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31 ottobre 1997. Halloween. Notte delle streghe, degli zombie e dei mostri.
Mostri. Mostri a 13 anni.
Organizziamo una festa: alle 7 tutti da Martina, vestiti da streghe e
fantasmi. Non vedo l’ora. Le feste di Halloween le ho viste solo nei film
americani. Arrivo. Dolcetto o scherzetto? Mi apre uno che non riconosco così
coperto da una maschera mostruosa. Nel salone l’atmosfera è lugubre: luci
basse, candele a forma di zucca, musiche tetre tratte da qualche film
horror. Qualcuno è vestito da Dracula, un’altra da Mortisia. Ci sono anche
loro. Mi guardano e iniziano a fare le loro solite battutine. Passo oltre,
senza considerarli troppo, e raggiungo le mie amiche. Loro continuano a
fissarmi. Ad un tratto la musica si interrompe. Perché non facciamo una
seduta spiritica? Ci mettiamo tutti seduti in cerchio. Mirko dice che già
una volta ne ha guidata una e quindi inizia a spiegarci cosa dobbiamo fare.
Il silenzio e la concentrazione devono essere totali, se no non possiamo
metterci in contatto con gli spiriti. Ci stringiamo di più, con i brividi
che ci percorrono lungo la schiena. Mirko continua a parlare, a voce bassa,
lentamente. Pendiamo tutti dalle sue labbra finché…AAAH. Un urlo alle nostre
spalle. Saltiamo tutti in piedi gridando. Che scemi, ci siete cascati! Mirko
e il suo complice se la ridono alla grande. Vado di là a bere qualcosa, mi
hanno fatto prendere un colpo, non ti preoccupare torno subito e balliamo.
Entro nel salottino dove ci sono bibite e patatine, mentre nell’altra stanza
riaccendono la musica. Mi verso un po’ d’acqua, ma subito arrivano loro.
Come sei carina stasera, più del solito. I complimenti mi fanno piacere.
Dovresti venire anche a scuola vestita così. Mi sento lusingata da tutte
queste attenzioni, riservate solo a me. Ma poi si iniziano ad avvicinare.
Uno di loro allunga le mani. Non è la prima volta che ci prova. Smettila, lo
sai che mi dà fastidio. Pensavo ti piacesse. Anche l’altro comincia a
toccarmi. Finitela, per chi mi avete preso? Lo sai che sei ancora più carina
quando ti arrabbi? Uno prova a baciarmi. Io mi scanso. Un altro cerca di
“strusciarsi” su di me. Indietreggio. Per favore, lasciatemi, voglio tornare
di là dagli altri. C’è un divanetto dietro di me. Mi ci spingono con
violenza. Basta vi prego. Ma loro non mi ascoltano. Continuo a ripetere che
non è più divertente. Non si fermano. Urlo. Aiutatemi. Ma nessuno mi sente.
La musica è troppo alta. Cerco di opporre resistenza, ma senza riuscirci.
Sono più forti di me. Ho le loro mani dappertutto. Sento la gonna che si
strappa. Per favore, lasciatemi andare, mi fate male. Niente. Sono stanca.
Non ce la faccio più a lottare. Mi arrendo. Non sento più niente, la musica,
le mie urla. Vedo solo le loro quattro facce che ridono. Ridono. Io urlo e
piango. E loro si divertono. Ad un tratto una speranza. Arriva Francis per
prendersi da bere. Aiutami. Fai qualcosa. Lui rimane lì, immobile. Fermali,
ti supplico. Mi guarda. Non riesco a interpretare bene il suo sguardo. Con
gli occhi mi dice: cosa vuoi che faccia? Sono in quattro e sono più grossi
di me. Continuo a implorare. Ti prego, chiama qualcuno. Ma poi capisco. Nel
suo sguardo non c’è impotenza, ma pena e disprezzo. Pena per me. Disprezzo
per loro? No. Per me. Te lo sei meritato. Sicuramente sei stata tu a
provocarli. Questo gli si legge sul volto. Ma io gli ho detto che non
volevo. Gli ho detto no. Gli ho urlato no. Come puoi giustificarli? Non lo
vedi cosa mi stanno facendo? Aiutami…Lui si prende la sua coca-cola e se ne
va. Fortunatamente, subito dopo, si accende la luce. No ragazzi, state
lontani da quel divano che si rovina, andate di là. E’ la mamma di Martina.
Non si accorge di nulla, non si rende minimamente conto di quello che stava
succedendo in quella stanza. E’ troppo impegnata a sistemare le pizzette sul
tavolo. Ma dove diavolo eri fino ad un minuto fa, vorrei gridarle. Invece ne
approfitto e scappo via. Quello che è successo dopo è molto annebbiato nella
mia mente. I ricordi un po’ più nitidi ripartono dal momento in cui sono a
casa mia. Al sicuro. Cerco di non pensarci. Ma la verità è che me li sento
ancora addosso. Ancora oggi. Mia madre prende la gonna che avevo buttato sul
letto. Ma è strappata, cosa hai combinato? Niente mamma, scusa. Era troppo
stretta e ballando si è rotta. Non dico nulla. Fino a adesso.
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