Si dice: il calcio italiano è morto. O meglio, rispolverando un gergo medico
tanto in voga nell’ultimo periodo, sembra essere in stato vegetativo. Il
dilemma è: staccare la spina o perseverare con l’accanimento terapeutico? Il
“Bruto” che ha inferto l’ultima coltellata al pallone nostrano è la torbida
vicenda di Gabriele Sandri e della sua (quasi) inspiegabile uccisione in
un’area di servizio presso Arezzo. Il teatro della tragedia presenta però un
background già visto: l’annoso “duello” (eufemismo) tra le Forze dell’Ordine
ed il tifo ultras.
Uno spettacolo di cui, appunto, si conosce anzitempo il finale; questa volta
è il giovane Sandri a cadere sul palcoscenico, ucciso, più che dal
deprecabile atto del reo poliziotto, da una logica perversa per la quale lo
sport “ufficiale” del Belpaese, per anni motivo d’orgoglio e riscatto per
un’Italia vituperata fino all’eccesso fuori dai confini, diventa pretesto di
violenza belluina e sopraffazione, in nome di un’appartenenza radicale colma
di estremismo e (fa paura dirlo) fanatismo ideologico. Si respira un
rinnovato clima da far west in seno alle tifoserie, ma di certo non si
tratta di un revival degli scontri rossofascisti targati Anni di Piombo. E’
al contrario un rabbia che trae vigore dal nichilismo dei nostri tempi: il
tifoso facinoroso “medio” non crea disordine sospinto da un’ideale; egli si
scaglia contro un ordine in cui non si riconosce, sebbene ne sia figlio. La
sua anomia si nutre di ostilità al sistema vigente, è lo sfogo esplosivo di
chi vuol riscattare la propria opaca quotidianità concependo un’esistenza
off limits. Violenza politica e violenza ultras hanno tuttavia un filo rosso
che le lega assieme: è l’odio (e qui di pregiudizialmente
ideologico c’è molto) nei confronti del poliziotto, del carabiniere, (la
famigerata “guardia” secondo
la nomenklatura ultras), vale a dire il Braccio Armato dello Stato, i sicari
di un potere “boia” che li ha relegati ai margini.
Chi ha premuto il grilletto contro Gabriele Sandri non ha attenuanti. Chi
sbaglia deve pagare. Ma l’autore del madornale errore non è forse uno dei
(tanti) capri espiatori creati ad hoc, enfatizzati da media ed organi di
comunicazione? Non è per caso il rappresentante di una categoria, deputata
alla tutela della sicurezza collettiva, continuamente bersaglio
dell’offensiva ultras, sotto pressione dell’opinione pubblica in occasione
di questo o quel G8, costretta, per giunta, a far fronte agli innumerevoli
tagli previsti dalla Finanziaria di turno per il settore? Soprattutto, quale
credibilità può ritenere di offrire uno Stato inerme, perennemente sotto
scacco della violenza di una minoranza, per non dire prono di fronte ai
“diktat” degli imbecilli da stadio? Nel day-after la “guerriglia” di Catania
e la morte dell’ispettore Raciti, dal calcio italiano seppe levarsi solo una
voce d’impotenza e, nel contempo, di resa: - Il morto fa parte del sistema –
dichiarò un “eminente” dirigente federale. Si gridò alla tabula rasa, alla
tolleranza zero, ad una perentoria “fine dei giochi”. Risultato: da allora,
ultras a piede libero, processi per direttissima-farsa, scarcerazioni facili
a caterve.
Il soccer made in Italy, alle cui redini troviamo purtroppo solo
l’inettitudine dei suoi organismi, è fautore di una “mano pesante” fallace,
riproposta (puntualmente solo a delitto o misfatto già consumato) nelle
forme dell’ormai tassativo decreto ministeriale approssimativo e mal
applicato, per di più frenato da una giustizia lenta, garantista
oltremisura, e da una politica dell’immobilismo tout court. Un segnale
forte? Non si gioca un turno dei campionati minori, - poi si vedrà - . Ecco
dunque un calcio ambiguo, ammiccante ai Santoni dei Diritti Televisivi,
abilmente orchestrato da un impianto lobbistico votato all’autoconservazione.
Calciopoli ha spazzato via tutto e cancellato nulla. Intangibile è, infatti,
la sudditanza subdola del football nazionale alle leggi del Mercato, che ne
minano l’accezione “sportiva” d’origine.
Nulla può giustificare azioni “guerresche” urbane ad opera di
fondamentalisti della domenica, tuttavia il germe da estirpare obbliga
gruppi dirigenti e forze politiche a dure prese di posizione.
Imprescindibile è la lotta al tifo riottoso, ma lo è parimenti l’obiettivo
di restituire moralità e normalità al calcio, vero e proprio unicum nello
sport nazionale in materia di violenza. L’assenza di volontà delle
istituzioni (sportive e non) si risolve in un mero (e persistente) trionfo
della retorica, a scapito di una più plausibile omogeneità e concretezza
d’intenti da parte di chi di dovere. Facile dibattere sull’eventuale
adozione del “modello”, tedesco o britannico che sia, contro l’estremismo
sportivo. E’ tutta italiana, al contrario, una certa allergia al
decisionismo. A perire assieme ai Sandri ed ai Raciti è, dunque, la già
flebile e residuale autorità delle sfere pubblico-sportive. Insuperabili
però (ciò va ammesso) nella propensione ad uno spirito del “The show must go
on”, senza se e senza ma.
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