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Milan Kundera ne “Il sipario” racconta di avere
consigliato il libro di un autore ad un amico. Dopo qualche settimana si
incontrano e l’amico confessa di essere rimasto scontento della lettura
consigliata. Kundera spinge perché legga altro dello stesso autore, ma
l’amico, con malinconia, gli dice di non avere tempo, il suo tempo per
quello scrittore è terminato. Morale: la lettura
è lunga, la vita è breve.
In effetti, ciascuno di noi, scegliendo le proprie letture, esclude
inevitabilmente gran parte della letteratura mondiale da ciò che leggerà.
Non è una tragedia. Però questa riflessione suggerisce di essere esigenti
nei confronti del romanzo che lasciamo accanto al letto. Ruskin dice che il
libri si dividono in due categorie, i libri per adesso e i libri per sempre.
Qui non si ritiene che un autore sia meglio di un altro, si legge un po’
d’istinto e, anzi, è un libro per adesso che portiamo nel cuore, nonostante
ci piacciano molti libri per sempre. Quando si parla di emozioni non ci sono
regole e il libro che ci sta torturando da settimane merita un solo destino:
essere chiuso. Un po’ come il rapporto con una ragazza. E questo credo sia
essere esigenti nei confronti della propria anima.
Arriviamo così a parlare di un libro particolare, un libro sui libri, o
meglio, sull’amore per la lettura. “Fahrenheit 451”, di Ray Bradbury, è
datato 1951, eppure conserva un candore stilistico e una ricchezza emotiva
che resistono all’usura del tempo. Il protagonista è un vigile del fuoco,
Guy Montag che, anziché spegnere gli incendi, li appicca. Montag e i
colleghi hanno il compito di rintracciare chiunque abbia commesso il reato
di lettura, bruciandone la biblioteca ed eliminando il colpevole. Il titolo
del romanzo si riferisce infatti alla temperatura a cui la carta
brucia, ma Montag, che inizialmente vive delle proprie e vere estasi del
fuoco, gli occhi rapiti dalle fiamme creatrici di distruzione, cederà alla
curiosità e leggerà, prima una singola frase poi sempre più pagine fino a
rubare i libri che dovrebbe distruggere per divorarne avidamente il
contenuto. Ecco che qualcosa cambia, finalmente qualcuno parla alla sua
anima e lui non capisce cosa sia, non conosce la potenza evocativa della
parola. Finalmente Montag spezza le catene che fanno di lui uno schiavo e
diventa consapevole di se stesso, del futuro in macerie in cui vive, della
follia di una vita condotta senza interrogativi. Clarissa è una giovane
pensatrice anticonformista e giocherà un ruolo importante in questo
salvifico cambiamento di rotta; attraverso gli occhi di lei il vigile del
fuoco riscoprirà l’amicizia e il piacere delle parole.
Il romanzo di Bradbury è senz’altro debitore a “1984” di Orwell, pubblicato
un paio d’anni prima. Stessa è l’idea del governo che tutto controlla e
nulla lascia alla sfera privata dell’individuo, ma “Fahrenheit 451” non ha,
a differenza dell’altro, connotazioni politiche, sembra più che altro il
monito sociologico di un fine pensatore, non a caso considerato il più
letterario tra gli scrittori fantascientifici americani. A conferma di
questa sua inclinazione per i generi alti il fatto che un regista come
Truffaut, nel 1966, abbia diretto la trasposizione cinematografica del
libro, che è anch’essa molto bella; una nuova pellicola è in cantiere per il
2007, ma sospettiamo che non possa superare in arte la precedente. Finito di
leggere, viene voglia di scrivere e continuare il racconto laddove lo
scrittore lo ha interrotto; un romanzo che ispira altri romanzi, di
cos’altro si nutre la letteratura se non di un continuo parlarsi dei libri
tra loro? Già, i libri si rinviano l’un l’altro, si riprendono, si
reinventano, e così, quando ne hai conosciuto uno, ne hai conosciuti tanti,
ma hai sempre voglia di scoprire cosa rende unico ciascuno di essi. Un po’
come le ragazze. E questo credo sia il segreto della passione per la
lettura, una curiosità sconfinata.
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