“Caro Nino, tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno
quel che era il mio dovere di italiano. Diedi a te a Libero ad Anita ad
Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla
carta, questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho
mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e
buonissimi fi gli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è
il plurale di padre, e su questa patria giuro, o Nino, e farai giurare ai
tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre,
ovunque e prima di tutto Italiani. I miei baci e la mia benedizione. Da un
bacio alla mia mamma che è quella che più di voi tutti soffriva per me.
Amate vostra madre! E porta il mio saluto a mio padre.
Venezia, 20 maggio 1915 Papà”
Queste parole di Nazario Sauro risalgono a soli 92 anni fa ed ancora oggi
sono conservate su una teca di marmo all’interno del monumento al milite
ignoto; ma risultano comunque ben più lontane nel tempo e nello spazio per
il calore che contengono. Sono parole di un padre che ha lasciato la
famiglia senza abbandonarla, ma per partire con la speranza di proteggerla,
così come
sperava di proteggere la Sua Italia. Una Patria che è plurale di padre, ma
che sta perdendo
l’amore dei suoi figli. Un’Italia che potrebbe vantare la sua storia
vissuta, narrata, combattuta
ed oggi invece semplicemente racchiusa nei libri, o miseramente usata solo
per fare domande in reality televisivi come “prova della settimana”.
Tra noi figli Italiani ben pochi si soffermano a pensare cosa questo
titolo voglie dire; ben pochi si chiedono quali siano i motivi di orgoglio
e, ahimè, in parte di vergogna connessi a questo appellativo. Noi, fi gli
Italiani siamo sempre più bravi nel lamentarci delle macchine in doppia se
non in terza fila come quotidianamente ci testimoniano le strade romane;
siamo bravi a lamentarci di personaggi politici purtroppo troppo spesso
protagonisti di rotocalchi e scoop di ogni genere, piuttosto che di grandi o
almeno realmente ulti opere per questa Nazione. Ci lamentiamo delle
“cose che non funzionano”, dello sporco nei parchi, della fila alla posta,
dei lavori mal retribuiti; ma non andiamo oltre,non agiamo, non ci
preoccupiamo di trovare soluzioni.
Il problema più grave, però, è che, oltre a non sentirsi Italiano il comune
cittadino, non hanno cognizione di essere tali, temo, neanche coloro che
siedono sulle poltrone costruite e custodite dalla storia, coloro che di
questa Patria dovrebbero insegnarci ad essere orgogliosi, che dovrebbero
insegnarci a rispettarla, persone che hanno in mano il potere per renderla
migliore, di trasformarla in un padre amorevole che sia più facile amare.
Oggi abbiamo l’impressione di vivere
in un’Italia a cui sembriamo non appartenere e che sembra non appartenerci,
che vediamo piena di tutte le etnie straniere che sia possibile immaginare,
senza preoccuparci che i marciapiedi che occupano con le loro bancarelle
sono suolo Italiano, che le strade che sporcano con tutto ciò che
hanno a disposizione è “terra nostra”. O, forse e giustamente, siamo solo
coerenti: in fondo, dove loro rovinano oggi, aveva già cominciato a rovinare
un italiano tempo prima.
Il tempo passa, la storia si evolve, le persone e le circostanze cambiano,
questo è vero. Ma mi chiedo cosa penserebbe quel soldato italiano se sapesse
che, dopo neanche cento anni, essere Italiano è un valore che si è
trasformato nel semplice tingersi il volto di azzurro in occasione dei
mondiali di calcio. |