Da secoli la cucina italiana (insieme a quella immancabile: la cinese!)
viene esportata in tutto il mondo, così come i cari prodotti tipici
nostrani. Noti, lodati, degustati, ma soprattutto “imitati”. Ebbene per una
volta l’Italia, seppur per errore, ha deciso (che è tanto!) e si è messa
all’opera per preparare una succulenta vendetta.
“E’ovvio - si è detto - non possiamo prendercela con uno staterello
indifeso, né con uno con cui è difficile dialogare per mancanza di
democrazia!”. E allora ragionando per esclusione gli chef anti-americani, al
momento al potere, hanno visto negli USA il paese più appetibile. “Ragazzi,
a copiare la cucina e i loro prodotti non ci sarebbe gusto alcuno!” ha detto
il capo-chef Manzione, secondo indiscrezioni, “imitiamo uno dei loro piatti
forti: la class action. Se dobbiamo imbatterci in un’impresa deve essere
ardua! ”. E ardua fu. “Per class action si intende un’azione legale iniziata
da un soggetto che chiede al Tribunale di essere autorizzato ad agire per sé
e per altri che si trovano nella medesima situazione”. Si tratta, quindi, di
uno strumento che consente a tutti i soggetti che abbiano subito un danno,
di beneficiare dell’attività processuale condotta da soggetto (chiamato
negli Usa lead representative) anche nell’interesse di altri. Strumento
interessante in grado di dare rappresentanza ai consumatori nel mercato
molto più delle associazioni di categoria. Per i giovani che sognano di fare
l’avvocato, una bella opportunità “imprenditoriale” e “americana” di lavoro:
negli Stati Uniti sono gli studi legali
a far da promotori a una class action, pubblicizzandola sui media e
chiedendo l’adesione gratuita dei consumatori.
Ma qui in Italia, con regole vetuste e incartapecorite sulla professione
forense, tutto ciò è fantascienza: questa parte della ricetta non è quindi
pervenuta. E prontamente
si è posto il problema degli ingredienti da utilizzare. Disastrosi i
risultati, state a vedere. A differenza che negli Usa, dove ogni soggetto
può ritenere di essere esponente di una ‘categoria’ e chiedere al giudice la
certificazione della “class”, in Italia i soli soggetti abilitati ad
intentare cause collettive sono le associazioni dei consumatori, cioè quegli
organismi che sono iscritti a un apposito registro presso il Ministero dello
sviluppo economico. Da noi, dunque, si mira a procedere neppure per
“classi”, ma per “rappresentanti di classe” (come ha scritto Alberto
Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni) o meglio, ancora una volta, per “caste”.
Accusa di incostituzionalità a parte - la Carta costituzionale prevede
infatti la sola titolarità del singolo ad agire se danneggiato -, vi sono
altri due problemi. In primis, l’eventuale risarcimento sarà erogato solo a
favore di quei consumatori che abbiano esplicitamente aderito alla causa, e
non a tutti i presunti danneggiati. In secundis, qualunque associazione
autorizzata può procedere a nome della medesima classe, anche se altre
l’hanno già fatto. Eodem modo, qualunque singolo
cittadino potrebbe andare avanti individualmente, per poi magari aggregarsi
alla class action in caso di successo! “Ma allora – osserva Silvio
Boccalatte, anche lui dell’IBL – non ha più senso parlare di azione
collettiva: si tratta solo di una dubbia forma di modifica alle regole sulla
legittimazione ad agire in campo processual-civilistico”. Ebbene sì, i
nostri cari chef escono evidentemente sconfitti dal confronto con un piatto
che incarna la cultura di mercato statunitense. Ma tant’è.
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