I pionieri dell’arte della intelligence non impiegarono molto a capire che i
loro messaggi potevano facilmente essere intercettati e costituire quindi un
pericolo strategico. Fu così che nacque la crittografia. Tra i primi
crittografi troviamo gli ebrei, ma la storiografia ufficiale ci consegna
come vero primo crittografo Giulio Cesare, al cui proposito Svetonio scrive:
“se doveva fare delle comunicazioni segrete, le scriveva in codice” (da
“Vite dei Cesari”). Il codice utilizzato, tuttavia, risultava molto
semplice: bastava prendere ogni lettera del testo cifrato e farla
corrispondere
con quella che la precedeva di tre posizioni nell’alfabeto. Il cifrario
risulta molto debole per due motivi: innanzitutto, è “monoalfabetico
semplice” ossia è ottenuto mediante lo “scorrimento”
dell’alfabeto chiaro e, in secondo luogo, comprende solo 25 chiavi per cui
anche andando a tentativi si può giungere facilmente alla soluzione. I
cifrari più complessi iniziano a comparire nel medioevo e precisamente nel
1401 grazie al segretario del duca di Mantova, impegnato
nel proteggere la corrispondenza tra il nobile e un tale Simone da Crema.
Iniziano a comparire nei testi le nulle e gli omofoni secondo un
ragionamento semplice: l’alfabeto non è abbastanza ricco per permettere di
cifrare in maniera sicura un messaggio; vengono quindi aggiunti i numeri. Il
sistema delle nulle prevede, al fine di sviare il decrittatore, che alcuni
segni utilizzati nel testo cifrato semplicemente non abbiano alcun
significato; al contrario il sistema degli omofoni prevede che alcune
lettere del testo in chiaro abbiano più corrispondenze col cifrario; ad
esempio alla lettera “F” possiamo far corrispondere al posto della sola
lettera “I” ,come accadeva
col cifrario di Cesare, anche le cifre 9 e 041. L
’avvento degli ottimi cifrari polialfabetici non si deve ad una sola
persona, ma a una via imboccata dalla crittografia grazie a Leon Battista
Alberti (“De cifris”), a Giovan Battista Bellaso e all’abate Johannes
Tritemius a cui si deve l’invenzione del “tableau”. Come funzionavano dunque
questi nuovi cifrari? Semplicemente si sovrapponevano più alfabeti facendo
iniziare il primo dalla A, il secondo dalla B e così via fino a quando la
prima lettera era la Z. Dopodichè si sceglieva una “chiave”, ossia una
parola che avrebbe permesso di decifrare il testo crittografato, e
attraverso le corrispondenze tra le lettere della chiave e le righe e
colonne del “tableau” si giungeva al testo in chiaro. I cifrari
polialfabetici rimarranno blindati per circa 300 anni, finché non saranno
definitivamente sconfitti nel 1863 da un ufficiale dell’esercito prussiano,
Friedrich W. Kasiski, che pubblicherà un libro con un metodo che permetteva
di decifrarli. Il cammino per la macchina “Enigma” tedesca invece era ancora
incerto, ma sicuramente si stavano ponendo delle basi destinate a cambiare
per sempre l’idea di guerra.
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