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Parliamo della paura. Di quel buco nero che si apre
nello stomaco naturalmente. Non ve lo so spiegare, ma è un po’ come la
malinconia. Scoppia nelle emozioni come una bomba al plasma e si propaga
silenziosa e totalizzante dall’alluce al capello. A qualcuno piace perché
proprio
come la malinconia è un luogo caldo, sicuro, accogliente. A me piace perché
mi permette di esplorare quel segreto che chiamano coscienza, un porto
sepolto dentro di noi sotto l’immondezzaio della pseudo-modernità. È un
viaggio nel tempo, la paura, un ritorno alle origini, quando i nostri
predecessori sacrificavano bestie per placare lo scrosciare della pioggia e
il fragore dei tuoni. Se il temporale non finiva magari sacrificavano vite.
Non sapevano che
i temporali sono banchi d’aria fredda e calda che si scontrano chilometri di
cielo molto in alto sulle loro teste e che loro allora e noi oggi non
possiamo che aspettare che torni il sereno. Eppure un tuono improvviso che
causa un black-out quando siamo soli in casa ci smarrisce ancora.
Ci innervosisce stare lì nel nero. È che al buio le cose non esistono più,
non arriva più luce a ricamarne i contorni, a colorarne le parti e a
renderle insopportabilmente presenti. Al buio torniamo finalmente in
contatto con noi stessi ed abbiamo paura, come quando da piccoli, fissando
la nostra immagine riflessa nello specchio, ci sentivamo smarriti perché non
sapevamo
ancora nulla dello smarrimento che tutti gli uomini provano di fronte al
mistero dell’esistenza. La paura è sostanza umana allo stato puro, è presa
di coscienza di ciò che siamo, è analisi freudiana. Stephen King scrive: “La
sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie
gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un
bambino ma non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perchè
se una mano gelida si protendesse per caso da sotto il letto ad afferrarmi
la caviglia, potrei anche urlare. Sì, potrei cacciare un urlo da svegliare i
morti. Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappi mo tutti. Nei
miei racconti incontrerete esseri notturni di ogni genere: vampiri, amanti
di demoni, una cosa che vive nell’armadio, ogni sorta di altri terrori.
Nessuno di essi è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere
i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi
la caviglia”. Forse King è il più grande romanziere che esista oggi al
mondo, se di romanziere si accoglie l’accezione più sincera, cioè uno
scrittore col gusto di raccontare storie. Non importa che siano storie di
paura, il piacere di scrivere e di irretire il lettore nella ragnatela della
trama è un
valore assoluto che King ha. Tuttavia lo scrittore americano parla di paura
e della paura fa una “lectio maistralis” nella magnifica prefazione alla sua
più famosa raccolta di storie dell’orrore, “A volte ritornano”, dalla quale
è tratto lo stralcio molto suggestivo riportato sopra. Secondo King la
sostanza ultima di cui è composta la paura è una morbosa curiosità
dell’essere umano per la morte, ed in particolare per la propria morte. Ed
intento dello scrittore è condurre per mano il lettore a soddisfare questa
morbosa curiosità.
Chiudo qui questa breve riflessione sulla paura, segnalando che in questi
giorni la Sergio Bonelli Editore ha festeggiato i vent’anni di Dylan Dog,
scommessa riuscita dell’editoria italiana. Un laude ed un grazie a Tiziano
Sclavi, creatore della serie, perché un buon fumetto è pari ad un buon
libro. Il numero di novembre di Dylan Dog celebra il ritorno di Sclavi alla
sceneggiatura e di Angelo Stano ai disegni (papà grafico del personaggio) e
consiglio ad appassionati e curiosi di non perderlo. Ci sarebbe molto altro
da dire, ma temo che lo spazio dedicato al mio metabolismo
emozionale sia terminato. |