Enzo Marco Biagi così firmava nel 1937 il suo primo articolo sull’Avvenire
d’Italia e il coraggio
della sua voce già risuonava nell’ultimo quarto del ventennio fascista. Da
allora ne è passato di tempo, senza logorare quel carisma che l’ha portato a
fare l’inviato nelle zone di guerra, finendo anche in gattabuia. La vita di
Enzo Biagi è piena, anzi straripante di note di merito, di successi
editoriali e televisivi, ma la sua voglia di libertà lo ha costretto ad
allontanarsi dalla TV, perché se l’informazione fosse sana potrebbe
smascherare i disvalori della realtà politica italiana. Il saluto degli
italiani a Biagi è stato un fragore di animi, una scia di lacrime alle quali
voglio aggiungerne una mia, un po’ nostalgica, tanto commossa.
Il saluto di Biagi agli Italiani è stata la sua vita, interamente dedicata
al libero giornalismo e suggellata dagli innumerevoli saggi, tra i quali mi
preme segnalare Sogni Perduti e “I” come italiani. Dopo tanti arrivederci
Biagi ha dato l’addio, a un mondo, quello dell’informazione,
che ha saputo prima esaltarlo e poi dimenticarsene, come se fosse una cometa
il cui ghiaccio si scioglie fino ad estinguersi in gocce sature di
rimpianti; salvo poi ricordarsene alla fine dei suoi giorni, ma giammai
della sua opera, perché il sapore della verità è il retaggio che lascia
a tutti noi, anche a chi gli aveva riso contro quando era stato scacciato
come una mosca dal naso. Proprio a loro è dedicata la sua fatica finale,
ossia l’introduzione al Libro Nero della Rai, scritto dal suo fedele regista
Mazzocchetti, in cui esprime una volta per tutte il suo rammarico, non certo
la sua rabbia per l’allontanamento forzato. L’anno scorso, però Biagi si era
riavvicinato al mondo della carta stampata, curando una rubrica per Oggi,
salvo dare commiato a causa dei capricci del suo cuore, appesantito da sei
bypass e un pacemaker.
L’epilogo della sua malattia è storia recente, sottolineata dalle attenzioni
del Quirinale e dei suoi ex inquilini ancora in vita, dai giornalisti che
nella loro carriera avevano avvicinato l’amico Enzo, rimanendo attratti
dalla sua schiettezza e dalla professionalità di chi sopra le righe ci va
solo con la penna. Ma la morte per Biagi non ha il peso di una sconfitta,
piuttosto ha l’amarezza dell’ineluttabilità della sorte, che gli ha precluso
una rivincita nei confronti di quel mondo che condivideva sempre meno i suoi
ideali. All’infermiere che gli chiedeva come si sentisse, lui rispondeva
parafrasando i versi di Ungaretti: “Come le foglie su un albero d’autunno”.
Forse stavolta il vento soffiava troppo forte e la foglia di Enzo Biagi è
caduta al suolo senza far altro rumore che l’eco della sua arte.
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