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Periodico dell'Associazione Culturale


ATTUALITA' - MONDO  

Halloween: la notte dei mostri

 
 
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
di Tesla
19 Novembre 2007
 

31 ottobre 1997. Halloween. Notte delle streghe, degli zombie e dei mostri. Mostri. Mostri a 13 anni.
Organizziamo una festa: alle 7 tutti da Martina, vestiti da streghe e fantasmi. Non vedo l’ora. Le feste di Halloween le ho viste solo nei film americani. Arrivo. Dolcetto o scherzetto? Mi apre uno che non riconosco così coperto da una maschera mostruosa. Nel salone l’atmosfera è lugubre: luci basse, candele a forma di zucca, musiche tetre tratte da qualche film horror. Qualcuno è vestito da Dracula, un’altra da Mortisia. Ci sono anche loro. Mi guardano e iniziano a fare le loro solite battutine. Passo oltre, senza considerarli troppo, e raggiungo le mie amiche. Loro continuano a fissarmi. Ad un tratto la musica si interrompe. Perché non facciamo una seduta spiritica? Ci mettiamo tutti seduti in cerchio. Mirko dice che già una volta ne ha guidata una e quindi inizia a spiegarci cosa dobbiamo fare. Il silenzio e la concentrazione devono essere totali, se no non possiamo metterci in contatto con gli spiriti. Ci stringiamo di più, con i brividi che ci percorrono lungo la schiena. Mirko continua a parlare, a voce bassa, lentamente. Pendiamo tutti dalle sue labbra finché…AAAH. Un urlo alle nostre spalle. Saltiamo tutti in piedi gridando. Che scemi, ci siete cascati! Mirko e il suo complice se la ridono alla grande. Vado di là a bere qualcosa, mi hanno fatto prendere un colpo, non ti preoccupare torno subito e balliamo. Entro nel salottino dove ci sono bibite e patatine, mentre nell’altra stanza riaccendono la musica. Mi verso un po’ d’acqua, ma subito arrivano loro. Come sei carina stasera, più del solito. I complimenti mi fanno piacere. Dovresti venire anche a scuola vestita così. Mi sento lusingata da tutte queste attenzioni, riservate solo a me. Ma poi si iniziano ad avvicinare. Uno di loro allunga le mani. Non è la prima volta che ci prova. Smettila, lo sai che mi dà fastidio. Pensavo ti piacesse. Anche l’altro comincia a toccarmi. Finitela, per chi mi avete preso? Lo sai che sei ancora più carina quando ti arrabbi? Uno prova a baciarmi. Io mi scanso. Un altro cerca di “strusciarsi” su di me. Indietreggio. Per favore, lasciatemi, voglio tornare di là dagli altri. C’è un divanetto dietro di me. Mi ci spingono con violenza. Basta vi prego. Ma loro non mi ascoltano. Continuo a ripetere che non è più divertente. Non si fermano. Urlo. Aiutatemi. Ma nessuno mi sente. La musica è troppo alta. Cerco di opporre resistenza, ma senza riuscirci. Sono più forti di me. Ho le loro mani dappertutto. Sento la gonna che si strappa. Per favore, lasciatemi andare, mi fate male. Niente. Sono stanca. Non ce la faccio più a lottare. Mi arrendo. Non sento più niente, la musica, le mie urla. Vedo solo le loro quattro facce che ridono. Ridono. Io urlo e piango. E loro si divertono. Ad un tratto una speranza. Arriva Francis per prendersi da bere. Aiutami. Fai qualcosa. Lui rimane lì, immobile. Fermali, ti supplico. Mi guarda. Non riesco a interpretare bene il suo sguardo. Con gli occhi mi dice: cosa vuoi che faccia? Sono in quattro e sono più grossi di me. Continuo a implorare. Ti prego, chiama qualcuno. Ma poi capisco. Nel suo sguardo non c’è impotenza, ma pena e disprezzo. Pena per me. Disprezzo per loro? No. Per me. Te lo sei meritato. Sicuramente sei stata tu a provocarli. Questo gli si legge sul volto. Ma io gli ho detto che non volevo. Gli ho detto no. Gli ho urlato no. Come puoi giustificarli? Non lo vedi cosa mi stanno facendo? Aiutami…Lui si prende la sua coca-cola e se ne va. Fortunatamente, subito dopo, si accende la luce. No ragazzi, state lontani da quel divano che si rovina, andate di là. E’ la mamma di Martina. Non si accorge di nulla, non si rende minimamente conto di quello che stava succedendo in quella stanza. E’ troppo impegnata a sistemare le pizzette sul tavolo. Ma dove diavolo eri fino ad un minuto fa, vorrei gridarle. Invece ne approfitto e scappo via. Quello che è successo dopo è molto annebbiato nella mia mente. I ricordi un po’ più nitidi ripartono dal momento in cui sono a casa mia. Al sicuro. Cerco di non pensarci. Ma la verità è che me li sento ancora addosso. Ancora oggi. Mia madre prende la gonna che avevo buttato sul letto. Ma è strappata, cosa hai combinato? Niente mamma, scusa. Era troppo stretta e ballando si è rotta. Non dico nulla. Fino a adesso.
 

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