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Periodico dell'Associazione il Circolo Università di Roma


MAGAZINE - DICEMBRE 2007  
Un pallone (s)gonfiato
 
 
di Niccolò Inches
n.inches@liberamenteonline.org
LiberaMente Anno VI Numero III Dicembre 2007
 
Si dice: il calcio italiano è morto. O meglio, rispolverando un gergo medico tanto in voga nell’ultimo periodo, sembra essere in stato vegetativo. Il dilemma è: staccare la spina o perseverare con l’accanimento terapeutico? Il “Bruto” che ha inferto l’ultima coltellata al pallone nostrano è la torbida vicenda di Gabriele Sandri e della sua (quasi) inspiegabile uccisione in un’area di servizio presso Arezzo. Il teatro della tragedia presenta però un background già visto: l’annoso “duello” (eufemismo) tra le Forze dell’Ordine ed il tifo ultras.

Uno spettacolo di cui, appunto, si conosce anzitempo il finale; questa volta è il giovane Sandri a cadere sul palcoscenico, ucciso, più che dal deprecabile atto del reo poliziotto, da una logica perversa per la quale lo sport “ufficiale” del Belpaese, per anni motivo d’orgoglio e riscatto per un’Italia vituperata fino all’eccesso fuori dai confini, diventa pretesto di violenza belluina e sopraffazione, in nome di un’appartenenza radicale colma di estremismo e (fa paura dirlo) fanatismo ideologico. Si respira un rinnovato clima da far west in seno alle tifoserie, ma di certo non si tratta di un revival degli scontri rossofascisti targati Anni di Piombo. E’ al contrario un rabbia che trae vigore dal nichilismo dei nostri tempi: il tifoso facinoroso “medio” non crea disordine sospinto da un’ideale; egli si scaglia contro un ordine in cui non si riconosce, sebbene ne sia figlio. La sua anomia si nutre di ostilità al sistema vigente, è lo sfogo esplosivo di chi vuol riscattare la propria opaca quotidianità concependo un’esistenza off limits. Violenza politica e violenza ultras hanno tuttavia un filo rosso che le lega assieme: è l’odio (e qui di pregiudizialmente
ideologico c’è molto) nei confronti del poliziotto, del carabiniere, (la famigerata “guardia” secondo
la nomenklatura ultras), vale a dire il Braccio Armato dello Stato, i sicari di un potere “boia” che li ha relegati ai margini.

Chi ha premuto il grilletto contro Gabriele Sandri non ha attenuanti. Chi sbaglia deve pagare. Ma l’autore del madornale errore non è forse uno dei (tanti) capri espiatori creati ad hoc, enfatizzati da media ed organi di comunicazione? Non è per caso il rappresentante di una categoria, deputata alla tutela della sicurezza collettiva, continuamente bersaglio dell’offensiva ultras, sotto pressione dell’opinione pubblica in occasione di questo o quel G8, costretta, per giunta, a far fronte agli innumerevoli tagli previsti dalla Finanziaria di turno per il settore? Soprattutto, quale credibilità può ritenere di offrire uno Stato inerme, perennemente sotto scacco della violenza di una minoranza, per non dire prono di fronte ai “diktat” degli imbecilli da stadio? Nel day-after la “guerriglia” di Catania e la morte dell’ispettore Raciti, dal calcio italiano seppe levarsi solo una voce d’impotenza e, nel contempo, di resa: - Il morto fa parte del sistema – dichiarò un “eminente” dirigente federale. Si gridò alla tabula rasa, alla tolleranza zero, ad una perentoria “fine dei giochi”. Risultato: da allora, ultras a piede libero, processi per direttissima-farsa, scarcerazioni facili a caterve.

Il soccer made in Italy, alle cui redini troviamo purtroppo solo l’inettitudine dei suoi organismi, è fautore di una “mano pesante” fallace, riproposta (puntualmente solo a delitto o misfatto già consumato) nelle forme dell’ormai tassativo decreto ministeriale approssimativo e mal applicato, per di più frenato da una giustizia lenta, garantista oltremisura, e da una politica dell’immobilismo tout court. Un segnale forte? Non si gioca un turno dei campionati minori, - poi si vedrà - . Ecco dunque un calcio ambiguo, ammiccante ai Santoni dei Diritti Televisivi, abilmente orchestrato da un impianto lobbistico votato all’autoconservazione. Calciopoli ha spazzato via tutto e cancellato nulla. Intangibile è, infatti, la sudditanza subdola del football nazionale alle leggi del Mercato, che ne minano l’accezione “sportiva” d’origine.

Nulla può giustificare azioni “guerresche” urbane ad opera di fondamentalisti della domenica, tuttavia il germe da estirpare obbliga gruppi dirigenti e forze politiche a dure prese di posizione.
Imprescindibile è la lotta al tifo riottoso, ma lo è parimenti l’obiettivo di restituire moralità e normalità al calcio, vero e proprio unicum nello sport nazionale in materia di violenza. L’assenza di volontà delle istituzioni (sportive e non) si risolve in un mero (e persistente) trionfo della retorica, a scapito di una più plausibile omogeneità e concretezza d’intenti da parte di chi di dovere. Facile dibattere sull’eventuale adozione del “modello”, tedesco o britannico che sia, contro l’estremismo sportivo. E’ tutta italiana, al contrario, una certa allergia al decisionismo. A perire assieme ai Sandri ed ai Raciti è, dunque, la già flebile e residuale autorità delle sfere pubblico-sportive. Insuperabili però (ciò va ammesso) nella propensione ad uno spirito del “The show must go on”, senza se e senza ma.
 

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