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Periodico dell'Associazione il Circolo Università di Roma


MAGAZINE - NOVEMBRE 2007  
Codi(ci)frati - itarf(ic)idoc
 
 
di Enrico Gavassino
e.gavassino@liberamenteonline.org
LiberaMente Anno VI Numero II Novembre 2007
 
I pionieri dell’arte della intelligence non impiegarono molto a capire che i loro messaggi potevano facilmente essere intercettati e costituire quindi un pericolo strategico. Fu così che nacque la crittografia. Tra i primi crittografi troviamo gli ebrei, ma la storiografia ufficiale ci consegna
come vero primo crittografo Giulio Cesare, al cui proposito Svetonio scrive: “se doveva fare delle comunicazioni segrete, le scriveva in codice” (da “Vite dei Cesari”). Il codice utilizzato, tuttavia, risultava molto semplice: bastava prendere ogni lettera del testo cifrato e farla corrispondere
con quella che la precedeva di tre posizioni nell’alfabeto. Il cifrario risulta molto debole per due motivi: innanzitutto, è “monoalfabetico semplice” ossia è ottenuto mediante lo “scorrimento”
dell’alfabeto chiaro e, in secondo luogo, comprende solo 25 chiavi per cui anche andando a tentativi si può giungere facilmente alla soluzione. I cifrari più complessi iniziano a comparire nel medioevo e precisamente nel 1401 grazie al segretario del duca di Mantova, impegnato
nel proteggere la corrispondenza tra il nobile e un tale Simone da Crema. Iniziano a comparire nei testi le nulle e gli omofoni secondo un ragionamento semplice: l’alfabeto non è abbastanza ricco per permettere di cifrare in maniera sicura un messaggio; vengono quindi aggiunti i numeri. Il sistema delle nulle prevede, al fine di sviare il decrittatore, che alcuni segni utilizzati nel testo cifrato semplicemente non abbiano alcun significato; al contrario il sistema degli omofoni prevede che alcune lettere del testo in chiaro abbiano più corrispondenze col cifrario; ad esempio alla lettera “F” possiamo far corrispondere al posto della sola lettera “I” ,come accadeva
col cifrario di Cesare, anche le cifre 9 e 041. L

’avvento degli ottimi cifrari polialfabetici non si deve ad una sola persona, ma a una via imboccata dalla crittografia grazie a Leon Battista Alberti (“De cifris”), a Giovan Battista Bellaso e all’abate Johannes Tritemius a cui si deve l’invenzione del “tableau”. Come funzionavano dunque questi nuovi cifrari? Semplicemente si sovrapponevano più alfabeti facendo iniziare il primo dalla A, il secondo dalla B e così via fino a quando la prima lettera era la Z. Dopodichè si sceglieva una “chiave”, ossia una parola che avrebbe permesso di decifrare il testo crittografato, e attraverso le corrispondenze tra le lettere della chiave e le righe e colonne del “tableau” si giungeva al testo in chiaro. I cifrari polialfabetici rimarranno blindati per circa 300 anni, finché non saranno definitivamente sconfitti nel 1863 da un ufficiale dell’esercito prussiano, Friedrich W. Kasiski, che pubblicherà un libro con un metodo che permetteva di decifrarli. Il cammino per la macchina “Enigma” tedesca invece era ancora incerto, ma sicuramente si stavano ponendo delle basi destinate a cambiare per sempre l’idea di guerra.
 
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