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Periodico dell'Associazione il Circolo Università di Roma


MAGAZINE - DICEMBRE 2007  
Lo Chef consiglia:
class action statunitense o "caste action" in salsa italiana
 
 
di Rosita Romano
r.romano@liberamenteonline.org
LiberaMente Anno VI Numero III Dicembre 2007
 
Da secoli la cucina italiana (insieme a quella immancabile: la cinese!) viene esportata in tutto il mondo, così come i cari prodotti tipici nostrani. Noti, lodati, degustati, ma soprattutto “imitati”. Ebbene per una volta l’Italia, seppur per errore, ha deciso (che è tanto!) e si è messa all’opera per preparare una succulenta vendetta.

“E’ovvio - si è detto - non possiamo prendercela con uno staterello indifeso, né con uno con cui è difficile dialogare per mancanza di democrazia!”. E allora ragionando per esclusione gli chef anti-americani, al momento al potere, hanno visto negli USA il paese più appetibile. “Ragazzi, a copiare la cucina e i loro prodotti non ci sarebbe gusto alcuno!” ha detto il capo-chef Manzione, secondo indiscrezioni, “imitiamo uno dei loro piatti forti: la class action. Se dobbiamo imbatterci in un’impresa deve essere ardua! ”. E ardua fu. “Per class action si intende un’azione legale iniziata da un soggetto che chiede al Tribunale di essere autorizzato ad agire per sé e per altri che si trovano nella medesima situazione”. Si tratta, quindi, di uno strumento che consente a tutti i soggetti che abbiano subito un danno, di beneficiare dell’attività processuale condotta da soggetto (chiamato negli Usa lead representative) anche nell’interesse di altri. Strumento interessante in grado di dare rappresentanza ai consumatori nel mercato molto più delle associazioni di categoria. Per i giovani che sognano di fare l’avvocato, una bella opportunità “imprenditoriale” e “americana” di lavoro: negli Stati Uniti sono gli studi legali
a far da promotori a una class action, pubblicizzandola sui media e chiedendo l’adesione gratuita dei consumatori.

Ma qui in Italia, con regole vetuste e incartapecorite sulla professione forense, tutto ciò è fantascienza: questa parte della ricetta non è quindi pervenuta. E prontamente
si è posto il problema degli ingredienti da utilizzare. Disastrosi i risultati, state a vedere. A differenza che negli Usa, dove ogni soggetto può ritenere di essere esponente di una ‘categoria’ e chiedere al giudice la certificazione della “class”, in Italia i soli soggetti abilitati ad intentare cause collettive sono le associazioni dei consumatori, cioè quegli organismi che sono iscritti a un apposito registro presso il Ministero dello sviluppo economico. Da noi, dunque, si mira a procedere neppure per “classi”, ma per “rappresentanti di classe” (come ha scritto Alberto Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni) o meglio, ancora una volta, per “caste”.

Accusa di incostituzionalità a parte - la Carta costituzionale prevede infatti la sola titolarità del singolo ad agire se danneggiato -, vi sono altri due problemi. In primis, l’eventuale risarcimento sarà erogato solo a favore di quei consumatori che abbiano esplicitamente aderito alla causa, e non a tutti i presunti danneggiati. In secundis, qualunque associazione autorizzata può procedere a nome della medesima classe, anche se altre l’hanno già fatto. Eodem modo, qualunque singolo
cittadino potrebbe andare avanti individualmente, per poi magari aggregarsi alla class action in caso di successo! “Ma allora – osserva Silvio Boccalatte, anche lui dell’IBL – non ha più senso parlare di azione collettiva: si tratta solo di una dubbia forma di modifica alle regole sulla legittimazione ad agire in campo processual-civilistico”. Ebbene sì, i nostri cari chef escono evidentemente sconfitti dal confronto con un piatto che incarna la cultura di mercato statunitense. Ma tant’è.
 
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