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Periodico dell'Associazione Culturale


MAGAZINE - OTTOBRE 2007  
La Banda della Magliana alla conquista della Capitale
 
 
di Fabrizio Leonesio
f.leonesio@liberamenteonline.org
LiberaMente Anno VI Numero I Ottobre 2007
 
Alla fine degli anni ’70, la criminalità potente, che tramite la ricchezza appagava qualunque desiderio, non stava a Roma. Nella capitale agivano “le batterie”, pugni di uomini specializzati in furti d’auto, svaligiamento degli appartamenti, rapine a mano armata, che servivano solo ad ingrassare le carceri e non arricchivano nessuno. I soldi veri stavano altrove: a Milano dove imperversavano i marsigliesi, nella Sicilia mafiosa di don Pippo Calò e nella Napoli spietata di Raffaele Cutolo, il boss-imprenditore che aveva svecchiato la struttura ottocentesca di Cosa Nostra inventandosi la NCO: Nuova Camorra Organizzata.

Nella Capitale, un pugno di “bravi ragazzi” di Testaccio, Acilia, Trastevere e della Magliana allora si misero insieme per non pestarsi i piedi a vicenda, divenendo un’agenzia del crimine, braccio armato di ambigue operazioni politiche e finanziarie, un’organizzazione capace di macinare profitti ammazzando qualsiasi persona tanto stupida o coraggiosa da mettersi sulla sua strada, e poi garantirsi l’impunità comprando giudici e poliziotti, periti medici e guardie carcerarie. La Banda nasce mettendo a segno un colpo molto più importante degli altri nel 1977, con il rapimento del Duca Massimiliano Grazioli Lante Della Rovere. I rapitori riuscirono ad incassare 1 miliardo e mezzo di lire, e la famiglia Grazioli non assisterà mai al ritorno del padrone di casa, né il corpo del conte verrà mai recuperato. Lo spaccio della droga diventerà poi l’affare più redditizio, anche se il settore che consentì ai “bravi ragazzi” di farsi un nome fu quello delle corse dei cavalli e le collegate scommesse clandestine, che gestivano assieme ai napoletani di “don Mimì” Iodice. I bottini venivano sempre divisi “a stecca para”, cioè in parti rigorosamente uguali da spendere subito in belle donne, macchine di lusso, vestiti firmati, cocaina e, in parte, per nuovi investimenti criminali. Sul traffico internazionale di stupefacenti potevano vantare contatti a dir poco spettacolari e il carcere divenne un luogo in cui passare il tempo tra un colpo e l’altro.

La banda inoltre divise la città in quartieri: in ogni quartiere c’era un cavallo che, sotto di sé, aveva otto formiche. Per risolvere ogni tipo di problema vennero formate delle temibili squadre di “drizzatori”, per far capire in giro, ad esempio, che non valeva la pena vendere la propria merce anziché quella proposta in esclusiva su tutta Roma dai capi della Magliana. La cosa strabiliante è che i personaggi del clan riuscivano a farsi dare in un batter d’occhio l’infermità mentale dai periti, ottenere manipolazioni di certificati medici, accusando tutti i mali possibili e immaginabili, come nel caso di Maurizio Abbatino, che come invalido permanente viene segnato sul libro paga dell’INPS e incassa una pensione di Stato! La Banda sapeva approfittare di un sistema che aveva nella corruzione il suo punto debole principale ed aveva in mano puntualmente i documenti stessi delle inchieste in corso. Ulteriori attività remunerative erano lo strozzinaggio ed il riciclaggio attraverso la gestione delle sale da gioco, utili anche per venire a contatto con personaggi importanti. I componenti della banda non si occuparono mai solo della fase “amministrativa”: se c’era da ammazzare qualcuno, e c’era sempre, erano loro stessi a rischiare la vita e premere
il grilletto. Per dare un’idea di quanto la banda si infiltrò nella struttura dello Stato, basti pensare che le armi della Magliana finirono in via Liszt 34 all’EUR, nello scantinato del Ministero della Sanità.

Tutta la città si sottomise alla Banda, il tossico, lo scommettitore, colui che aveva bisogno
di un prestito, tutti erano vincolati ad essi. Quella solidarietà che era il segreto della Banda però, venne pian piano a disgregarsi, e come una forza centrifuga portò all’autoeliminazione sistematica di moltissimi dei componenti, a causa di gelosie, tentativi di “sgarro”, nonché “pentimenti”. Proprio la collaborazione con la giustizia sventrò il fulcro dell’organizzazione con raffiche di arresti, e, nonostante la Cassazione capitanata da Corrado “ammazzasentenze” Carnevale mandò in un primo tempo tutti assolti, arrivò poi, con l’Operazione Colosseo del 1998, ad emettere una quarantina di condanne, tra le quali però figuravano solamente tutti i nomi degli esecutori e dei “borgatari”, non uno di mandanti e politici probabilmente coinvolti.
 
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