|
Il lavoro precario è una
maledizione per i giovani, i quali non hanno più punti fermi che permettano
di fare progetti per il futuro: formarsi una famiglia, fare dei figli,
comprarsi una casa con un mutuo, godere un domani della pensione.
Nei giorni scorsi anche il Papa ha fatto sentire la sua autorevole voce sul
problema, ma purtroppo, più che lamentarsi del fenomeno, non è riuscito ad
avanzare alcuna proposta risolutiva.
Molti credono che il lavoro precario sia una triste prerogativa dell’Italia,
viceversa esso è una regola in tutti i paesi europei, per non parlare degli
Stati Uniti, dove la estrema mobilità del lavoro è considerata la ricetta
dello sviluppo economico.
La scuola fino a quando il problema non avrà trovato una soluzione dovrà
impegnarsi a fornire ai giovani una preparazione multidisciplinare, in
previsione che, nel corso della vita, siano costretti più di una volta a
cambiare completamente tipo di attività.
Lo Stato ed i sindacati devono impegnarsi ad elaborare e rispettare una
legislazione che preveda la possibilità reale di licenziamento per giusta
causa, allo scopo di sfatare il pregiudizio(in gran parte vero) che un
datore di lavoro che assuma un dipendente lo debba assumere a vita. Bisogna
convincersi che una strenua difesa del lavoro comporta una palpabile
penalizzazione per chi lo cerca.
Gli economisti debbono spiegarci se la precarietà è una condizione
favorevole dello sviluppo economico e prospettarci modelli alternativi, nei
quali un maggiore rispetto dei diritti del lavoratore sia compatibile con un
incremento della produzione.
I politici debbono recepire la gravità del problema e, coraggiosamente,
proporre soluzioni anche contro i poteri forti, spesso sopranazionali e
sempre onnipotenti. Il loro compito è il più gravoso e necessita di un
grosso appoggio per evitare il senso di solitudine delle scelte decisive, in
mancanza delle quali non esisterà un futuro, non solo per i giovani ma per
la nostra società.
|