|
Il governo Prodi è caduto. Sono stati due anni
difficili, per noi elettori e per loro eletti. Per loro, perché avendo vinto
con uno scarto veramente minimo, avendo una maggioranza che definire
risicata suona eufemistico, frutto di un voto quasi paritario, ma anche di
una legge elettorale quanto meno scellerata, si sono trovati a dover
governare un Paese assolutamente ingovernabile come l’Italia, peraltro in
piena crisi sotto qualsiasi punto di vista, economico, culturale, morale.
Per noi, perché si poteva fare di meglio, perché avere un Ministro
dell’Economia che definisce “bellissime” le tasse non concilia molto il
sonno, perchè abbiamo dovuto assistere al triste spettacolo di un Parlamento
cui veniva continuamente sottoposto il voto di fiducia, perché abbiamo
dovuto sopportare il governo più di sinistra della storia della Repubblica,
che però non è riuscito a far contenti neanche i suoi elettori, facendo una
politica né di destra né di sinistra, tendendo ora di qua e ora di là, nel
tentativo di far contenti un po’ tutti, obbligati com’erano a dover trattare
con partiti eletti con i voti di qualche cerchia d’amici.
Ora non si tratta di festeggiare, perché è stolto chi festeggia guardando
alla ferita altrui e dimenticando la propria, perché non sappiamo dove
trovarla la voglia di festeggiare dopo aver visto lo spettacolo indegno
offerto dal Parlamento al momento di sfiduciare il governo Prodi, perché non
si può essere contenti, in una crisi di questo tipo. Certo le critiche al
governo non mancano, farle a posteriori è sicuramente molto facile, era
evidente sin dall’inizio che non avrebbe retto, offrendo un panorama di
uomini politici di pensiero così lontano, da Di Pietro a Mastella, da
Rutelli a D’Alema, dalla Bonino a Diliberto, uniti tutti in sostanza nel
nome di un antiberlusconismo e di un attaccamento al potere che non possono
non portare ad una linea incerta, a comportamenti incoerenti, a
dichiarazioni di principi che poi non si traducono in fatti.
Il centrosinistra faceva mostra di una sorta di serietà, di un’immagine da
duri e puri, che a Berlusconi certo mancava, ma poi il caso Mastella, su cui
non possiamo pronunciarci da un punto di vista giudiziario, ma un giudizio
morale concedetecelo, ha chiaramente mostrato come sotto la facciata si
nascondevano i soliti politicanti. Il centrosinistra aveva battuto su alcuni
argomenti caldi, lotta al precariato, legge sul conflitto d’interessi, PACS
(o DICO che dir si voglia, perdonateci il pasticcio linguistico), riforma
della legge elettorale. Punti nodali del programma dell’Unione, che,
tralasciando giudizi di valore, sono rimasti sostanzialmente privi di
attuazione, tradendo le aspettative dei propri elettori e arrivando, come al
solito, al risultato di rafforzare il centrodestra.
Ora siamo arrivati al punto in cui qualcosa bisogna fare, Prodi ha portato
in Parlamento una disfatta annunciata, forse per una sua interpretazione del
concetto di coerenza (è l’unico Presidente del Consiglio ad essere stato
formalmente sfiduciato nel pieno dei poteri, per giunta questa è già la
seconda volta), forse per risolvere qualche bega interna al PD, in ogni caso
andando contro il monito del Presidente della Repubblica, mettendo ancora
più ostacoli sulla strada che porta ad un governo istituzionale. Napolitano
ha (giustamente) fatto capire che era in questo senso che bisognava puntare,
che è verso un governo tecnico che punterà, Prodi non ha capito l’antifona e
sostanzialmente l’ha messo in seria difficoltà. Andare al voto con questa
legge, come chiedono Berlusconi e Fini, è qualcosa che il Capo dello Stato
cercherà di evitare in tutti i modi, per evitare che si ripresentino i
problemi di governabilità visti in questi due anni, perché il Paese ha
bisogno di stabilità, non di fare i conti sulla salute dei senatori a vita o
sugli impegni di ogni singolo Onorevole.
La strada non è però facile: un governo di larghe intese è cosa
assolutamente improponibile, a nostro avviso non è comunque quello di cui il
Paese necessita, un nuovo mandato a Prodi è ipotesi altrettanto improbabile,
sarebbe forse possibile solo con un passaggio di Casini a sinistra, ma
sembra francamente un po’ troppo. Andare al voto convince poco, peraltro
vorrebbe dire limitare per almeno tre mesi l’operato del Governo e tra crisi
economica e altre varie crisi di cui purtroppo siamo pieni, non sembra il
massimo. La soluzione per cui spinge Napolitano, un governo tecnico che si
occupi delle riforme urgenti e necessarie e che faccia esprimere il parere
popolare su come eleggere i propri rappresentanti (ricordiamo che è in
dirittura d’arrivo un referendum di forte senso maggioritario) è
probabilmente la strada che si seguirà, forse anche la migliore, il problema
è intendersi sugli uomini, il centrosinistra propone Marini Presidente del
Consiglio, con Pisanu Presidente del Senato, quasi una garanzia
costituzionale, Berlusconi risponde che si può fare il governo istituzionale
solo con Gianni Letta presidente. Quest’ultima candidatura è quella su cui
si potrebbe concentrare un qualche consenso, essendo Letta stimato tanto a
destra quanto a sinistra (ad essere un po’ maligni si potrebbe ricordare che
un altro Letta, Enrico, è molto vicino a Prodi e molto in auge nel
centrosinistra), ma i problemi permangono: bisognerebbe intendersi, oltre
che sugli uomini, anche sulle riforme da fare. Anche qui, la soluzione
potrebbe essere la revisione della c.d. Bozza Bianco in chiave
maggioritaria.
In sostanza, l’augurio che ci facciamo nel breve tempo, è quello di un
governo tecnico, che traghetti in qualche modo il Paese verso un sistema più
stabile. Però il progetto deve guardare più in là: a prescindere dal sistema
elettorale, non si può definire stabile un Paese caratterizzato da
un’alternanza così malata nell’opera di un Governo: non appena si passa da
centrodestra a centrosinistra (e viceversa) il pensiero principale è quello
di smontare quanto fatto nella passata legislazione, non di cercare di
coordinare le proprie proposte con quanto fatto dagli avversari politici.
Questa è l’unica dialettica che può migliorare un Paese, le altre sono
schermaglie, spesso di basso livello. E allora non lamentiamoci se abbiamo
un Ministro della Giustizia indagato, non lamentiamoci se il Parlamento
applaude detto Ministro, non lamentiamoci se nel mezzo di una votazione si
deve assistere a sceneggiate napoletane come quella di giovedì, dove c’era
chi sveniva, chi sputava, chi urlava, chi dava della “checca” ad un proprio
collega. Se non vogliamo guardare avanti, dobbiamo essere felici di questa
classe politica, perché è lo specchio più veritiero dell’Italietta che è
chiamata a rappresentare.
|