Sono dappertutto, nelle strade affollate del centro, davanti ai
supermercati, nelle stazioni a cercare riparo dal freddo, oggi sentiamo che
sono persino nei cunicoli di un sottopassaggio nei pressi di S.Pietro. La
scena è sempre la stessa: stanze buie, illuminate da fioche lampadine
accese abusivamente, intorno cumuli di stracci, resti di cibo, sporcizia.
Una sorta di città parallela che si nasconde e si confonde nel caos e
nell’indifferenza della Roma benestante. Ogni tanto qualcuno di loro muore e
proviamo pietà, compassione per quella gente sfortunata che non ha niente, a
cui per strada neghiamo persino una monetina (ma che ci vogliamo fare, la
vita è ingiusta).
Poi muore qualcuno di noi, la studentessa che stava prendendo la metro, la
donna che stava tranquillamente rientrando a casa e la nostra pietà diventa
rabbia, furia, paura. Ormai abbiamo paura di questo esercito di invisibili
che di giorno ignoriamo, ma che di sera può aggredire, violentare, uccidere.
Non è armato perché gli basta la disperazione per attaccare le sue vittime,
donne indifese e terrorizzate, pronte a lasciare la borsetta, i soldi, pur
di scappare via. Ma loro non sono lì per i pochi spiccioli che abbiamo
addosso, sono lì per prendersi la loro disperata e folle rivincita sulla
nostra indifferenza, perché nelle stazioni buie e nei sotterranei delle
metro siamo tutti uguali, tutti soli, senza quella folla che ci fa sentire
protetti, sicuri, al riparo dal degrado. E quella stessa folla il giorno
dopo, leggendo dell’ennesimo stupro, dell’ennesimo omicidio, si indigna,
protesta, manifesta, chiede l’espulsione dei clandestini.
Tutto giusto, tutto legittimo, ma quel giorno, nella metro, perché quella
folla non ha fermato la mano che uccideva con un ombrello una ragazza
innocente? Dov’era quella folla, quando una donna aggredita gridava aiuto?
Perché si parla di sicurezza solo quando ormai è diventata un’emergenza?
Sono tutti bravi a prendersela con le istituzioni, a proporre soluzioni da
caccia alle streghe come la ronda notturna di cittadini amati, ma perché
nessuno si preoccupa della sicurezza delle proprie mogli, figlie, sorelle?
Che ci fa una donna sola, di sera, in strade buie ed isolate, senza nessuno
che si preoccupi di accompagnarla?
Certo, non è una soluzione al problema sicurezza ma, se invece di sprecarci
in teorie ed ingegnose (talvolta barbariche) soluzioni facessimo, una volta
tanto, qualcosa di concreto, forse meno donne perderebbero la vita. La
sicurezza non è in un’arma, né in uno spray anti-aggressione, ma è sapere
che non siamo sole. Siamo così bravi a chiuderci nel nostro guscio quando le
cose succedono agli altri, ma cerchiamo di pensare che potrebbero succedere
anche a noi e aiutiamo quando è possibile, perché chi aiuta una donna in
difficoltà non è un eroe, ma semplicemente un cittadino che fa il suo
dovere.
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