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Periodico dell'Associazione Culturale


RUBRICHE - MONDO SPORT  
Il tramonto di un sogno
Riflessioni di uno juventino amareggiato per il calcio di oggi
 
di Gianluigi Degli Esposti Zoboli
g.degliesposti@liberamenteonline.org
LiberaMente Maggio 2006
 

La Juventus ha conquistato il suo ventinovesimo scudetto, tuttavia in questo momento il mio cuore è diviso. Da tifoso bianconero sono contento per aver aggiunto un ulteriore trofeo nell'albo dei ricordi, ma come amante del calcio sicuramente non riesco a festeggiare. Per anni sin da quando ero bambino ho sopportato il fardello di essere juventino nella capitale, una missione, una professione di fede sottoposta a continue prove e tentazioni. Soffrivo in cuor mio per le accuse rivolte verso la mia squadra e verso noi poveri tifosi accusati di essere "ladri" o "servi del padrone" Agnelli. Con il tempo il tifo juventino non è cresciuto con me, non mi sono ammalato di calcio, però devo confessare che tra una notizia e l'altra nel giornale ho sempre osservato con affetto quelle riguardanti la mia squadra, capace di arrivare a sempre migliori risultati. A mio parere per un calciatore giocare nella Juventus costituisce l'apice della carriera, un po' il coronamento di un sogno, l'arrivo di un ipotetico viaggio verso l'America. Ero fiero di una squadra che creasse un pezzo d'America qui in Italia, dove spesso le cose non funzionano. Ciò che più mi attirava della Juventus era la professionalità e la freddezza nei momenti più difficili, quella serietà che nel calcio francamente non riuscivo a trovare in molte altre squadre. Ogni juventino in cuor suo, pensando alle accuse lanciate nei confronti della sua squadra, è convinto che sia tutto frutto di invidia, gelosia di tifosi che spesso non vincono nulla da anni e che, nonostante tutto, come se fossero malati, seguono ogni partita e conoscono ogni schema. La prima reazione del mio cuore nel momento in cui ho letto le famigerate intercettazioni del dg Moggi è stato il gelo. Buio. Un profondo senso di delusione. Non riuscivo a credere che anche la Juventus, la squadra dei sogni, potesse sporcarsi con sconcezze di questo tipo. Il calcio in fondo è una sorta di esilio dal mondo che ci circonda, in cui spesso prevale la logica del denaro. Secondo la mia concezione, il calcio doveva essere quell'angolo dell'agire umano in cui l'affiatamento, la solidarietà, la dedizione ad una causa dovevano prevalere sulla cupidigia e l'interesse. Ognuno di noi quando gioca al calcio forma con i suoi compagni un unico fronte che all'unisono lotta semplicemente per la mera soddisfazione di riuscire a mostrare al meglio le proprie doti. Ciò che rende bello il calcio, ma in realtà tutto lo sport, è la realizzazione di sé stessi, la fatica incessante per cercare di migliorarsi all'interno di un contesto che ci lega agli altri, in cui vincere non significa prevaricare.
Da troppo tempo ormai si è lanciato l'allarme dell'eccessivo dilagare del denaro nel calcio. La corsa all'accaparramento del giocatore migliore ha trasformato un mercato in origine occasione di scambio ed incontro fra le esigenze dei diversi club, in una sorta di borsa valori perennemente in bolla speculativa, in cui spesso le effettive capacità dei giocatori non contano. Cosa c'è allora di diverso fra questo calcio e le devastanti vicende che hanno portato alle crisi Cirio e Parmalat? Cosa rimane del vecchio spirito quando si compra un giocatore semplicemente come investimento materiale, venale e non morale?
Per il momento ho deciso di non seguire più il calcio, non professarmi più tifoso di una squadra. Non posso purtroppo neanche permettermi di cambiare bandiera, perché quando le fondamenta sono marce, non si può ipocritamente spostarsi dove non si sentono scricchiolii. Quello che più desidero al momento è semplicemente correttezza. Con ciò non intendo solo dire la scontata frase "chi ha sbagliato dovrà pagare", ma spero che aldilà dell'ostracismo di questi giorni, si vadano a controllare tutte le squadre, tutte le dirigenze, perché non si può pensare che Moggi sia il Lucifero di un Inferno deserto.
A mio parere il calcio deve essere rifondato. Bisognerebbe azzerare tutto, cancellare ogni Palmares. Si dovrebbe giungere ad una specie di Seconda Repubblica del calcio italiano. Solo allora, quando il pallone rotolerà alla stessa maniera per tutti, forse il mio vecchio sentimento ritornerà a pulsare e non mi avvicinerò più con sospetto alla mia (ex) squadra. Per ora attendo quel momento con (non troppa) fiducia.

 

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