|
Non si intende recensire “Pasque di sangue” di Ariel Toaff, perché un libro
andrebbe letto prima che recensito e questa è regola troppo spesso
dimenticata. Si racconta della polemica che la pubblicazione di quel libro
ha causato e si pone qualche domanda. È bene però fornire un quadro degli
avvenimenti per chi non fosse aggiornato sull’accaduto.
Ariel Toaff insegna Storia del Medioevo e del Rinascimento alla Bar-Ilan
University di Tel-Aviv, un’università ebraica per intenderci, ma soprattutto
è il fi glio di Elio Toaff, storico rabbino capo di Roma. Oggetto del libro
è la ricostruzione storica delle uccisioni di bambini cristiani nel Medioevo
da parte di alcune comunità ebraiche per poi utilizzarne il sangue durante i
riti di Pasqua. In particolare, si contesta a Toaff il metodo di indagine
storiografica da lui applicato, che consiste nell’esame delle testimonianze
estorte dall’Inquisizione ai membri di quelle comunità sospettate di quei
terribili crimini. Gli storici non disconoscono la validità di questo
metodo, ma all’unanimità
ritengono errate le conclusioni a cui giunge l’autore, che avalla la tesi
degli inquisitori.
A questo punto bisogna fermarsi e lasciare che gli storici facciano il
proprio lavoro, confutando o avvalorando la tesi di Toaff, anche in attesa
della prossima ristampa del libro, che nel frattempo è stato ritirato dalle
librerie su richiesta dell’autore, il quale intende “rielaborare quei
passaggi che sono stati alla base di distorsioni e false interpretazioni nei
media”. I tempi sono quelli che
sono e si sa che a parlare di religione si rischia molto, ma credo che con
“Pasque di sangue” si sia esagerato. Capisco la comunità ebraica romana che,
sentendosi ferita da un figlio di così importanti natali, ha pubblicamente
disconosciuto lo storico italoisraeliano, capisco l’indignazione
diffusa nel mondo ebraico tutto e capisco il timore di chi teme un rinnovato
odio antisemita, che purtroppo rimane radicato in alcune coscienze cieche.
Tuttavia non si può mettere alla gogna uno storico che proponga una
versione, magari non vera,ma scomoda del passato perché si
rischia di porre limiti inaccettabili alla libera manifestazione delle idee
e alla loro altrettanto libera circolazione.
Il pensiero, dopo questa mia affermazione, corre alla proposta di legge
contro il negazionismo presentata in Parlamento dal Ministro della Giustizia
Clemente Mastella e allo storico inglese David Irving, condannato in
Austria, dove una legge che reprime il negazionismo
già esiste, per avere negato l’esistenza dell’Olocausto e avere bollato la
sofferenza di milioni di persone come propaganda ebraica. Bisogna allora
fare dei distinguo e cercare di essere molto chiari perché si percorre un
campo minato. La democrazia passa per le opinioni di tutti e anche,
forse soprattutto, per quelle dei cretini. Le democrazie occidentali si
fondano proprio sull’assunto che le libertà vadano garantite anche a chi sia
un potenziale nemico di tali libertà e questo principio rappresenta il fiore
all’occhiello della nostra civiltà, anche se, al tempo stesso,
ne evidenzia la fragilità in momenti storici diffi cili come questo. Adesso,
ostracizzare Ariel Toaff, costretto a vivere sotto scorta, non credo porti
acqua al mulino della democrazia e del rispetto dei diritti umani perché non
vedo nel suo libro della propaganda antisemita, ma solo il tentativo,
probabilmente incauto, di fare luce sulla storia del popolo di cui fa parte.
Forse Toaff ha peccato di superficialità e ingenuità e forse motivi di
opportunità sconsigliavano la pubblicazione del suo studio, con quel titolo
per giunta. Ma questo non mette in dubbio la sua buona fede, in cui
personalmente credo.
Altro discorso è la vicenda di Irving, che, con brutalità, svilisce la
tragedia della Shoah. In quel caso l’indignazione è un dovere, ma non credo
che il rimedio all’idiozia
negazionistica sia la legge, perché criminalizzare un’opinione, per quanto
stupida e provocatoria, equivale introdurre un forte limite alla libertà di
parola e rappresenterebbe un precedente
difficilmente trascurabile della legislazione futura in materia. Si darebbe
il destro a tutti coloro che, pur di affermare la propria verità, sarebbero
disposti a sopprimere le verità altrui. Perché
si dovrebbe perseguire chi nega l’Olocausto e non chi nega altri terribili
genocidi? Chi sarebbe in grado di tracciare il discrimine tra ciò che può
essere detto e ciò che può essere solo pensato? Si rischia di beccarsi una
polmonite per evitare un raffreddore.
Sono convinto che la strada per debellare il negazionismo sia la risposta
decisa alle bugie, ad un manifesto del non è successo un manifesto della
stupidità umana, ad una provocazione una replica serena, sorretta dai
documenti storici. La strada da seguire è quella della ragione e non le
scorciatoie dettate
dal timore che la ragione non possa farcela.
|