La prematura uscita di scena del Governo Prodi II (il cui casus belli è
tuttora da decifrare: giustizia? Personalismi? Avvento del Partito
Democratico?) ha aperto scenari inediti nel panorama politico italiano.
L’ormai obsoleto bipolarismo, emerso nel 1994 dalle macerie della
Prima Repubblica, fa ora posto ad un più agile e solido bipartitismo,
puntellato da partiti-satellite (Lega ed Italia dei Valori) e da
(velleitarie?) aggregazioni alternative al duopolio Partito Democratico -
Popolo delle Libertà. La vecchia logica maggioritaria dei due poli
antagonisti, compositi e per nulla coesi, viene smantellata. A contendersi
la piazza politica ci sono dunque due grandi soggetti, trainati dai
rispettivi leader Veltroni e Berlusconi: un riformismo che mira ad una
trasversale convergenza sociale e un centro-destra di sintesi dell’area
liberal-conservatrice avversa al centrosinistra.
Fuori dal chiacchierato dualismo (ribattezzato per l’occasione “Veltrusconi”
visto il diffuso dietrologismo dell’”inciucio”), ciascuno opta per le “mani
libere”. A Sinistra, dopo la fugace apparizione da Presidente della Camera,
Fausto Bertinotti smette i panni istituzionali per tornare al caro vecchio
partito di lotta (e poco di governo). Libero dal “giogo” di coalizione e dai
veti centristi, può presentare il suo progetto “di parte”, improntato sì
all’attualità delle istanze del precariato, dalla questione ecologica e dei
diritti civili, ma in parte condito da qualche anacronistica nostalgia
ideologica (si torna a parlare, seppur a bassa voce, di lotta di classe). Da
un emerito inquilino di Montecitorio ad un altro: Pierferdinando Casini si
lancia invece nella nuova
esperienza centrista assieme ai suoi ex-neo compagni di partito Tabacci&Baccini,
oltre che al guru del Family Day Pezzotta. L’ Unione di Centro è un cantiere
aperto, una “balenottera” bianca in attesa di nuova fase costituente, ma se
pare già difficile riportare all’ovile gli esuli DC dopo la diaspora
post-Tangentopoli, è addirittura utopico tentare di rinverdire un’esperienza
storico-politica in grado di tallonare il nuovo duopolio: il riciclaggio dei
De Mita di turno serve solo a tener vivo un simulacro della riscossa
scudocrociata. La dura lex delle alleanze finisce poi per tagliar fuori
movimenti più o meno residuali, incerti persino sulla conquista di seggi
parlamentari (Partito Socialista e La Destra), ma ha soprattutto inciso
l’epitaffio politico di Clemente Mastella, autoesclusosi dalla corsa,
quantomeno “onorevole” nel declinare l’offerta-salvagente lanciatagli da
Boselli.
Il toto-liste ha inoltre segnato l’addio di mostri sacri (Amato, Visco),
pezzi da novanta (Diliberto) e l’ascesa di giovani rampanti, tuttavia
oggetto di qualche perplessità in merito al loro presunto possesso del
phisique du role. L’ormai affermato cliché del “ricambio generazionale” può
liberare il Palazzo dagli elefanti della vecchia classe dirigente, come
parimenti sortire effetti degenerativi nello spessore e nella caratura delle
istituzioni. Questa, come altre riforme (vedi la proposta di esclusione dei
condannati dal parlamento) vivamente caldeggiate dal neopopulismo di matrice
grillista, nonché dal qualunquismo “partigiano” (tranquilli, non è un
ossimoro) del giustizialismo girotondino, seppur mosse da intenti
condivisibili, hanno il sapore di una rancorosa volontà di tabula rasa della
classe politica del Belpaese. Piccolo particolare: è lo stesso popolo
italiano, “ladrato” dalla Casta, che ha animato le più felici
ristrutturazioni interne ai partiti degli ultimi anni; che si chiamino
primarie democratiche o gazebo, un’ impensabile propensione partecipativa
ha impresso una decisiva svolta di omogeneità al panorama partitico, dando
impulso ad una semplificazione (seppur tuttora ancorata all’annosa dicotomia
Berlusconi- Sinistra) in grado alla lunga di stimolare una possibile
razionalizzazione che miri all’Europa e all’avviamento di un sistema di
contrapposizione tra blocchi definiti ed uniformi, sul modello
ispano-britannico, conservatori vs. socialdemocratici. Con buona pace di chi
si tiene strette identità e storia del proprio (anche piccolo) partito,
diversità ed emancipazione dai partiti maggiori. Legittime rivendicazioni
certo, ma che non fanno che tenere in vita un quadro politico plurale e
multiforme che rende imprescindibile il mercato delle alleanze per la
vittoria elettorale e nel contempo flebile la capacità decisionale delle
istituzioni. Lo spettro della Grosse Koalition all’amatriciana può essere
scongiurato solo da una politica che concepisca autonomamente un assetto
istituzionale (riforma elettorale e costituzionale) tale da riattivare un
principio di responsabilità nell’azione politica, per troppo tempo in balia
di egoismi minoritari ed istinti autoreferenzialistici.
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