Il colore della Birmania è il rosso: il rosso della bandiera, il rosso delle
tuniche dei monaci, il rosso del sangue della repressione e il rosso dei
rubini. Se dalla Birmania non giungono che scarse notizie e rare immagini,
non si arresta un commercio che frutta al governo militare 300 milioni di
dollari e al genero del dittatore Than Shwe fino a 1,5 miliardi di dollari.
Come i diamanti della Sierra Leone, anche i rubini birmani giungono negli
Stati Uniti e in Europa per finire nelle vetrine delle gioiellerie e alle
dita di ignare signore. Nonostante le sanzioni economiche decise per far
pressione sul governo della giunta militare, le gemme giungono ugualmente
sui mercati occidentali con un banale escamotage ideato nel 2004 dalla
dogana americana: le pietre grezze vengono portate in India e Thailandia e
lì acquistano una nuova identità in qualità di pietre tagliate e pulite.
I rubini vengono strappati dalle profondità della terra dai 500 mila
minatori, per la maggior parte ragazzi con meno di 14 anni, imbottiti di
anfetamine e di eroina affinché sopportino meglio i ritmi e le dure
condizioni di lavoro. La Birmania infatti non è solo il primo produttore
mondiale di rubini, ma anche il primo esportatore di metanfetamine e il
secondo produttore di oppio. Qualcuno potrebbe sostenere che una vera
rottura dei rapporti commerciali e la lotta al traffico di droga potrebbe
mettere in difficoltà i militari arroccati nella nuova capitale Naypyidaw,
nascosta nel cuore della foresta, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il
mare e in questo caso un mare di gas. Il sottosuolo birmano è infatti ricco
di gas naturale che fa entrare nelle casse del regime 2 miliardi di dollari
e l’Unione Europea, nel decidere l’inasprimento delle sanzioni economiche il
15 ottobre scorso, ha deciso di non porre divieti proprio sul gas. Total e
la sua partner Chevron ringraziano, continuano a gestire il gasdotto di
Yadana.
Come spesso accade nelle aree aggredite dalla miseria, a fare le spese di
contorti rapporti commerciali sono i più piccoli, impegnati
nell’artigianato, nella lavorazione del pregiato legno teak e
nell’estrazione di gemme. Lavorare in miniera e nei capannoni non è neppure
l’unico modo in cui i giovanissimi birmani vengono privati dell’infanzia: di
fronte alla diserzione dei soldati che si rifiutavano di usare violenza
contro la pacifica protesta dei monaci, il regime ha reclutato a forza
ragazzini e perfino bambini di 10 anni. Mentre l’onda emotiva si stempera e
un’informazione a macchia di leopardo abbandona un Paese che senza corredo
di immagini non fa notizia, la Birmania rischia di bruciare il suo futuro.
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