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Periodico dell'Associazione Culturale


MAGAZINE - APRILE 2008  
Elezioni 2008: esame di maturità (politica)
 
 
di Niccolò Inches
LiberaMente Anno VI Numero IV Aprile 2008
 
La prematura uscita di scena del Governo Prodi II (il cui casus belli è tuttora da decifrare: giustizia? Personalismi? Avvento del Partito Democratico?) ha aperto scenari inediti nel panorama politico italiano. L’ormai obsoleto bipolarismo, emerso nel 1994 dalle macerie della
Prima Repubblica, fa ora posto ad un più agile e solido bipartitismo, puntellato da partiti-satellite (Lega ed Italia dei Valori) e da (velleitarie?) aggregazioni alternative al duopolio Partito Democratico - Popolo delle Libertà. La vecchia logica maggioritaria dei due poli antagonisti, compositi e per nulla coesi, viene smantellata. A contendersi la piazza politica ci sono dunque due grandi soggetti, trainati dai rispettivi leader Veltroni e Berlusconi: un riformismo che mira ad una trasversale convergenza sociale e un centro-destra di sintesi dell’area liberal-conservatrice avversa al centrosinistra.

Fuori dal chiacchierato dualismo (ribattezzato per l’occasione “Veltrusconi” visto il diffuso dietrologismo dell’”inciucio”), ciascuno opta per le “mani libere”. A Sinistra, dopo la fugace apparizione da Presidente della Camera, Fausto Bertinotti smette i panni istituzionali per tornare al caro vecchio partito di lotta (e poco di governo). Libero dal “giogo” di coalizione e dai veti centristi, può presentare il suo progetto “di parte”, improntato sì all’attualità delle istanze del precariato, dalla questione ecologica e dei diritti civili, ma in parte condito da qualche anacronistica nostalgia ideologica (si torna a parlare, seppur a bassa voce, di lotta di classe). Da un emerito inquilino di Montecitorio ad un altro: Pierferdinando Casini si lancia invece nella nuova
esperienza centrista assieme ai suoi ex-neo compagni di partito Tabacci&Baccini, oltre che al guru del Family Day Pezzotta. L’ Unione di Centro è un cantiere aperto, una “balenottera” bianca in attesa di nuova fase costituente, ma se pare già difficile riportare all’ovile gli esuli DC dopo la diaspora post-Tangentopoli, è addirittura utopico tentare di rinverdire un’esperienza storico-politica in grado di tallonare il nuovo duopolio: il riciclaggio dei De Mita di turno serve solo a tener vivo un simulacro della riscossa scudocrociata. La dura lex delle alleanze finisce poi per tagliar fuori movimenti più o meno residuali, incerti persino sulla conquista di seggi parlamentari (Partito Socialista e La Destra), ma ha soprattutto inciso l’epitaffio politico di Clemente Mastella, autoesclusosi dalla corsa, quantomeno “onorevole” nel declinare l’offerta-salvagente lanciatagli da Boselli.

Il toto-liste ha inoltre segnato l’addio di mostri sacri (Amato, Visco), pezzi da novanta (Diliberto) e l’ascesa di giovani rampanti, tuttavia oggetto di qualche perplessità in merito al loro presunto possesso del phisique du role. L’ormai affermato cliché del “ricambio generazionale” può liberare il Palazzo dagli elefanti della vecchia classe dirigente, come parimenti sortire effetti degenerativi nello spessore e nella caratura delle istituzioni. Questa, come altre riforme (vedi la proposta di esclusione dei condannati dal parlamento) vivamente caldeggiate dal neopopulismo di matrice grillista, nonché dal qualunquismo “partigiano” (tranquilli, non è un ossimoro) del giustizialismo girotondino, seppur mosse da intenti condivisibili, hanno il sapore di una rancorosa volontà di tabula rasa della classe politica del Belpaese. Piccolo particolare: è lo stesso popolo italiano, “ladrato” dalla Casta, che ha animato le più felici ristrutturazioni interne ai partiti degli ultimi anni; che si chiamino primarie democratiche o gazebo, un’ impensabile propensione partecipativa
ha impresso una decisiva svolta di omogeneità al panorama partitico, dando impulso ad una semplificazione (seppur tuttora ancorata all’annosa dicotomia Berlusconi- Sinistra) in grado alla lunga di stimolare una possibile razionalizzazione che miri all’Europa e all’avviamento di un sistema di contrapposizione tra blocchi definiti ed uniformi, sul modello ispano-britannico, conservatori vs. socialdemocratici. Con buona pace di chi si tiene strette identità e storia del proprio (anche piccolo) partito, diversità ed emancipazione dai partiti maggiori. Legittime rivendicazioni certo, ma che non fanno che tenere in vita un quadro politico plurale e multiforme che rende imprescindibile il mercato delle alleanze per la vittoria elettorale e nel contempo flebile la capacità decisionale delle istituzioni. Lo spettro della Grosse Koalition all’amatriciana può essere scongiurato solo da una politica che concepisca autonomamente un assetto istituzionale (riforma elettorale e costituzionale) tale da riattivare un principio di responsabilità nell’azione politica, per troppo tempo in balia di egoismi minoritari ed istinti autoreferenzialistici.
 

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