolo schermo tra i programmi e anche durante i programmi (vedi minspot e product placement), in Italia si discute quasi esclusivamente dei limiti che vanno posti alla tv generalista in chiaro.

Da un tv di tette e culi a quella dei tetti pubblicitari
Il ddl Gentiloni, infatti, prevede un tetto massimo di pubblicità per Rai e Mediaset (45%). Rai due dovrebbe diventare una tv pubblica ma finanziata interamente dalla pubblicità; Rai tre finanziata esclusivamente dal canone; Rai uno dovrebbe utilizzare quasi esclusivamente il canone e da un po’ di pubblicità. A parte il necessario aumento del canone che comporterà questo tipo di assetto, si pone un tetto di crescita alla principale concorrente della Rai, ovvero Mediaset (vedi la più grande azienda televisiva d’Europa). Il presidente dell’antitrust Antonio Catricalà ha di recente sottolineato come un tetto alla pubblicità, vuol dire un tetto al fatturato e quando si pone un tetto al fatturato di una società la società tenderà a non crescere e a non effettuare investimenti. Al presidente dell Agcm, fa eco l’associazione dei pubblicitari Upa, che afferma come una riduzione della pubblicità sulla Rai (da ricordare che solo Rai due sarà totalmente aperta alle reclame) e su Mediaset (che se fosse applicata da domani vedrebbe già il biscione fuori tetto massimo, quindi da ridimensionare) porterà, secondo l’Upa, ad una diminuzione degli spazi concessi alle imprese per promuoversi e dunque una sostanziale preclusione della possibilità per le piccole e medie aziende di affacciarsi sul mezzo televisivo nazionale, lasciando questa possibilità solo alle grandi, che, a seguito del naturale aumento delle tariffe (meno pubblicità ma ovviamente più cara) saranno le uniche a poter spendere ancora cifre considerevoli. Ma non è finita qui. Il ddl prevede anche l’anticipato trasferimento di due reti, di Rai e Mediaset, sul digitale terrestre, con un'altra diminuzione degli introiti del 40% (fonte Upa).

Il ministro delle comunicazioni si difende dicendo che non c’è azienda televisiva al mondo che abbia tale fetta di mercato pubblicitario e che ridurre la pubblicità sul mezzo televisivo permetterà una ricaduta positiva sulla pubblicità fatta su altri mezzi di comunicazione, come tv locali e quotidiani. Ma il nostro ministro sa bene che la percentuale di anziani nel nostro paese è una delle più alte al mondo e che né tra gli anziani né tra i giovani ci sia un diffuso acquisto di quotidiani. Ci vuole spiegare come deve fare un’azienda che vuole promuovere un prodotto a livello nazionale, se in tv non ci sarà spazio e i giornali non li legge nessuno? Inoltre, qualcuno spieghi al ministro come un prodotto pubblicizzato su un tv locale non abbia lo stesso appeal rispetto a una vetrina nazionale. Dello stesso parere Lorenzo Strona, presidente dell’Unicom, unione nazionale imprese di comunicazione, che sottolinea il pesante dirigismo statale e i rilevanti danni al sistema economico del Paese.

Lettera aperta al ministro
Ci chiediamo se il ministro Paolo Gentiloni che insieme alla sua maggioranza utilizza sempre come metro di paragone la Spagna di Zapatero, sappia come funziona la pubblicità in tv nella penisola iberica. Ogni dieci minuti circa ci sono interruzioni pubblicitarie di 15/20 minuti, tanto che al rientro dalla pubblicità, la rete deve ricordare cosa si stava guardando. Se un giorno darà fastidio al telespettatore, l’audience diminuirà e le imprese troveranno meno appetibile il mezzo televisivo, facendo diminuire le pubblicità. Si chiama autoregolamentazione del mercato.
Ci chiediamo se il ministro conosca la cifra base per poter accendere una nuova rete televisiva in Italia, che corrisponde circa a un miliardo di euro (fonte Upa): chi sarà disposto a spenderla e a mantenere gli investimenti per poter erodere audience agli altri competitors? Basti pensare che nel mondo della radio, che viene riconosciuto come altamente concorrenziale da tutti gli operatori, vi sia altrettanta difficoltà di inserimento di nuovi players, come è successo di recente con l’acquisto di Radio 101 da parte di Mondatori, oggi R101, e la trasformazione di Rin in Play Radio da parte di Rcs, che ha preferito vendere perché non linea con le attese di crescita.
Ricordiamo, poi, che ci sono settori che vivono senza alcuni limiti di pubblicità e prezzi di abbonamento, in totale monopolio, vedi la tv satellitare di Sky. Allora, caro ministro, ripensi al suo disegno di legge, affinché incentivi, ad esempio il passaggio al digitale attraverso incentivi a decoder unici ( per il digitale, il satellitare e internet tv) che non potranno venire sanzionati dalla Commissione europea; affinché non ponga tetti ai vecchi e capaci protagonisti, ma incentivi l’arrivo di nuovi e più capaci operatori, affinché, in definitiva, non si limiti a inquadrare e soffocare la situazione odierna senza dare speranza all’aumento di qualità e quantità dell’offerta.
 
Stampa questo articolo  

 

 
  Privacy  -  Disclaimer  -  WebSiteInfo