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Periodico dell'Associazione il Circolo Università di Roma


REPORTAGE  
Saggio sull’Inutile Calcistico e dell’Epifania che da esso sgorga
 
 
di Antonio Di Feo
a.difeo@liberamenteonline.org
14 Luglio 2006
 
Campioni del mondo con straordinaria naturalezza e dolore, come il parto della madre.
Tutto ha un inizio ed una fine e scorre inarrestabilmente verso ciò che deve essere. Implodono le dittature, crollano le fedi, si mutano le idee, finiscono gli amori, anche quelli che ci hanno regalato i primi battiti di cuore, amori appassionati, illogici, dolorosi, forse un po’ ingenuamente cinici.
Mentre il cuore dimentica le dittature, le idee e le fedi, non dimentica il suo primo amore. Perché non può, non vuole, non deve. Accade lo stesso oggi. Saremo sballottati qua e là dalla vita e dai suoi destini, ma una gioia misteriosa splenderà ininterrotta dentro noi quando ricorderemo questi giorni di gloria nazionale. Non potremo dimenticare, non vorremo farlo, né dovremo. C’è molto più di una vittoria sportiva nel trionfo dei nostri ragazzi spediti in Germania.

E’ una allegoria della nostra vita il gol che Fabio Grosso, con preciso sinistro, quasi chirurgico quasi magico sicuramente alchemico, gira alle spalle del portiere dalla criniera da leone della nazionale tedesca. Vuole dirci che tutto si fa e si disfa, ma che qualcosa è stato e noi siamo stati con lui. Quando Fabio Cannavaro compie un intervento non solo perfetto, ma perfetto in termini di assoluto ontologico che si pone al di là del bene e del male, a noi non resta che urlare e capire che Dio esiste tutto in quel correre e scivolare sull’erba alla ricerca del pallone che fugge, perché Dio si manifesta in tutto ciò che ci trapana l’anima per la sua bellezza e che non ha un specifico motivo d’essere se non quello di essere.

Quando Marco Materazzi cade al colpo della testata francese (e che piedi ha quella testa brutta e spelacchiata) e, dolorante sul verde, apre per pochi attimi l’occhietto furbo che tanto invidiano a noi italiani, come non si fa a pensare a quanta poesia e nobiltà vi sia in quel gesto microscopico ed invisibile ad occhio umano ma non meccanico, la cinepresa come quella mimata dall’ometto basso ed antipatico dalla panchina dei francesi, perché è il gesto della furbizia che nasce nel giusto quando è colpito dall’ingiusto. L’ingiustizia, ci dice Marco, va punita in quanto tale e non serve che procuri il danno che aveva di mira, soprattutto quando quel danno è umanamente improcurabile ad un gigante di un metro e novanta da un vecchietto geniale ma in età pensionabile. Ed allora se bisogna perseguire il Bene Supremo, cioè la repressione del malvagio, bisogna esagerare perché l’arbitro, a cui la Dike ha temporaneamente delegato il suo potere, veda.

Se Alessandro Del Piero disegna un altro quadro rubando la fama al pittore, ma quel quadro è ancora più inutile di tutti i quadri che possano esistere al mondo, persino di quelli dei dadaisti, che guarda caso sono francesi nell’esponente principale, allora non si può più girare lo sguardo al sole dell’evidenza che si rivela. Il “Pinturicchio” ci conferma che tutta l’arte non ha utilità alcuna e stringe la mano ad Oscar Wilde, che certo rideva pensando dei francesi.

Niente appare casuale quando tutto diventa vero, ma niente è in realtà un caso se diventa vero con così fitto schema di follia e coincidenzialità. Se Gianluigi Buffon si erge al cielo con una mano, quasi volesse afferrare le stelle, anche se l’intenzione non sembra quella dal gesto aperto della mano, che, in tal modo, tutto può fare fuorché afferrare, ed in effetti è il movimento di chi apre un muro, creandolo dal pugno chiuso come lo scultore crea l’immagine là dove non c’è forma, ancora una volta ti dici che non è un caso che il pallone respinto proviene da quella testa che tanto avrà da fare in seguito e che già prima ha anticipato la sua sregolatezza con il beffardo cucchiaio. Una Finale della Coppa del Mondo, che sembra la trama di un film giallo e che va inseguendo la “capa” di un tizio per giungere alla sua conclusione, vuol senza dubbio dirci che a volte la mano, assurta a simbolo di lotta dal giusto fine, batte la testa, intesa come la volontà del male, e che la testa non batte mai il petto, intendendo stavolta per testa intelletto e per petto cuore ed emozione. Ovviamente il petto è quello del nostro alter ego nazionale, il nostro caro carissimo Marco Materazzi, che ha una testa di cazzo, ma che il nove luglio duemilasei ha dimostrato di avere anche le palle.

Sì, sono convinto che è inutile cercare un significato in ciò che significa solo perché così è.
Ciò che scrivo conferma l’inutilità ed al tempo stesso l’utilità del Tutto e l’arbitrarietà dell’Uno. Perché non ho parlato della faccia e dei piedi d’oro di Pirlo, che, battuta la Francia, conserva la stessa depressione espressiva, ma sappiamo che anche lui vorrebbe dire qualcosa di bello oltre a quello che di bello fa? Noi lo perdoniamo come si fa con un fratello e speriamo che rimanga triste e stellare. E dove mettere il nostro Gennaro Gattuso, che è uno di noi perché è uno del Sud e quelli del Sud sono sempre uno di noi anche se a parlare fossero i Groelandesi? No non c’è un senso nel Tutto anche se Tutto ha un senso. Grazie Italia, grazie grazie grazie. Quest’anno, se vorrò, potrò andare in vacanza dove mi piace e, se non mi facesse schifo, andrei proprio in Francia.

 

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