“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda nel fondo di un pozzo e vede
il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è né il sole né la luna: c’è la
verità”. Lo scriveva Sciascia trentacinque anni fà e Lirio Abbate, oggi, nel
2007, nel pozzo ci si è buttato. Ha indagato da giornalista
i sottili rapporti tra mafia e politica, tra capi mandamento e politicanti,
tra boss ed esponenti noti della vita politica, con il libro “I complici.
Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone
al Parlamento”. Ora è sotto scorta e il primo settembre è stato trovato
sotto la sua auto un piccolo ordigno, non lo avrebbe ucciso scoppiando, ma
non scoppiando il suo messaggio lo ha recapitato
ugualmente. Quando le intercettazioni telefoniche effettuate nel popolare
quartiere palermitano
di Brancaccio avevano portato alla luce un piano per ucciderlo, Abbate,
cronista della redazione Ansa di Palermo e corrispondente per La Stampa,
aveva visto pubblicare da appena un mese il suo volume scritto a quattro
mani con Peter Gomez. Trasferito subito in redazione centrale, a Roma, torna
in Sicilia in agosto e l’intimidazione arriva. “Una piccola carica, –
commenta il giornalista – non volevano uccidere. Ma farmi capire che possono
farlo”. Se ti butti nel pozzo rischi di affogare. Guardando dietro agli
arresti eclatanti di boss nascosti nelle masserie tra ricotta e cicoria,
ricomponendo un mosaico di atti giudiziari, deposizioni e intercettazioni,
si può mettere a nudo la rete di connivenze che permette alla mafia la sua
esistenza da parassita dello Stato. E se la camorra che minaccia Roberto
Saviano, l’autore del libro-inchiesta
“Gomorra”, sa anche compiacersi di una certa spettacolarità, la mafia che è
passata dalla doppietta al doppiopetto vuole discrezione e meno che meno i
suoi affari messi nero su bianco.
Il lavoro di cronista a Palermo o è accurato o non è, sostiene Abbate, per
questo vent’anni fa’ ebbe bisogno della scorta dopo aver scritto di un boss
delle Madonie, per questo quando arrestarono Provenzano era lì, unico
giornalista presente. Eppure Abbate non è uno che non ha nulla da perdere,
ha una vita, una moglie, una bambina di dieci mesi… Perché restare a
Palermo? “Per onore. – risponde Abbate – Sì, per onore! Non per il
mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli
con i forti e forti con i più deboli, ma per quell’onore che mi chiede di
avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e
alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell’onore che molti
siciliani hanno dimenticato di coltivare”
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