Alla fine degli anni ’70, la criminalità potente, che tramite la ricchezza
appagava qualunque desiderio, non stava a Roma. Nella capitale agivano “le
batterie”, pugni di uomini specializzati in furti d’auto, svaligiamento
degli appartamenti, rapine a mano armata, che servivano solo ad ingrassare
le carceri e non arricchivano nessuno. I soldi veri stavano altrove: a
Milano dove imperversavano i marsigliesi, nella Sicilia mafiosa di don Pippo
Calò e nella Napoli spietata di Raffaele Cutolo, il boss-imprenditore che
aveva svecchiato la struttura ottocentesca di Cosa Nostra inventandosi la
NCO: Nuova Camorra Organizzata.
Nella Capitale, un pugno di “bravi ragazzi” di Testaccio, Acilia, Trastevere
e della Magliana allora si misero insieme per non pestarsi i piedi a
vicenda, divenendo un’agenzia del crimine, braccio armato di ambigue
operazioni politiche e finanziarie, un’organizzazione capace di macinare
profitti ammazzando qualsiasi persona tanto stupida o coraggiosa da mettersi
sulla sua strada, e poi garantirsi l’impunità comprando giudici e
poliziotti, periti medici e guardie carcerarie. La Banda nasce mettendo a
segno un colpo molto più importante degli altri nel 1977, con il rapimento
del Duca Massimiliano Grazioli Lante Della Rovere. I rapitori riuscirono ad
incassare 1 miliardo e mezzo di lire, e la famiglia Grazioli non assisterà
mai al ritorno del padrone di casa, né il corpo del conte verrà mai
recuperato. Lo spaccio della droga diventerà poi l’affare più redditizio,
anche se il settore che consentì ai “bravi ragazzi” di farsi un nome fu
quello delle corse dei cavalli e le collegate scommesse clandestine, che
gestivano assieme ai napoletani di “don Mimì” Iodice. I bottini venivano
sempre divisi “a stecca para”, cioè in parti rigorosamente uguali da
spendere subito in belle donne, macchine di lusso, vestiti firmati, cocaina
e, in parte, per nuovi investimenti criminali. Sul traffico internazionale
di stupefacenti potevano vantare contatti a dir poco spettacolari e il
carcere divenne un luogo in cui passare il tempo tra un colpo e l’altro.
La banda inoltre divise la città in quartieri: in ogni quartiere c’era un
cavallo che, sotto di sé, aveva otto formiche. Per risolvere ogni tipo di
problema vennero formate delle temibili squadre di “drizzatori”, per far
capire in giro, ad esempio, che non valeva la pena vendere la propria merce
anziché quella proposta in esclusiva su tutta Roma dai capi della Magliana.
La cosa strabiliante è che i personaggi del clan riuscivano a farsi dare in
un batter d’occhio l’infermità mentale dai periti, ottenere manipolazioni di
certificati medici, accusando tutti i mali possibili e immaginabili, come
nel caso di Maurizio Abbatino, che come invalido permanente viene segnato
sul libro paga dell’INPS e incassa una pensione di Stato! La Banda sapeva
approfittare di un sistema che aveva nella corruzione il suo punto debole
principale ed aveva in mano puntualmente i documenti stessi delle inchieste
in corso. Ulteriori attività remunerative erano lo strozzinaggio ed il
riciclaggio attraverso la gestione delle sale da gioco, utili anche per
venire a contatto con personaggi importanti. I componenti della banda non si
occuparono mai solo della fase “amministrativa”: se c’era da ammazzare
qualcuno, e c’era sempre, erano loro stessi a rischiare la vita e premere
il grilletto. Per dare un’idea di quanto la banda si infiltrò nella
struttura dello Stato, basti pensare che le armi della Magliana finirono in
via Liszt 34 all’EUR, nello scantinato del Ministero della Sanità.
Tutta la città si sottomise alla Banda, il tossico, lo scommettitore, colui
che aveva bisogno
di un prestito, tutti erano vincolati ad essi. Quella solidarietà che era il
segreto della Banda però, venne pian piano a disgregarsi, e come una forza
centrifuga portò all’autoeliminazione sistematica di moltissimi dei
componenti, a causa di gelosie, tentativi di “sgarro”, nonché “pentimenti”.
Proprio la collaborazione con la giustizia sventrò il fulcro
dell’organizzazione con raffiche di arresti, e, nonostante la Cassazione
capitanata da Corrado “ammazzasentenze” Carnevale mandò in un primo tempo
tutti assolti, arrivò poi, con l’Operazione Colosseo del 1998, ad emettere
una quarantina di condanne, tra le quali però figuravano solamente tutti i
nomi degli esecutori e dei “borgatari”, non uno di mandanti e politici
probabilmente coinvolti.
|