|
La Juventus ha conquistato
il suo ventinovesimo scudetto, tuttavia in questo momento il mio cuore è
diviso. Da tifoso bianconero sono contento per aver aggiunto un ulteriore
trofeo nell'albo dei ricordi, ma come amante del calcio sicuramente non
riesco a festeggiare. Per anni sin da quando ero bambino ho sopportato il
fardello di essere juventino nella capitale, una missione, una professione
di fede sottoposta a continue prove e tentazioni. Soffrivo in cuor mio per
le accuse rivolte verso la mia squadra e verso noi poveri tifosi accusati di
essere "ladri" o "servi del padrone" Agnelli. Con il tempo il tifo juventino
non è cresciuto con me, non mi sono ammalato di calcio, però devo confessare
che tra una notizia e l'altra nel giornale ho sempre osservato con affetto
quelle riguardanti la mia squadra, capace di arrivare a sempre migliori
risultati. A mio parere per un calciatore giocare nella Juventus costituisce
l'apice della carriera, un po' il coronamento di un sogno, l'arrivo di un
ipotetico viaggio verso l'America. Ero fiero di una squadra che creasse un
pezzo d'America qui in Italia, dove spesso le cose non funzionano. Ciò che
più mi attirava della Juventus era la professionalità e la freddezza nei
momenti più difficili, quella serietà che nel calcio francamente non
riuscivo a trovare in molte altre squadre. Ogni juventino in cuor suo,
pensando alle accuse lanciate nei confronti della sua squadra, è convinto
che sia tutto frutto di invidia, gelosia di tifosi che spesso non vincono
nulla da anni e che, nonostante tutto, come se fossero malati, seguono ogni
partita e conoscono ogni schema. La prima reazione del mio cuore nel momento
in cui ho letto le famigerate intercettazioni del dg Moggi è stato il gelo.
Buio. Un profondo senso di delusione. Non riuscivo a credere che anche la
Juventus, la squadra dei sogni, potesse sporcarsi con sconcezze di questo
tipo. Il calcio in fondo è una sorta di esilio dal mondo che ci circonda, in
cui spesso prevale la logica del denaro. Secondo la mia concezione, il
calcio doveva essere quell'angolo dell'agire umano in cui l'affiatamento, la
solidarietà, la dedizione ad una causa dovevano prevalere sulla cupidigia e
l'interesse. Ognuno di noi quando gioca al calcio forma con i suoi compagni
un unico fronte che all'unisono lotta semplicemente per la mera
soddisfazione di riuscire a mostrare al meglio le proprie doti. Ciò che
rende bello il calcio, ma in realtà tutto lo sport, è la realizzazione di sé
stessi, la fatica incessante per cercare di migliorarsi all'interno di un
contesto che ci lega agli altri, in cui vincere non significa prevaricare.
Da troppo tempo ormai si è lanciato l'allarme dell'eccessivo dilagare del
denaro nel calcio. La corsa all'accaparramento del giocatore migliore ha
trasformato un mercato in origine occasione di scambio ed incontro fra le
esigenze dei diversi club, in una sorta di borsa valori perennemente in
bolla speculativa, in cui spesso le effettive capacità dei giocatori non
contano. Cosa c'è allora di diverso fra questo calcio e le devastanti
vicende che hanno portato alle crisi Cirio e Parmalat? Cosa rimane del
vecchio spirito quando si compra un giocatore semplicemente come
investimento materiale, venale e non morale?
Per il momento ho deciso di non seguire più il calcio, non professarmi più
tifoso di una squadra. Non posso purtroppo neanche permettermi di cambiare
bandiera, perché quando le fondamenta sono marce, non si può ipocritamente
spostarsi dove non si sentono scricchiolii. Quello che più desidero al
momento è semplicemente correttezza. Con ciò non intendo solo dire la
scontata frase "chi ha sbagliato dovrà pagare", ma spero che aldilà
dell'ostracismo di questi giorni, si vadano a controllare tutte le squadre,
tutte le dirigenze, perché non si può pensare che Moggi sia il Lucifero di
un Inferno deserto.
A mio parere il calcio deve essere rifondato. Bisognerebbe azzerare tutto,
cancellare ogni Palmares. Si dovrebbe giungere ad una specie di Seconda
Repubblica del calcio italiano. Solo allora, quando il pallone rotolerà alla
stessa maniera per tutti, forse il mio vecchio sentimento ritornerà a
pulsare e non mi avvicinerò più con sospetto alla mia (ex) squadra. Per ora
attendo quel momento con (non troppa) fiducia.
|