Parigi. Un altro giorno di ordinario sciopero. Un altro giorno di ordinaria
follia. Niente metro. Niente università. Niente treni. Niente autobus.
Niente di niente. Un clima surreale avvolge la città. Un set da film
apocalittico. Sorge il sole, strade deserte. Addirittura gli uccellini che
cantano. La pace. Poi, un attimo, l’inferno. Le automobili inondano le
strade. I palazzi vomitano persone. Centinaia. Migliaia. Di corsa. I
boulevards come campi di battaglia. Uomini sorgono da sottoterra agli angoli
delle strade. Sono tantissimi. Anche loro di corsa. Escono dalle fermate. Si
sono accorti che è inutile aspettare. Non passerà nulla. Alcuni non si
arrendono. Si attaccano al telefono. Chiamano. Urlano. Combattono per un
taxi, per una bicicletta. Provano a piedi. Eroici. Di solito sono stranieri,
di passaggio. Non sanno. I parigini li riconosci subito: sono quelli che
risalgono le scale della stazione della metro slacciandosi la cravatta. È il
decimo giorno. Non si fanno più illusioni.
Anche oggi niente lavoro. Lo sanno. E tornano a casa. Lo sguardo impotente.
Incredulo.
Li osservo, e penso. Dev’essere frustrante. Ti svegli prima dell’alba, un
bacio a tua moglie. Le dici che l’ami. Accarezzi tuo figlio, e poi via,
nella mischia. È per loro che lo fai. È per loro che ti spacchi la schiena.
Che attraversi la città. Che esci dall’ufficio dopo cena. Che ti sacrifichi
ogni giorno. Per loro. E oggi invece no. Non andrai al lavoro. Non potrai
produrre. Non verrai pagato. Risali i gradini e pensi. Il mutuo. La
bolletta. La spesa. Vorresti lavorare. Non puoi. L’ha deciso un macchinista.
Un ferroviere. Il sindacato. L’ha decisa uno che vuole andare in pensione
dopo 37,5 anni. Che tutto il resto della Francia ci vada dopo 40 non lo
tocca. Non gliene frega assolutamente nulla. Lui è un privilegiato. Guida un
treno. Anzi, se gli dite così si offende. Lui pilota un treno. È un figo. La
manda avanti lui questa città. Senza di lui sono spacciati. E se qualcuno
prova a rimettere le cose in pari, magari perché la previdenza sociale è in
ginocchio, lui non ci sta. Si altera.
S’indigna. Sciopera. Come osa questo Sarkozy anche solo pensare di cambiare
le cose? Chi si crede di essere? Quell’ungherese. Fascista! Ebreo!
I comunisti francesi sono sempre stati i più dolci. Si aggirano per le
strade a gruppetti. 4 o 5 davanti ogni stazione della metro. Dicono che sono
una manifestazione oceanica. Nell’oceano sarebbe da affogarli tutti. Il
Paese è fermo. Letteralmente paralizzato. 200 km di code solo nel centro
storico della capitale. 400 milioni di euro persi ogni giorno. Sono già allo
0,5% di PIL mandato al diavolo. Arrivano a sabotare le linee ad alta
velocità. Bombe su chi vorrebbe lavorare. E si continua. Sciopero ad
oltranza. Io ormai la prendo con filosofia. Dopo 10 giorni così mi sento
Socrate. Compro il giornale. Il 21 novembre Le Figaro titola “I francesi
chiedono a Sarkozy di non cedere”. Il 69% è con lui. Le elezioni le aveva
vinte solo con il 58%. Amo gli scioperi.
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