Siamo nei primi anni ’60. Accio, un bravissimo Emanuele Propizio,
abbandonato il seminario a soli 12 anni per una “crisi di coscienza”, torna
dalla famiglia, a Latina, dove però non trova un’accoglienza calorosa. E’ di
indole ribelle, scontroso e attaccabrighe, sempre con la battuta pronta: una
vera disperazione per i genitori, con i quali è in perenne conflitto. E un
po’ per ripicca nei confronti della famiglia operaia, un po’ per l’influenza
dell’amico Mario, Luca Zingaretti, fascista convinto, Accio finisce per
iscriversi al partito, l’MSI, entrando in contrasto con il fratello maggiore
Manrico, Riccardo Scamarcio, di idee totalmente opposte. Uno, Accio, ora
cresciuto e con il volto di Elio Germano, pronto a partire per spedizioni
punitive a Roma, e l’altro Manrico, disposto alla lotta operaia,
carismatico e amato da tutti. Costretti a vivere sotto lo stesso tetto,
innamorati della stessa donna, in un confronto-scontro senza fine, tra
fughe,ritorni, passioni e tante botte, che in realtà nascondono un amore
disperato.
Ci parlano di un’Italia non riconciliata, non pacificata, ossessionata alla
ricerca di un’identità che non riesce mai a diventare ascolto dell’altro,
confronto vero con chi è diverso da noi. Fino al drammatico ma
commovente finale in cui Accio, dopo la conversione alla causa comunista,
compie la vera rivoluzione, quella più concreta e utile. Liberamente tratto
dal romanzo “Il
fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, il film è diretto da Daniele
Lucchetti, che sceglie di raccontare una storia “sull’ideologia senza che si
parli di ideologia”, dando più spazio ai sentimenti, alle ragioni umane ed
esistenziali che porteranno i due fratelli a una complicità e solidarietà
che mai verranno meno. E’ proprio quando Accio e Manrico si rendono conto di
essere per sempre e radicalmente diversi l’uno dall’altro che si riconoscono
simili e “realmente” si toccano, ritrovandosi per la prima volta davvero
fratelli.
Il film mette a nudo non solo i limiti della cultura fascista, ma anche
le contraddizioni e le ingenuità dei movimenti di estrema sinistra
dell’epoca, riuscendo comunque a strappare più di un sorriso. Un film a mio
parere molto interessante e incisivo, che riesce a trasportarci nell’Italia
sessantottina, un laboratorio di progetti rivoluzionari, di ideologie rosse
e nere in cui il singolo, bisognoso di cimentarsi attivamente nell’impegno
politico, smarriva spesso se stesso nella retorica di gruppo.
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