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| MAGAZINE - APRILE 2008 |
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| Giovani e lavoro, una situazione
tutt’altro che rosea |
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di Fabrizio Leonesio
f.leonesio@liberamenteonline.org |
| LiberaMente Anno VI Numero IV Aprile
2008 |
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Dati alla mano, la situazione occupazionale del precariato in Italia è a dir
poco allarmante.
La durata dei nuovi contratti offre, da sola, un segnale che preoccupa:
oltre il 60% è inferiore a 3 mesi e solo il 2% ha durata di 1 anno o più.
Dei primi, la metà ha durata di 1 mese, mentre per un lavoratore su 5 si
scende ad una settimana. Il bollettino economico della Banca d’Italia ci
informa che quasi il 50% dei giovani lavoratori sono assunti con contratti a
termine. Preoccupante,
si dirà. E allora che dire quando si scopre che di questi neoassunti meno
del 10% in un anno vede trasformato il proprio contratto a termine in un
contratto a tempo indeterminato? In più, come verrà garantita la pensione a
questi precari? Occorrerebbe una riforma di lungo periodo in grado di
offrire ai giovani lavoratori una prospettiva di stabilità. I dati
dimostrano che, una volta concluso il contratto a termine, non c’è quasi
nessuna prospettiva di lungo periodo. Salvaguardare la flessibilità senza
rendere precaria la vita delle persone è ciò che si deve pretendere.
Una possibilità per promuovere un ingresso duraturo nel mercato del lavoro è
quella francese, ovvero mediante l’introduzione graduale di forme di
protezione dell’impiego, attraverso indennità di licenziamento, che dovrebbe
aumentare in maniera proporzionale all’allungamento della durata
dell’impiego presso un’impresa. Tutto questo dovrebbe avvenire nell’ambito
di un contratto a tempo indeterminato, uguale per tutti e indipendente
dall’età del lavoratore. Al contempo, la durata massima dei contratti a
tempo determinato dovrebbe essere ridotta a dieci-dodici mesi. La scommessa
è questa: i giovani lavoratori accetteranno un percorso verso la stabilità
partendo da un contratto che, solo in teoria, non ha limiti di durata? Una
seconda possibilità è proposta dal modello danese con la “flexsecurity”,
ossia flessibilità economica unita a sicurezza sociale. In Danimarca un
impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte
datore di lavoro nel corso della sua vita lavorativa. Gli imprenditori hanno
grande libertà
di licenziare, mentre il lavoratore licenziato, dal primo giorno di
disoccupazione
percepisce fino a quattro anni un assegno da parte dello Stato pari
all’80-90% del suo stipendio. E’ un modello sociale che mira a salvare le
persone piuttosto che i posti di lavoro, investendo sulla formazione dei
lavoratori per orientarli verso nuovi settori. Modello assai costoso, che
l’Italia, col debito pubblico esistente, potrebbe permettersi solo
recuperando evasione fiscale (ricordiamo
che questa equivale a ben cinque finanziarie pesanti l’anno). Lo Stato deve
e può trasformare il precariato in flessibilità. C’è da chiedersi perché il
precariato sia così diffuso nel pubblico impiego. Sono precari, oltre ai
soliti insegnanti, anche coloro che forniscono informazioni per gli enti
previdenziali, il lavoro, le pensioni: situazione paradossale.
Sarebbe doveroso un nuovo aumento dei contributi previdenziali per i
parasubordinati, che già con l’ultima Finanziaria sono passati dal 18% al
23,5% e che potrebbero salire fino al 25-26%. Almeno un milione di giovani
italiani per dieci anni (da quando Treu ha introdotto la gestione separata
nel ‘96) hanno lavorato senza mettere da parte contributi sufficienti per
garantirsi una pensione minima; spesso, con retribuzioni che non gli
avrebbero consentito neanche alla lontana di pensare a forme integrative. La
soluzione non è “scurdammoce o passato”: l’aliquota “giusta” è il 25-26%?
Allora andrebbe riconosciuta a quel milione di ragazzi una contribuzione
figurativa che vada a colmare quanto per dieci anni non gli è stato versato.
Inoltre, tanti e vari sono gli aspetti negativi dei contratti di lavoro a
progetto (co.co.pro.), che con la legge delega 30 del 2003, hanno sostituito
il c.d. contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Tanto per
elencarne alcuni: assenza di corresponsione di tredicesima o del TFR,
difficoltà per il lavoratore di avere contemporaneamente in corso più
contratti con datori diversi, possibilità illimitata di rinnovo, tecnica
spesso utilizzata dai datori di lavoro per eludere le forme e gli
adempimenti propri del contratto di lavoro a tempo indeterminato, con
conseguente perenne stato di precarietà del lavoratore, impossibilità per i
lavoratori di accesso al fondo nazionale di garanzia in caso di fallimento
del datore di lavoro. Inoltre un contratto di questo tipo costringe ad una
“gavetta infinita” il lavoratore, che è obbligato a cambiare spesso lavoro
in ambienti sempre nuovi e ad alternare periodi in cui è precario ad altri
in cui è disoccupato. La stessa indennità di disoccupazione, normalmente
fruita dal disoccupato, è corrisposta al lavoratore a progetto in misura
ridotta e solo a particolari condizioni. Nessun negozio accetta pagamenti
rateali da chi possiede questo tipo di contratto, nessuna banca permette
l’apertura di un mutuo. Questi contratti
“imitano” quelli in vigore in paesi come gli USA, tralasciando il fatto che
il mondo del lavoro in Italia non è fondato sulla meritocrazia ed è
fortemente discriminante per quanto riguarda l’età. Questo significa che
sebbene in possesso di un curriculum lavorativo eccellente, passati i 30-35
anni, il lavoratore a progetto può essere condannato alla disoccupazione.
Inoltre per la donna lavoratrice è prevista la sospensione del contratto
causa maternità, ma, vista la breve durata degli stessi e il loro continuo
rinnovo, spesso la lavoratrice è costretta a celare la maternità fin quanto
possibile, per non perdere il posto, e nelle graduatorie comunali per gli
asili nido, generalmente i lavoratori a progetto godono di punteggi
inferiori rispetto quelli stabili, trovandosi di fatto esclusi dalla
possibilità di usufruire di questo pubblico servizio.
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