Tutti Le riconoscono il merito di aver impresso un forte cambiamento alla
facoltà di Giurisprudenza, il suo indirizzo di Diritto del Lavoro è il più
frequentato tra i dieci introdotti con la riforma, qualcuno si è spinto a
dire di “dedicarsi di più allo studio per non deluderLa”. Insomma, un
plebiscito. Qual è – se esiste - il Suo segreto professionale?
“Impegnarsi nelle cose cercando di realizzare gli obiettivi prefissati. In
questo caso l’obiettivo era quello di far ripartire la volontà degli
studenti di vivere questa facoltà come se fosse una casa, una famiglia, un
ambiente in cui poter realizzare le proprie aspirazioni. Venivamo da una
fase difficile, bisognava ripartire tutti insieme. Credo che non esistano
segreti, l’importante è essere presenti tutti i giorni, avere un buon
dialogo coi ragazzi, avere due ottimi rappresentanti degli studenti, proprio
come Rosita Romano e Paolo Pedà. Domandarsi costantemente se si sta andando
per la strada giusta, sbagliare e correggere. Quello che vorrei trasmettere
ai ragazzi è che alla prima caduta non ci si deve arrendere. Nella vita si
cade tante volte e altrettante ci si rialza. Così si arriva fino in fondo.
L’importante è insegnare un metodo di lavoro più che delle nozioni. Forse è
questo il vero segreto.”
Chi La conosce, ammira la sua spiccata sensibilità, la capacità di
instaurare un rapporto con gli studenti basato sulla fiducia e sulla stima,
la passione con cui cerca di risolvere ogni problema. Come si cura il
rapporto con gli studenti? Qual è il consiglio da dare ad uno studente che
sogna la carriera accademica?
“La prima cosa da fare è mettersi nella posizione dell’altro, sembra arduo
ma non lo è: è una regola di vita. Nell’ottica dello studente, tutto appare
più chiaro: avevano troppi esami, corsi annuali, docenti assenti ai
ricevimenti. Sono gli stessi problemi che avevo anche io da studente. Se uno
prova a ricordare i propri problemi da studente e li unisce all’esperienza,
ha subito chiaro ciò che va fatto. L’importante non è esercitare l’autorità
perché ti è conferita per legge o per ordinamento: senza il consenso,
l’autorità serve a poco. Se viceversa hai l’autorevolezza, ossia sei aperto
ai consigli degli altri e al loro punto di vista, tutto funziona.
D’altronde, se faccio il professore universitario è perché amo il rapporto
con gli studenti. Se giochi tutto sul timore e non sulla stima, hai fallito
in partenza. E’ su questa base che è stato possibile aumentare del 33% il
numero totale di esami sostenuti nel corso dell’anno nella nostra facoltà.
Per chi sogna la carriera accademica, bisogna anzitutto lavorare molto sulla
tesi di laurea. E’ la prima vera prova scritta in cui lo studente può
esprimere sé stesso. Quando la tesi è molto buona, quasi naturalmente inizia
una collaborazione con il relatore, che può portare ad un dottorato, ad un
assegno
di ricerca o a percorsi più variegati, come il concorso in magistratura, che
possono poi portare all’insegnamento.”
Un obiettivo cui da tempo gli studenti di Giurisprudenza puntavano è
quello di disporre di una offerta di stage formativi. Lei è molto attivo
sull’argomento, ma è auspicabile che altri docenti si dedichino con la
stessa passione alla causa: gli stage permettono ai giovani di osservare il
mondo del lavoro da una finestra privilegiata, un trampolino di lancio a
volte più efficace di tante lezioni. Cosa si è fatto e cosa si può fare?
“Si è fatto già molto: stiamo realizzando molte convenzioni per tirocini
formativi; dovremmo avere 40 tirocini dal Notariato; altri 40 presso il
tribunale di Roma per la creazione di un centro informatico per le sentenze;
circa 150 tirocini nelle aziende. L’obiettivo è arrivare a breve ai 500
stage annui. E’ necessaria anche l’attenzione dei docenti nei confronti
degli stage, ma è altrettanto vero che, a volte, gli studenti hanno un
eccessivo timore che li porta a sfruttare poco le opportunità che
l’Università offre. Ricordate la parabola della vedova? Tanto cercò di
convincere il giudice a darle ragione, che alla fine la ottenne. Anche il
docente più riluttante, se sollecitato dallo studente, non potrà non
occuparsi delle sue richieste. In generale, abbiamo fatti enormi progressi
di cui essere orgogliosi. Altri ne arriveranno.”
Negli ultimi anni il diritto del lavoro è diventato uno dei maggiori
tavoli di confronto degli schieramenti politici. Da un punto di vista
elettorale, poi, il dibattito sul “precariato” – visto da sinistra, dal
centro o da destra – scuote l’opinione pubblica più di ogni altro tema. Che
margini ci sono oggi per un concreto ammodernamento delle regole del mercato
del lavoro?
“Nel complesso, il fenomeno del lavoro temporaneo e “spezzettato” è
certamente
indotto dalla situazione economica. Il precariato non si risolve con le
regole: il diritto del lavoro non può creare posti di lavoro, quando non c’è
lavoro. Le ricette della destra sembrano più orientate
ad una visione liberista della crescita economica, lì dove la sinistra
sembra ispirarsi al modello keynesiano, ovvero all’intervento dello stato
per rilanciare l’economia. A mio giudizio,
noi abbiamo bruciato troppo presto il modello delle partecipazioni statali,
che aveva permesso occupazione diffusa a basto costo.”
La domanda delle domande: noi giovani avremo mai una pensione?
“Fra le proposte di Berlusconi di adeguamento automatico delle pensioni al
costo della vita e l’ipotesi di Veltroni di un intervento anche più
incisivo, il nodo centrale resta quello dell’età pensionabile. E’ troppo
bassa e inadeguata alla realtà e alla vitalità delle persone: se fossi stato
un dirigente d’azienda sarei probabilmente già in pensione. Se spostassimo
in avanti l’età del pensionamento, avremmo più contributi e meno anni di
pensione da pagare. Nei fatti, è sempre il rapporto lavoratori-pensionati a
determinare l’equilibrio del sistema previdenziale. Bisogna ripensare al
sistema paese: forse l’Italia lavora poco, in termini di occupazione, di ore
lavorate
e di produttività. Si tratta di ripartire in modo virtuoso. E’ un po’ come
per la nostra facoltà di Giurisprudenza, no? Un ultimo spunto: questo paese
sembra orientato al pessimismo. Una buona dose di fiducia sarebbe davvero
importante.”
Un’ultima domanda: saprebbe indicarci un pregio ed un difetto degli
studenti Luiss?
“Il pregio è che sono sicuramente più bravi degli altri. Lo dicono anche i
colleghi che insegnano in altre università oltre che alla Luiss. Sono molto
motivati perché hanno superato una selezione dura. L’unico difetto vero –
secondo me – è che, almeno una parte degli studenti, non vive l’università
come dovrebbe e potrebbe, non sfrutta tutte le opportunità. Il rapporto con
il docente, per esempio: vorrei che gli orari di ricevimento fossero più
sfruttati, anche più delle lezioni. Vorrei stimolare gli studenti ad avere
un rapporto più stretto con i docenti e con i tutor, una maggiore
interazione per risolvere concretamente i propri problemi.”
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