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| MAGAZINE - APRILE 2007 |
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| Telecom, sempre meno Italia |
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di Carlo Cauti
c.cauti@liberamenteonline.org
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| LiberaMente Anno V Numero VI Aprile 2007 |
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Da qualche tempo tutti i principali organi d’informazione non parlano
d’altro che di Telecom. O.P.A., Stock Options e cordate bancarie
spadroneggiano, di colpo 58 milioni di italiani si sono trasformati in
broker finanziari e qualcuno si atteggia come se fosse appena tornato da un
consiglio di amministrazione decisivo, quando in realtà non sa distinguere
la Borsa Valori da
quella della propria moglie. Per chi invece lascia da parte orgoglio e
presunzione, ecco una breve sintesi dei guai della nostra (poco) amata
compagnia telefonica nazionale.
Le “disavventure Telecom” iniziano nel 1994 quando l’IRI (Istituto per la
Ricostruzione Industriale, ente pubblico che possedeva l’azienda), con
l’allora presidente Romano Prodi, decide di privatizzare. Intento nobile,
risultato catastrofico: nel 1997 il Governo dà il via libera, ma
l’operazione inizia male, si vende tutto e subito, affogando il mercato con
le azioni e impedendo l’elaborazione di strategie da parte di potenziali
acquirenti di quote di maggioranza. Non solo, il tutto continua ancora
peggio: appurata la mancanza di azionisti di riferimento, lo stesso
Esecutivo
cerca disperatamente una cordata di imprenditori, il cosiddetto “nocciolo
duro”, disposti ad accollarsi un colosso pubblico del genere, con annesse
mastodontiche inefficienze, e trasformarlo in una proficua attività privata.
Ovviamente non ci sono sprovveduti di turno e il “nocciolo duro” divenne un
“nocciolino duro”, fatto del solo 6,62% delle azioni, capofila la
famiglia Agnelli con ben lo 0,6%.
Un disastro strategico e una tavola imbandita per speculatori: con una
situazione del genere chiunque poteva tentare una scalata, ed infatti nel
1999 Roberto Colaninno, già patron di Omnitel e Infostrada, ed Emilio Gnutti,
finanziere d’assalto bresciano, noti come i “Capitani Coraggiosi” lanciano
un’ O.P.A. (Offerta Pubblica di Acquisto) e si assicurano il 51,02%. Costo
complessivo 30 miliardi di euro, soldi che però non sono a disposizione dei
capitani, motivo per cui si rivolgono a banche amiche, offrendo in cambio
obbligazioni dell’azienda, in pratica trasferendo il debito “in toto”
direttamente su l’azienda stessa. Una fucilata finanziaria che ne dissesta i
conti, allora miracolosamente ancora sani, e che pesa ancora oggi su tutta
l’attività. Il saccheggio delle tasche degli italiani con bollette assassine
ne è ancora oggi prova tangibile. Il mercato però non si prende in giro e
gli investitori si accorgono subito della voragine nei conti, penalizzando
il titolo in Borsa; se aggiungiamo poi che quelli sono gli anni in cui la
Telecom perde il suo status di monopolista, con la nascita di nuovi
operatori telefonici privati, capiamo perché il prezzo di un’azione
precipita da € 5,63 del ‘97 ai € 2,25 del 2001. I Capitani Coraggiosi
perdono coraggio e vendono, arriva Tronchetti Provera, che, insieme a
Benetton, mostra al mondo tutta la sua abilità imprenditoriale comprando a €
4,17. Classici esemplari di volpe finanziaria italiana.
E mentre Colaninno e Gnutti con le plusvalenze ricavate si comprano un’isola
a testa ai Caraibi, il povero Tronchetti cerca di salvare il salvabile: nel
2005 fonde Telecom con Tim, un modo per tentare di coprire i miliardi di
debiti con i miliardi fatturati grazie alla mania tutta italiana per i
cellulari; cerca di espandersi in america latina, creando Tim Brasil, dove
butta tonnellate di euro all’inizio, ma che si rivela il fiore all’occhiello
della compagnia poi. I problemi però non scompaiono, anzi si aggravano: per
rastrellare le azioni Tim dal mercato, l’indebitamento Telecom passa da 39 a
44 milioni di euro, e Tronchetti, per tener buoni gli azionisti, visto che
possiede solo il 18% della società, piuttosto che utilizzare gli utili per
coprire i debiti, decide di aumentare i dividendi. Mossa tremendamente
sbagliata con annesso effetto catastrofico: i mercati perdono fiducia nella
gestione, ritenendola poco adeguata, e addirittura l’agenzia Fitch
Ratings declassa il titolo da A- a BBB+.
Sentendo odore di crack Tronchetti inizia le manovre di disimpegno: nel
settembre 2006 elabora un piano di scorporo del settore fisso da quello
mobile (prima si unisce e poi si divide: geniale!), la
vendita di Tim Brasil e l’inserimento di un azionista straniero nel
capitale, con l’intento, nemmeno tanto celato, di mollargli tutto nel
breve futuro. Il Governo (Prodi), tuttavia, non ci sta e manda a dire a
Tronchetti che se ci prova lo Stato si ricompra baracca e burattini.
Tronchetti si offende e si dimette, continuando a cercare qualcuno che gli
tolga questo supplizio dal portafoglio. E dulcis in fundo lo trova. Il 1°
aprile di quest’anno gli americani di AT&T e i messicani di America movil si
fanno avanti (altro che pesce d’aprile: è riuscito a mollargli una trota). E
di nuovo il governo si oppone. La scelta più facile probabilmente sarebbe
far cessare questa ventennale sofferenza e vendere, ma ricordiamoci che
Telecom oltre ad essere l’unico operatore italiano ancora sul mercato e
nostra azienda di punta nel mondo (!!!), possiede anche tutta la rete fissa
di cavi e tralicci di ovvio interesse nazionale. Insomma è il classico
dilemma italiano: cedere allo straniero cercando efficienza oppure tenersi
il malloppo rischiando la nostrana cancrena economica?
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